Abbiamo
visto il mese scorso come l'Euro cambierà la vita dei governi, riducendone
drasticamente gli spazi di manovra e vietando il ricorso alle vecchie e
care svalutazioni competitive per sanare i propri squilibri interni. Ma
la nuova moneta europea inciderà in maniera radicale anche sulla
vita dei cittadini, modificando le loro abitudini, introducendo nuovi comportamenti,
creando nuove opportunità, ma anche nuovi pericoli. Quella che ci
si para davanti è un'era totalmente diversa, a cominciare dal ritorno
dei prezzi con le cifre decimali cui non eravamo più abituati da
due generazioni. Qualcuno ha proposto, il mese scorso, di semplificare
le cose per l'uomo della strada fissando il cambio lira-euro a 2000 lire,
anziché alla quota inferiore di circa due punti percentuali applicata
al momento del varo dell'Unione. Certo, sarebbe stato più semplice,
nel senso che, agli effetti contabili, avrebbe trasformato l'intera operazione
di conversione nell'equivalente dell'adozione di una “lira pesante”. Certo,
sarebbe stato anche più conveniente per le nostre industrie, che
con questa minisvalutazione dell'ultima ora si sarebbero garantite un ulteriore
“cuscinetto” per rendere più competitivi i prezzi all'esportazione.
Ma, a parte il fatto che la stabilità del cambio per due anni era
uno dei requisiti indispensabili per entrare nell'UEM e che comunque gli
altri dieci membri non ci avrebbero mai concesso una simile “furbata”,
stavolta la cosa non sarebbe neppure stata nel nostro interesse: avrebbe
significato, infatti, che i patrimoni degli italiani si sarebbero svalutati
di colpo, una volta calcolati in Euro, di qualcosa come 300 mila miliardi!
Pazienza
dunque, e rassegnamoci al fatto che, al posto delle mille lire che oggi
sono l'unità di misura più comune, non dovremo tirare fuori
mezzo Euro, ma “soltanto” 0,48875 (al momento in cui scriviamo). Proprio
qui, come tutti possono facilmente capire, si nasconde la prima insidia
della conversione. Dal momento che non ci sarà in circolazione moneta
più piccola del centesimo di Euro, un arrotondamento dei prezzi,
quasi sempre in su, diventerà inevitabile. In teoria, esso dovrebbe
essere abbastanza trascurabile, se non proprio infinitesimale, e comunque
non tale da incidere sul delicato indice del costo della vita. Ma in pratica
non mancherà chi, nella convulsa e certo anche confusa fase di passaggio
da una moneta all'altra, cercherà di lucrare qualcosa di più,
magari senza che le sue “vittime” se ne rendano subito conto. Il pericolo,
evidentemente, sarà tanto più acuto quanto più le
cifre da convertire saranno piccole.
Per
molte persone, soprattutto anziane e abituate da una vita a fare i loro
conti in lire, la fase di transizione sarà comunque problematica.
Qualcuno
parla addirittura di “confusione epocale”, ma forse non è il caso
di drammatizzare più di tanto, soprattutto tenendo conto del fatto
che la conversione sarà diluita nel tempo e che anche al mercato
di Canicattì avranno modo di assimilare il nuovo modo di contare.
Assai
più traumatica, e cara, sarà l'operazione per lo Stato, per
gli enti pubblici, per le aziende e soprattutto per le banche, specie tenendo
conto che molti sistemi informatici sono oggi integrati e che la mancata
sincronizzazione della loro conversione potrebbe avere conseguenze drammatiche.
Il solo costo materiale per l'Italia è stato valutato (prudenzialmente,
per non creare allarmi) in 30 mila miliardi, che sono pur sempre un centesimo
abbondante del PIL e l'equivalente di una manovra di medio calibro. Anche
se la stima fosse esatta - ma ci sono esperti che parlano addirittura di
50 mila miliardi, compreso tutto l'indotto - sarà un bel salasso,
concentrato in un arco di tempo abbastanza breve e con effetti maggiori
per certi settori che per altri. E' possibile che chi dovrà sopportarlo
non cerchi in qualche modo di scaricarlo, in ultima analisi sul consumatore?
E se questo accadrà, riusciremo a contenere l'inflazione entro il
tetto, ormai obbligatorio, del 2%? E' una incognita di più sulla
strada, già ingombra di tanti ostacoli, di quel Patto di stabilità
che dobbiamo ormai accettare come una specie di camicia di forza.
A
parte i costi finanziari, la conversione presenta anche una serie di difficoltà
tecniche che preoccupano moltissimo i responsabili. Difficoltà riguardanti
il software, la sincronizzazione, l'adattamento del personale e una miriade
di altri aspetti che neppure gli esperti riescono bene a quantificare.
Dopo tutto, si tratta di una operazione senza precedenti, coinvolgente
oltre trecento milioni di persone (essa non può infatti funzionare
in Italia se non funziona, con eguali modi e tempi, anche negli altri Paesi),
attuata in un momento storico di grande complessità. Tutto, ma proprio
tutto, deve infatti essere cambiato, dalle banconote alle marche da bollo,
dalle macchinette che erogano gli scontrini per i parcheggi alle slot machines
dei casinò, dalle quotazioni di borsa ai prezzi dei supermercati:
e chi più ne ha, più ne metta.
Ormai
la nuova moneta è alle porte, ma quanti di noi hanno cominciato
a fare mente locale sull'ammontare del proprio stipendio una volta trasformato
in Euro o su quale sarà il nuovo prezzo del latte?
Ma,
a fronte di questi inconvenienti, grandi saranno i vantaggi, soprattutto
per la parte più intraprendente e dinamica del Paese, già
abituata a interagire con l'Europa.
E'
già stato fatto più volte l'esempio del cittadino italiano
che, partendo oggi per un giro dell'Europa e dovendo “cambiare” i suoi
soldi ogni qualvolta attraversa una frontiera, si ritrova al ritorno a
casa con il gruzzolo più che dimezzato pur non avendo materialmente
speso neppure una lira. E' evidente che, una volta adottata la moneta unica,
con cui si potrà fare la spesa indifferentemente a Monaco, a Parigi,
o a Lisbona (ma purtroppo non a Londra, visto che il governo britannico
ha deciso per ora di restare fuori dall'UEM) il viaggiatore non avrà
più commissioni da pagare e realizzerà un considerevole risparmio;
né si ritroverà più in tasca, al ritorno, quegli spiccioli
non cambiabili che finiscono in genere dimenticati in fondo a un cassetto.
Quello
che, per il semplice viaggiatore, è in fondo un beneficio marginale
diventa un guadagno enorme per chi commercia con l'estero, vuole investire
in titoli di un altro Paese dell'Unione o comunque deve effettuare transazioni
in valuta. Addio rischio di cambio, addio commissioni bancarie spesso non
sindacabili sulla conversione da o in lire, addio tutte quelle incognite
che ancor oggi, in qualche modo, investono le operazioni sull'estero. Ai
fini contrattuali, vendere a una ditta di Dûsseldorf sarà
come fare un contratto con un'azienda di Pizzighettone. Gli enormi benefici
che ha già portato alle nostre imprese (non solo industriali) il
mercato unico saranno raddoppiati dal fatto di potere concludere gli affari
nella propria moneta, con la certezza che alle scadenze la somma che dovremo
sborsare, o che incasseremo, non potrà in alcun modo cambiare.
Un
altro sottoprodotto dell'Euro saranno i bassi tassi d'interesse, nel senso
che fondendo la nostra volatile lira con le monete di altri Paesi da lungo
tempo virtuosi saremo sicuri che un ritorno al passato non sarà
possibile (salvo imprevedibili sconquassi, contro i quali sarà bene,
visto il loro impatto devastante, fare in permanenza gli scongiuri). Questo
significa che se io, imprenditore, contraggo oggi un prestito a un tasso
X, ho la legittima aspettativa che questo non subirà variazioni
apprezzabili per un periodo di tempo abbastanza lungo: questo, è
ovvio, mi permetterà di programmare molto meglio le mie attività,
e magari anche di rischiare di più. Ci sarà una scusa in
meno per la disoccupazione.
Entrerà
anche in gioco, in maniera molto più massiccia di quanto sia avvenuto
finora, il fattore concorrenza. Il caso dei mutui casa, che ha calamitato
per alcuni giorni l'attenzione dei media alla fine di aprile, è
sotto questo rispetto emblematico. A causa del differenziale dei tassi
d'interesse tuttora esistente con gli altri Paesi dell'Unione anche in
questa fase finale di avvicinamento alla moneta unica, dovuto sia
alla tradizionale debolezza della lira, sia alla minore efficienza delle
nostre banche, i mutui erano ancora sensibilmente più cari che nel
resto dell'Europa. Quelli vecchi in modo patologico, nel senso che i tassi
d'interesse erano stati concordati quando la nostra inflazione viaggiava
ancora al 4-5% e i Bot rendevano il 12, quelli nuovi in modo fisiologico
per la buona ragione che in Italia lo “spread” tra interessi attivi e interessi
passivi è sempre stato più alto che altrove.
Ebbene,
è bastato che il problema venisse alla ribalta, e che i mutui molto
più convenienti praticati da alcuni istituti specializzati britannici
fossero largamente pubblicizzati, perché anche certe nostre banche,
pur di non perdere il mercato, facessero buon viso a cattivo gioco e cominciassero
(a rischio, lì per lì, di perderci), a offrire a loro volta
il tasso del 5 per cento.
La
moneta unica, unita alla totale apertura delle frontiere, avrà certo
anche l'effetto di ridurre, se non eliminare, le differenze di prezzo esistenti
oggi tra un paese e l'altro per i medesimi prodotti. Per ovvi motivi di
costi d'esercizio, una coca-cola sui Champs Elisées costerà
sempre più di una coca-cola a Baggio, ma per altri prodotti (per
esempio, le automobili), certi giochi che oggi fanno le grandi multinazionali
non saranno più possibili. La cosa toglierà forse un certo
piacere allo shopping oltre frontiera, ma sarà nondimeno conveniente,
perché i prezzi dovrebbero livellarsi verso il basso.
Per
una totale uniformazione, bisognerà attendere anche l'introduzione
di un unico regime fiscale per tutti i membri dell'UEM, ma per questo dovremo
attendere un nuovo passo verso l'unità europea che, nonostante gli
sforzi di molti uomini di buona volontà, non è ancora alle
viste.
Nell'insieme,
al cittadino italiano l'Euro dovrebbe portare un mix di praticità
e di stabilità che, passato lo sconcerto iniziale, non mancherà
di essere accolto con favore.
Al
di là del rimpianto, per così dire, sentimentale, per una
moneta che, nel bene e nel male, ci ha accompagnato dall'unità d'Italia
ad oggi, dovremmo provare la sensazione di un viaggiatore che, dopo una
navigazione procellosa, arriva finalmente in un porto sicuro.
La
storia della lira è stata costellata da troppe svalutazioni, troppi
momenti di crisi e anche da troppi errori di gestione perché gli
italiani possano deprecare la “perdita di sovranità” che l'introduzione
dell'Euro comporta.
Anche
senza riandare ai tempi in cui l'esportazione di capitali era un reato
penale, e la gente che voleva mettere i propri risparmi al sicuro all'estero
nei momenti di maggiore instabilità della moneta nazionale doveva
ricorrere a ogni genere di trucchi, il fatto di avere in tasca quella che
sarà senza dubbio la seconda, ma forse anche la prima moneta al
mondo per solidità e potere di acquisto, sarà sicuramente
di conforto. Inoltre, la consapevolezza di dovere ogni giorno guadagnarci
queste certezze ci incoraggerà, presumibilmente, a tenere come nazione
quei comportamenti virtuosi che abbiamo sempre un po' negletto, ma di cui
oggi apprezziamo infine i vantaggi.
Dovrebbero
cambiare anche tante cattive abitudini.
Per
un Paese fondatore dell'Europa, l'Italia è ancora maledettamente
provinciale, con un interesse per quanto avviene al di là delle
Alpi limitato a una cerchia ristretta di persone. Una volta adottato l'Euro,
non si potrà andare avanti così, perché i comportamenti
di un ministro dell'Economia spagnolo o belga, che oggi ci possono essere
indifferenti, cominceranno ad avere rilevanza anche per la nostra vita
quotidiana. Non solo gli operatori finanziari, ma moltissime altre persone
avranno un interesse diretto a informarsi su quello che succede nel resto
dell'Unione.
Con
questo interesse, aumenteranno anche la conoscenza delle lingue, la voglia
dei soggiorni di studio all'estero, insomma la spinta all'integrazione.
Con
un indubbio vantaggio per la nostra capacità di sviluppare un “sistema
Paese” adeguato alle nuove esigenze.
Certo,
hanno ragione coloro che lamentano la nascita di un Euro incompleto, che
non circolerà in quattro dei quindici Paesi dell'Unione, tra cui
la importantissima Gran Bretagna. E' una divisione carica di interrogativi
inquietanti, che non faciliterà la fase di avvio di un esperimento
che, per essere totalmente nuovo nella storia della finanza mondiale, è
anche suscettibile di inciampare. Ma tant'è, c'è stato chi,
come Regno Unito, Svezia e Danimarca, pur avendo i parametri in ordine,
ha preferito stare alla finestra e chi, come la Grecia, proprio non ce
l'ha fatta a mettersi in regola per tempo. Tutti si augurano che questa
divisione possa essere ricomposta nel giro di due-tre anni, ma perché
ciò avvenga bisogna che l'Euro sia davvero un successo. E a questo
anche noi cittadini dobbiamo contribuire, imparando a “pensare europeo”.
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