Il più
grande saltimbanco dell'arte di tutti i tempi. In fondo Picasso è
stato proprio questo: una maschera, un guitto, un coboldo della pittura
beffardo e inafferrabile, onnivoro e rapace. Tutti i maestri del Novecento
prima o poi hanno trovato una loro sigla personale, la cifra stilistica
e concettuale in cui racchiudere la loro vicenda artistica e umana. Lui
no.
Inquieto e caparbio, si
è sempre rimesso in discussione, pescan- do a piene mani nella realtà,
nel paesaggio, nella donna, nella storia, nel mito, nel lento, travagliato
processo creativo dei compagni d'avventura, stimoli sempre nuovi e nuove,
inedite soluzioni ai problemi della forma e della visione. Per questo Picasso
non è un pittore ma un intero universo presente in tutti grandi
musei del pianeta e sempre prodigo di scoperte e di nuove rivelazioni.
Se
pensiamo che le trecento opere presenti in questi giorni a Palazzo Grassi
sono state assicurate per 1.200 miliardi di lire, possiamo immaginare quale
possa essere, oggi, il valore commerciale di tutta la sua opera. Mercificazione
dell'arte? Certamente. Ma forse solo così è possibile afferrare
la dimensione mitica, assolutamente inarrivabile, di questo personaggio
che ha attraversato come una meteora questo nostro secolo al tramonto arricchendolo
di icone indimenticabili e della sua inesauribile vitalità.
Del resto, bastano sette
anni della sua attività per dare vita, qui a Venezia, a un mondo
esuberante e pagano, traboccante di felicità creativa e di geniali
metafore visive. Tra queste, le più intriganti sono senza dubbio
quelle legate alla Commedia dell'Arte e al mondo circense dei clown e dei
saltimbanchi. Picasso ha visto certamente in tutto questo una metafora
della condizione umana e più precisamente della condizione dell'artista
nella società. Così i suoi personaggi non sono ripresi nel
momento in cui danno sfogo al loro talento, ma sempre nei loro alloggiamenti
di fortuna o in mezzo a una strada, oppressi dalle necessità quotidiane
che incombono su di loro come su chiunque altro. Quasi a sottolineare l'assurdità
della loro situazione, la figura che spesso appare in atto di nutrirsi,
di lavarsi, di cullare un bambino, porta il costume anacronistico di un
giullare medievale con un berretto a sonagli, mentre in seguito verrà
sostituito dalla maschera di Arlecchino in cui, a volte, si identificherà
lui stesso o rivestirà il figlio Paul.
Travestimento vitale e catartico
in cui Picasso sperimenta il potere liberatorio della maschera e del trucco
rispetto alle proprie inibizioni. Sono anni fecondi e creativi per l'artista,
che in Italia vive un'intensa passione per la russa Olga Koklova, una ballerina
classica dalla bellezza solenne e statuaria. Ben presto, le tragedie europee
degli anni trenta, dalla guerra civile spagnola all'avvento del nazismo,
cancelleranno a poco a poco l'immagine di Arlecchino per sostituirla con
la mostruosa apparizione del Minotauro di Guernica.
Gianfranco Malafarina |
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Pablo Picasso - Arlecchino
(1923) - Olio su tela - 130 x 97 cm
Parigi, Musée
National d'Art Moderne
Centre Georges Pompidou |
Pablo Picasso - Maternità
(1921) - Olio su tela - 94,8 x 92,7 cm
Collezione privata, Courtesy
Jan Krugier Gallery, New York. |
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