
|
|
|
| Nel
panorama della giovane pittura italiana, il caso di Marco Ceravolo,
bergamasco, è singolare, perché ci pone a metà tra
lo sguardo rivolto al recente passato, che insisteva sul ritorno alla pittura
dipinta, e l'uso ossessivo, concreto, di materiali che entravano a far
parte del dipinto, di materiali o meglio di teleri, che fondono piani di
relazione, che determinano lo spazio stesso, che innestano una sorta di
algebra poetica che mette in gioco continuamente e a intarsio, le idee,
le forme, il tempo mimato dell'universo.
Da sempre Ceravolo fa leva sul mare per mobilitare la sua poetica, aprendo al mito, all'uomo che si
pone dinanzi a se stesso, alla sua angoscia.
Questa pittura non è quindi un replay di paesaggio realista o impressionista, ma è volta a far leggere un paesaggio simbolo, una metafora forte, un motivo autre che apre a una pagina chiara, a un substrato di vita morale. Questo mare è pretesto al profondo sentire dell'artista, al fluttuare dell'identità personale nello slancio di identificazione con il cosmo, e si esprime talune volte, tattilmente, laddove il mare incontra la battigia ormai concreta, la stessa dei grandi poemi di “Seadrift” (Relitti marini) di Whitman, preannunciata nella strofa 22 di “Song of Myself” (Canto di me stesso). Quello stesso mare animistico che si protende sotto forma di prensili dita fa proprio pensare alle demoniache ondate dipinte dal giapponese Hokusai sullo sfondo del Fujiyama. Così Ceravolo oltre la testimonianza creativa dell'inglese Hockney che realizza quadri ambiente, evidenziando la situazione artificiosa coglie la forza cosmica, cielo, terra e mare, un vero e proprio slang, come di vertigine nata da un desiderio bruciante. Così come Ulisse, eroe omerico, viaggiatore che naviga tutti i tempi della storia, tutti i mari, Ceravolo forza il filo conduttore in un volo viaggio irrequieto tra disparati luoghi e momenti della storia umana e della sua biografia. E osservando le più recenti opere, in cui permane la stessa poetica, di terra e di mare, in cui la pittura aggrega la patina robusta di colore con la luce diafana e solare, e lo spazio costruisce una malinconia soggettiva, come un invito a rebours dal mondo all'io, ecco il colore freddo di un blu carico di fantasmi, che è scenario e diario informe di meditazioni e umori. Ceravolo reinterpreta il mare con una materia concitata e una luce mortifera sfigura il reale, portandosi con un'attenzione quasi metafisica, verso un'esperienza d'immersione nella realtà virtuale. Oggi la materia, il colore, è maggiormente padrone dello spazio dipinto, le macchie fortemente aperte sono come affabili, la natura parla per i lineamenti sostanziali che la scena esibisce all'occhio e porta a dipingersi sul cervello, e il cielo sprofonda nel cuore e lo tiene come in un sogno. C'è, pare oggi, più artificio, più memoria visionaria, tutto diviso tra coloremateria e quel frammento, tela di crosta terrestre che si fa somma e sottrazione. Tutto lo spazio è come intriso d'una calma abissale, e una luce vibra nell'aria e nel cielo e si fa specchio d'un miraggio che fa compagnia all'artista ormai lasciato solo a vivere questo paesaggio amato fino allo spasimo. Non meno interessante il motivo di costruzione dei dipinti, quasi una ricerca mentale di rendere assoluto il paesaggio, che diviene un mondo più astratto che visivo e organico, quasi che Ceravolo imponesse al suo dipingere un percorso a metà fra ricerca e lato estetico, un estetico mondo finito e infinito, in cui immergere emozioni e ossessioni, presente e futuro, dramma e serenità. Ecco il significato ancor più vivo oggi nei dipinti del Marco Ceravolo, ad ognuno capiterà di segnare un recinto e di trovare questo fra i quattro lati che l'artista ha ormai inondato di colore. Ancora una volta blu. ![]() |
| Leadership
Medica®
Copyright 1997© All Rights Reserved |
| This pages are maintened by
GTM Grafica Service & Network |
|