Subito
alcuni suggerimenti per l'uso dell'articolo. Intanto, il titolo, che potrebbe
essere di stampo “teorico” come: “Il sonno della critica”, oppure “La morte
del giudizio” o ancora “L'agonia della distinzione”.
Oppure di impatto fattuale
anche se allusivo.
Per esempio, che ne pensate
di un “Di Bella e il calcio-mercato”?
E adesso l'impostazione
di fondo, qui liofilizzata: la tesi è che il caso Di Bella, le 35
ore e (appunto) la campagna acquisti e vendite delle squadre di calcio
siano tre tessere di un unico mosaico italiano (ma probabilmente planetario,
pur fra mille diversità) che porta al concetto del titolo, ovverosia
al trionfo rischiosissimo dell'indistinzione.
Partiamo da un interventino
(per estensione, non certo per “intensione”) uscito qualche tempo fa sulla
prima pagina culturale del “Corriere della Sera”, a firma di un noto filosofo,
Carlo Augusto Viano, di cui ricordo tra l'altro il pamphlet anti-pensiero
debole (“Va' pensiero...”) di una decina di anni fa. Il titolo era: “Salute
e lavoro, la via di fuga come terapia”, occhiello “Gli esperti sono in
declino. E così trionfano le ragioni della protesta. Due casi recenti:
Di Bella e le 35 ore”.
Quindi è già
Viano che accorpa in un unico discorso Di Bella e le 35 ore.
L'interpretazione è
già resa dal titolo, e l'associazione di idee si traduce in un comune
- e indistinto - sentore di protesta, per la salute poco curata,
per il lavoro che non c'è.
L'effetto Di Bella e l'ipotesi
35 ore settimanali vengono immediatamente recepite come un “qualcosa” in
risposta al niente, o alla negatività che pesa eccessivamente.
Ho usato l'avverbio per
me cruciale, nel discorso che sommariamente svolgo qui: immediatamente,
cioè senza mediazioni.
E nel caso, chi dovrebbe
ricoprire il ruolo di “mediatore”, se non la stampa, gli informatori, la
comunicazione (e qui i più acuti di voi avranno nelle orecchie immagazzinato
le terza tessera del mosaico, il “calciomercato”...)?
Non avendo svolto il ruolo
“ontologico”, culturale, politico, della mediazione “prima”, intendo prima
del caso Di Bella, prima dell'opzione 35 ore, naturalmente non riescono,
i preposti a tale compito, a svolgerlo ora, “dopo” l'acquisizione pubblica
delle due ipotesi, terapeutiche entrambe per la salute (il cancro) e il
lavoro (il non-lavoro).
Il “prima” è un'attenzione
e un'informazione seria, non asservita, non molle, non menefreghista, dello
stato della sanità in questo paese.
Perché è
inutile nascondercelo: l'immagine che la nostra opinione pubblica ha della
Sanità e di coloro che la amministrano è pessima, e non di
“inconscio collettivo” o altre letture subliminali si tratta, bensì
di constatazioni evidenti (pensate solo al caso Poggi Longostrevi, o al
Policlinico Umberto I). Così come la disperazione dei disoccupati,
e la difficoltà di pensarsi lavorativamente nel futuro è
spaventosa.
Di tale disagio “immediato”
Di Bella e la somatostatina, come Bertinotti e le 35 ore, risultano essere
“immediatamente” la cattiva coscienza.
Non si ragiona, sulla terapia
del medico modenese, né sui pro e i contro della riduzione settimanale
di orario, ma ci si schiera in maggioranza per la “scientificità”
della terapia ufficiale o della “sterilità” del ridimensionamento
orario, in minoranza al contrario.
Ed è proprio questo
che contesto, soprattutto se questo schieramento avviene in pubblico, a
mezzo stampa.
Perché invece la
razionalità, la critica, i distinguo andrebbero già adoperati
nei confronti della situazione precedente (della sanità, del lavoro),
che di razionalità poco possiede, se risulta così esposta
a Di Bella e alle 35 ore.
E in questo persino Viano
alimenta l'equivoco, contrapponendo “la via di fuga come terapia” alle
due questioni centrali.
Il cui grado di razionalità
è - mi pare - scadente già al loro stesso interno, oltre
che insoddisfacente se genera queste risposte.
Insomma: Di Bella sta al
nostro livello sanitario come le 35 ore alle contraddizioni del capitalismo
potrebbe essere l'equazione da sostituire agli “schieramenti”. In tutto
ciò la stampa gioca un ruolo perverso e moltiplicatore del peggio,
appunto per la mancanza di “criticità”.
E spesso di veridicità.
E l'esempio più calzante
di poca criticità e minore veridicità è quello dell'informazione
sul calciomercato.
Tutti sanno che è
inventata, ma ha grandi tirature e convenzionalmente “sembra vera” a un
pubblico che “non vuole sapere”.
Diamo ai lettori (ai telespettatori)
quello che vogliono, dicono direttori ed editori.
E' il principio che sta
alla base della corruzione.
Dunque, tutto bene, no?
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