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Nella seconda metà dell’Ottocento, in Francia, venne a definirsi in letteratura la necessità di evitare il fantastico e di privilegiare il realismo visto come narrazione di osservazioni dirette e specifiche del mondo e dell’aspetto sociale contemporaneo. Anche in ambito teatrale si verificò questa tendenza, che trovò in  
Victorien Sardou un validissimo testimone. Nato a Parigi nel 1831 da famiglia di estrazione piccolo borghese, dopo un’adolescenza non facile, Sardou interrompe gli studi di medicina per dedicarsi totalmente a ciò che da sempre aveva sentito urgere nel proprio animo: scrivere per il teatro. 
Le sue prime opere non si imposero subito all’attenzione dei critici ed ebbero difficoltà ad avere un seguito di pubblico. Ottenne la possibilità di farsi conoscere con il testo intitolato “La taverna degli studenti” (1854), che, comunque, fu sonoramente fischiato durante la prima rappresentazione all’Odeon. 
Sardou non si diede per vinto: riuscì ad introdursi nell’ambiente teatrale parigino e grazie al matrimonio con l’attrice Laurentine de Brécourt e al successivo incontro con Virginia Dejazet, una delle vedette del palcoscenico di allora, riuscì a far rappresentare l’opera “Le prime armi di Figaro” (1859), interpretata appunto dalla Dejazet. 
Finalmente furono il successo e la notorietà per Sardou che, in virtù soprattutto di questo testo e della sua eccellente interprete, si impose all’attenzione unanime degli estimatori e dei critici di teatro dell’epoca. 
Egli così iniziò a scrivere nuove opere a getto continuo. “Zampe di mosca” (1860) è commedia legata al genere vaudeville, già a suo tempo avviato al palcoscenico da  
Eugène Scribe (1791-1861). Sardou, infatti, ebbe l’opportunità di raccogliere l’eredità di Scribe, dato che le sue qualità di scrittore ne fecero autore dal dialogo scorrevole e dall’incredibile capacità di attuare trame intricate, ove il concatenarsi degli avvenimenti, degli equivoci e dell’intrigo costituisce il motore dell’azione. 
Nacque così quella forma di teatro che per decenni, in seguito, ottenne continui successi e l’approvazione del pubblico francese, e di cui Eugène Labiche fu il continuatore ideale. 
Le opere posteriori di Victorien Sardou si caratterizzano in drammi satirici, in cui l’autore utilizza l’ironia e fa satira politica e sociale, trattando le situazioni con toni di memoria aristofanesca e molieriana: Sardou, per esempio, si avventa contro la figura dell’uomo politico repubblicano Leon Gambetta in “Ragabas” (1872), contro i rivoluzionari della Comune parigina nel testo “L’odio” (1874), oppure traccia i lineamenti del complesso animo femminile, in modo comicamente irresistibile, in “Facciamo divorzio” (1880). 
Raggiunta l’estrema popolarità, divenne, inoltre, membro dell’Académie Française nel 1877, e fu assai stimato e benvoluto alla corte di Napoleone III. 
Lo scrittore concentrò il proprio interesse e talento anche nel genere del dramma storico; così, solo per citarne alcuni, i testi “Fedora” (1882), “Tosca” (1887), - in cui viene trattata la ben nota vicenda dall’esito tragico di Floria Tosca, amata e amante del pittore Cavaradossi, ma insidiata e ingannata dall’abominevole Scarpia, da cui Giacomo Puccini trasse poi la trama della celebre opera lirica omonima - e “Cleopatra” (1890); tra l’altro, questi stessi testi trovano fortuna di pubblico grazie alle magistrali interpretazioni offerte da una delle più grandi attrici del teatro mondiale, Sarah Bernhardt. 
Di genere più leggero è la commedia “Madame Sans-Gêne”, scritta insieme al Moreau nel 1893 e che divenne popolarissima a fine secolo. In “Madame Sans-Gêne” Sardou mette in scena la tipologia del  
parvenu sotto una luce ormai più confacente ad un pubblico borghese. 
Infatti, il parvenu, che in questo caso è una donna, viene delineato come carattere cordiale, che ispira una forte simpatia: Caterina, duchessa di Danzica, è una donna del popolo andata in sposa al maresciallo Lefebvre, che anche alla corte di Francia mantiene la propria spontaneità e franchezza, risultando simpatica al pubblico perché tale, appunto, in quanto esprime e non nasconde le proprie origini popolane, ossia le stesse di gran parte degli spettatori che acclamavano le opere di Sardou. 
Puntiglioso e puntuale nelle sue trame sia nella commedia sia nei drammi storici, attento osservatore dell’animo umano e della società, egli riuscì a non farsi dimenticare grazie al suo pregevole talento di scrittore e ancor oggi continua ad essere messo in scena. 
Accanto a Sardou, che solo in certi testi si fece carico dell’eredità di Scribe, un altro autore focalizzò la propria attività nel genere della commedia vaudeville, e cioè  
Eugène Labiche (1815-1888). 
Rifacendosi inconsapevolmente alle tematiche del teatro comico classico, scrisse all’incirca un centinaio di testi. 
Suoi “Un cappello di paglia di Firenze” (1851), da cui René Clair trasse nel 1927 l’omonimo film, “Il viaggio del signor Perrichon” (1860), “La grammatica” (1867) e “Il più felice dei tre” che è del 1870, anno in cui Labiche smise di creare nuove opere teatrali. 
Nel 1875, seppur restio, accettò di riunire la maggior parte dei propri testi in un volume dal titolo “Teatro completo”. 
Egli attuò un ritratto preciso e piccante della borghesia parigina, grazie ad un teatro brillante e scherzoso, dall’umorismo dinamico, permeato di un sano buon senso ed inesauribile nelle trovate. Tramite quest’approccio divertente realizzò, altresì, una critica particolare delle debolezze, delle abitudini e del costume della borghesia francese, alle soglie ormai del Novecento. 
 
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