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| Nel continuo collegamento
di D'Annunzio con Beethoven non poteva mancare il mondo della sinfonia,
argomento sviluppato in numerose occasioni.
Il poeta in “Contemplazione della morte” nella lettera a Mario Pelosini cita le prime quattro note della “Quinta sinfonia” che la tradizione accosta al destino che bussa alla porta. D'Annunzio illustra questa immagine descrivendo un giovane incontrato a Parigi: “un volto imberbe modellato dal
pollice fermo del destino come quello di Beethoven; un cuore chiuso in
cui forse suonavano le quattro note spaventose della Sinfonia quinta”.
Sempre in merito al significato del primo tema nell'orazione che pronunciò a Fiume in onore di Toscanini, possiamo leggere nelle parole di D'Annunzio, che ricordavano le prime note della Quinta sinfonia, quasi un presentimento doloroso della prossima tragedia, ma v'era anche nell'animo di chi le pronunziava la forza di una volontà che, nonostante le cannonate di Giovanni Giolitti, doveva rimanere, come sempre, invitta. E per questo alla fine dell'orazione il Poeta volle ricordare le ultime note della Sinfonia, esaltanti il trionfo, la vittoria: “E domani vorremmo credere che per voi la Causa trionfi nel movimento finale della Quinta sinfonia, in quell'assunzione della compiuta lotta, in quello scoppio di volontà dominatrice”. (Giannantoni, cit ). Anche la “Nona sinfonia” è ricordata dal poeta ne “Il Fuoco” (pag.174), mettendo in risalto il Coro che acquista nella raffigurazione dannunziana lo strapotere del genio e la lotta con se stesso. Infatti per Beethoven la scelta di inserire le voci nella Sinfonia fu difficile, dato che non ammetteva la voce come risoluzione naturale alle sue idee musicali. D'Annunzio ebbe parole di grande ammirazione per la composizione, accostandola ai suoi ideali ed al suo credo politico. In questo breve excursus riguardante l'attenzione di D'Annunzio per la musica abbiamo evidenziato la figura beethoveniana, ma non bisogna dimenticare che altri musicisti ne attirarono l'attenzione analitica e psicologica, come Richard Wagner e Franz Liszt. Anche se Wagner e Liszt ebbero un peso ridotto in confronto a Beethoven, da questa rosa di tre nomi si ha l'esatta raffigurazione dell'arte musicale di D'Annunzio, il quale la intendeva come un'esplicazione di sentimenti forti, incisivi allontanandosi da un romanticismo di stampo chopiniano. Inoltre contribuì a diffondere la conoscenza di musicisti sofisticati quali Debussy e Strauss, non trascurando una dettagliata analisi della musica italiana del '500 e del '700. D'Annunzio
va anche alla ricerca d'immagini fiammeggianti e di rappresentazioni melodrammatiche
che si risolvono in testimonianze di un teatro particolare e cioè
basato su concezioni veriste.
Non a caso collaborò intensamente con Franchetti e “La Figlia di Iorio” è una delle testimonianze più importanti che lasciò spazio ad altre collaborazioni con Mascagni (“Parisina”, 1913), con Montemezzi ("La nava”, 1918), senza dimenticare Zandonai con la famosa “Francesca da Rimini”, opera di grande simbologia dove la fusione fra testo e musica è uno dei primi esempi di attiva collaborazione fra il compositore e lo scrittore. Altri esempi di stretta collaborazione fra il poeta ed altri musicisti concernono il melodramma ed al riguardo possiamo citare Casella, Respighi, Pizzetti ("Fedra", 1915) e Malipiero. D'Annunzio rimase un punto di riferimento per musicisti d'oltralpe quali Debussy con “Le martyre de Saint Sebastian”. Da questa molla stilistica ed ideologica si evince il desiderio di intraprendere nuove strade e nuovi sistemi, andando incontro a conflitti impegnativi in un'Italia scossa da mille problemi. D'Annunzio, con le sue scelte musicali e con il suo scritto “Classici della musica italiana” diventò il perno della cultura italiana, influenzando le idee di editori e di musicisti. Un fatto di moda? Non si può dare una risposta dettagliata, il poeta era diventato un mito ricco di coraggio che si risolveva in una dissacrazione portata all'esasperazione. Al di là delle mode e dei contenuti egli è rimasto nel tempo un testimone di un'Italia scomoda e quanto mai ricca di contrasti e di ambiguità. D'Annunzio seppe convogliare tutte le matrici concettuali nella dimensione musicale, ricercando nella parola stessa il ritmo e la purezza delle linee rinascimentali. I riferimenti musicali al di fuori della dimensione beethoveniana sono numerosi, ed evidenziano un elemento che ricorre sovente nei carteggi dannunziani con i compositori e cioè la volontà di vivere e di influenzare i propri collaboratori, riuscendo il più delle volte nell'intento. Il legame viscerale con Beethoven, autore che non poteva plasmare e mutare a proprio piacimento indica forse un sentimento di stima e di affezione psicologica non provato per altri musicisti a lui contemporanei. Concludiamo l'analisi con una frase di D'Annunzio che esprime il rispetto e la devozione che provava nei confronti dei “giganti” musicali: “è il silenzio del mondo quando parla Beethoven”. ![]() |
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