Fino
a qualche anno fa, il concetto di “invasività” non rientrava nei
termini più comunemente usati in Medicina.
Con il progresso tecnologico
e la messa a punto di innumerevoli tecniche diagnostiche e terapeutiche,
le espressioni “indagine non-invasiva o poco o molto invasiva” sono divenute
così usuali da essere utilizzate pressoché quotidianamente
(1).
La chirurgia tradizionale,
invasiva per eccellenza, non è mai stata definita con questo termine;
comunque, in alternativa e per alcune particolari situazioni, le incisioni
cutanee potevano essere più limitate definendole minilaparotomie
o minitoracotomie.
Quindi, prima della fine
degli anni '80 non si è mai fatta menzione della chirurgia mininvasiva,
che è divenuta di uso abituale per indicare un nuovo modo di operare
al torace o all'addome.
Si tratta di eseguire l'intervento
chirurgico utilizzando particolari strumenti, con l'ausilio del mezzo televisivo
(video assistito), introdotti nell'organismo attraverso piccolissime incisioni
per lo più multiple da cui: chirurgia mininvasiva o chirurgia endoscopica
mininvasiva.
Fatta questa premessa è
bene fin d'ora intendersi sul fatto che i principi portanti della chirurgia
tradizionale debbono essere rispettati anche con questo nuovo modo
di operare. Pur senza cedere ai cosiddetti facili entusiasmi, penso che
questa chirurgia mininvasiva abbia aperto la via alla moderna chirurgia.
D'altra parte, la motivazione
a tanti progressi nella storia della Medicina è stata l'esigenza
di dover dare prospettive terapeutiche nuove ad una pressante domanda sociale;
in questo caso, quale migliore servizio se si offre al paziente una buona
e soddisfacente operazione chirurgica con il rispetto dell'integrità
esterna del suo fisico?
Si tratta quindi di interventi
impostati per ridurre al minimo il trauma dell'accesso senza venire meno
alle regole dettate dall'anatomia e dalla tecnica chirurgica.
A questo proposito va precisato
che chirurgia mininvasiva non significa riduzione del rischio operatorio
né rappresenta un atto chirurgico che richieda minore competenza.
Anzi, tenuto conto del fatto che bisogna tendere a raggiungere gli stessi
risultati con una incidenza di morbidità e mortalità almeno
uguali, se non inferiori, a quelli ottenuti con la chirurgia tradizionale,
è quanto mai necessario che nell'ambito di quell'intervento che
si ha in animo di eseguire siano identificati preventivamente i fattori
di rischio (2).
In questa nota riporteremo
lo stato dell'arte della chirurgia laparoscopica e le sue prospettive alle
soglie del III millennio.
In questi ultimi anni lo
scenario è enormemente cambiato; infatti, fino a poco tempo fa tutti
noi ci riferivamo ai dati conseguenti ad iniziali esperienze nel campo
della chirurgia laparoscopica e ci domandavamo se quell'intervento poteva
essere eseguito con questo nuovo modo di operare.
Oggi ci troviamo in una
condizione assai diversa.
Siamo, infatti, in grado
di valutare e discutere le indicazioni e i risultati derivanti da molti
studi randomizzati e da numerose consensus conferences.
Pertanto riteniamo di poter
individuare quale intervento può essere eseguito laparoscopicamente
e quando.
In questi ultimi quattro
anni, quasi tutti gli interventi condotti con la chirurgia tradizionale
sono stati eseguiti anche con la chirurgia mininvasiva, inclusi quelli
di chirurgia pediatrica ed effettuati su donne gravide.
La sensazione è che
in questo periodo la maggior parte dei chirurghi esperti in chirurgia mininvasiva
ha cercato di dimostrare la fattibilità degli interventi per
via video-assistita che in passato si eseguivano ad addome aperto, compresi
i più complicati come la pancreatectomia o le resezioni epatiche.
Comunque crediamo fermamente
che questo modo di procedere, questa sfida, non sempre rappresenta il miglior
beneficio per il paziente; pertanto, crediamo che questa revisione della
Letteratura dedicata all'argomento debba essere limitata a quelle aree
dove i risultati ottenuti con la chirurgia mininvasiva sono ormai accettati
e consolidati dalla sperimentazione clinica come il trattamento dei calcoli
della via biliare, della patologia del giunto gastro-esofageo, delle lesioni
benigne di organi solidi, della chirurgia dell'obesità, della chirurgia
laparoscopica ambulatoriale, di quella oncologica ed infine il ruolo della
laparoscopia in urgenza.
Colecisti e vie biliari
principali
Sebbene oggi la colecistectomia
laparoscopica (CL) venga considerata universalmente la procedura di scelta
nel trattamento della calcolosi della colecisti, il problema del trattamento
di pazienti con calcolosi della via biliare principale è ancora
dibattuto.
Eseguire preoperatoriamente
una colangiopancreatografia retrograda per via endoscopica (CPRE) in tutti
i pazienti con sospetto clinico, di laboratorio ed ecografico di calcolosi
della via biliare principale è inaccettabile, a causa dell'alto
numero di falsi negativi, superiore al 50%.
L'uso routinario della colangiografia
perlaparoscopica sembra la soluzione migliore, impiegando invece, nei casi
dubbi, la coledocoscopia e/o l'ecografia intraoperatoria.
Con l'avvento della colecistectomia
laparoscopica, di fronte a pazienti con calcolosi della VBP, la sfinterotomia
endoscopica (SE) preoperatoria è stata l'opzione terapeutica più
usata con percentuali di successo pari all'85-90% e con una morbidità
di circa il 4%.
Partendo da questi presupposti,
qualora la calcolosi della VBP venga identificata prima dell'intervento,
il logico iter da eseguire sembra il trattamento sequenziale SE e CL. La
progressiva presa di confidenza con metodiche quali la colangiografia,
la coledocoscopia e l'ecografia intraoperatoria, ha spronato alcuni Autori
a cercare di trattare la calcolosi della VBP durante l'esecuzione della
CL (trattamento in un tempo unico). Sono state descritte un gran
numero di tecniche differenti mediante le quali l'asportazione dei calcoli
dalla VBP può essere ottenuta impiegando un cestello di Dormia sotto
controllo radioscopico oppure sotto controllo coledocoscopico, sfruttando
indifferentemente l'accesso transcistico o coledocotomico.
Per evitare il rischio di
una sutura della VBP, sono stati introdotti sul mercato coledocoscopi molto
sottili che rendono possibile l'ispezione della VBP anche in caso di dotto
cistico di piccole dimensioni; la dilatazione del dotto cistico per facilitare
il passaggio di un coledocoscopio è un mezzo impiegato già
da tempo.
L'utilizzo di tutte queste
nuove e sofisticate applicazioni tecnologiche, rende possibile la bonifica
della VBP in oltre il 77% dei casi. Solo la calcolosi della VBP prossimale,
a livello del dotto epatico o dei dotti intraepatici, è difficilmente
trattabile attraverso questa via.
Un recente studio multicentrico
dell'European Association of Endoscopic Surgery (EAES) su 212 pazienti
con calcolosi della colecisti associata a litiasi della VBP, atto a comparare
i risultati del trattamento sequenziale SE-CL versus il trattamento in
un tempo unico, ha dimostrato la stessa percentuale di successo e di complicanze,
indicando però per il trattamento sequenziale una ospitalizzazione
più breve. Inoltre, l'asportazione transcistica dei calcoli si è
rivelata superiore alla coledocotomia in termini di morbidità e
durata della degenza.
Infatti, in caso di coledocotomia
è quasi sempre indispensabile posizionare un tubo a T o un drenaggio
transcistico, che vengono poi asportati dopo alcune settimane (3). Alcuni
Autori, tra cui Croce E. et al. hanno riportato 50 casi consecutivi di
coledocotomie senza drenaggio ed assenza di complicanze (3). Ciononostante,
in questo campo in piena evoluzione, non c'è ancora unanimità
sul tipo di trattamento, in quanto in alcuni centri il trattamento
in un tempo unico, in caso di impossibilità a rimuovere chirurgicamente
i calcoli dalla VBP per via transcistica o coledocotomica a causa di difficoltà
tecniche o per anomalie anatomiche o per mancanza di maturata esperienza
del chirurgo in questo tipo di chirurgia, prevede l'esecuzione di una SE
durante la CL.
In questo caso, è
indispensabile la presenza dell'endoscopista in sala operatoria per poter
eseguire una SE intraoperatoria. In questo modo si eviterà al paziente
il rischio e il disagio di un ulteriore trattamento endoscopico nel post-operatorio.
Le presunte difficoltà di cannulare la papilla di Vater in posizione
supina, di fatto non esistono anzi, talora risulta anche più semplice;
il paziente, infatti, è in anestesia generale e spesso il cateterismo
della papilla per via transcistica rende più agevole posizionare
il cannulotomo (“rendez-vous” laparo-endoscopico). Unica accortezza, è
quella di clampare, se è possibile, il digiuno prossimale, evitando
in questo modo una sovradistensione gassosa intestinale fastidiosa nel
postoperatorio. In alternativa, è stata descritta una tecnica, definita
SE anterograda, per eseguire una SE utilizzando un corto sfinterotomo introdotto
dal dotto cistico fino alla papilla e controllato endoscopicamente (4).
Un altro importante contributo
dell'endoscopia flessibile alla laparoscopia, in particolare in questi
ultimi anni, è rappresentato dal trattamento endoscopico delle complicanze
occorse durante un intervento laparoscopico.
Infatti, la CPRE associata
ad altre tecniche interventistiche (SE, posizionamento di sondino
naso-biliare, dilatazione pneumatica, applicazione di protesi), è
stata di grande aiuto nella diagnosi e nel trattamento di alcune complicanze
della CL (Figura 1a, 1b) (5).
Lesioni della VBP di piccola
entità o più spesso del dotto cistico, stenosi precoci o
tardive e persino transezioni complete della VBP, possono essere trattate
conservativamente per via endoscopica oppure in combinazione con tecniche
radiologiche percutanee.
In questo modo anche il
trattamento endoscopico delle complicanze permette di rispettare
i principi della chirurgia mininvasiva (6,7).
La possibilità di
eseguire una CL mediante l'impiego di minisonde laparoscopiche è
stata descritta ed utilizzata in casi selezionati; questa tecnica può
essere considerata una valida alternativa alla procedura standard in ragione
di un presunto minor trauma e di un dolore postoperatorio ancora inferiore,
anche se non risulta sempre facile l'aspirazione di eventuali coaguli.
Esofago e giunzione esofagogastrica
In questi ultimi anni, mentre
nuovi farmaci come i procinetici ma specialmente gli inibitori della pompa
protonica (IPP) hanno migliorato i risultati della terapia medica, l'interesse
per il trattamento chirurgico del reflusso gastroesofageo (RGE) è
aumentato grazie alla evoluzione delle tecniche laparoscopiche.
L'esperienza accumulata
con la chirurgia tradizionale ha ispirato le tecniche laparoscopiche correntemente
eseguite oggi; non a caso, gli eccellenti risultati estetici, lo scarso
o nullo dolore postoperatorio e la degenza breve, caratteristiche tipiche
della chirurgia mininvasiva, hanno contribuito ad incrementare il numero
di pazienti affetti da RGE per i quali è consigliabile il trattamento
chirurgico (8).
E' noto che il RGE è
un patologia benigna, complessa e multifattoriale ed un'attenta valutazione
e selezione dei pazienti rappresenta la chiave del successo chirurgico.
Non c'è dubbio che
alcuni Autori consigliano la chirurgia in caso di RGE refrattario alla
terapia medica. Noi riteniamo, invece, che quando un paziente non risponde
alla terapia medica, non può essere considerato il miglior candidato
all'intervento chirurgico e le cause dei sintomi devono essere ricercate
altrove.
La realtà è
che ci sono pazienti con esofagite di grado medio/grave che non possono
cambiare facilmente il loro stile di vita e sono costretti a una terapia
a base di IPP per tutta la vita; per qualche paziente a lungo andare diviene
difficile continuare la terapia e anche le restrizioni dietetiche divengono
un peso difficile da sopportare.
E' in questi casi che
la chirurgia del RGE offre una valida alternativa alla terapia medica;
inoltre, essa svolge un ruolo importante nel controllo di alcuni
sintomi quali asma, raucedine, tosse, dolore retrosternale, polmoniti “ab
ingestis” o nel prevenire alcune complicanze del RGE quali la stenosi esofagea
(9).
Il trattamento dell'esofago
di Barrett rimane un argomento ancora controverso; alcuni Autori consigliano
interventi antireflusso, altri suggeriscono, in caso di displasia severa,
l'esofagectomia o la fotocoagulazione laser.
Altri elementi possono avere
peso determinante nella scelta del trattamento medico o chirurgico. Infatti
in alcuni Paesi, l'alta prevalenza del RGE e le limitate risorse disponibili,
possono far pendere l'ago della bilancia verso un trattamento chirurgico
piuttosto che medico. Uno studio condotto negli Stati Uniti ha indicato
un risparmio di circa 1500 dollari in 10 anni, nei pazienti sottoposti
ad intervento chirurgico rispetto a quelli sottoposti a trattamento medico.
Sebbene non esistano in
Letteratura trials comparativi tra l'uso degli IPP e chirurgia, è
stato chiaramente dimostrato che in pazienti con RGE di grado severo, l'esecuzione
di una plastica antireflusso sec. Nissen è più efficace
nel risolvere i sintomi e ridurre l'esofagite, rispetto ad una terapia
medica convenzionale intermittente o di mantenimento. Secondo noi, il miglior
candidato all'intervento chirurgico è rappresentato dal paziente
giovane, fisicamente integro con una esofagite di grado medio/grave caratterizzata
da frequenti recidive.
Tra le diverse tecniche
sviluppate e proposte per il trattamento del RGE, le tecniche di Nissen
o Nissen-Rossetti, rappresentano per la maggior parte dei chirurghi il
“gold standard” delle tecniche antireflusso (Figura 2). Queste tecniche
sono associate ad un modesto ma significativo rischio di complicanze postoperatorie,
quali l'ernia paraesofagea, la stenosi iatale ma specialmente la disfagia
precoce o tardiva.
L'esecuzione laparoscopica
di queste tecniche può anche presentare delle difficoltà
dovute alla presenza di un lobo sinistro del fegato ipertrofico, all'obesità
e alla fibrosi periesofagea secondaria a precedenti interventi chirurgici.
In caso di esofago corto, il trattamento di scelta è rappresentato
da una gastroplastica secondo Collis, che eseguita laparoscopicamente può
risultare indaginosa. Anni di dibattiti su dettagli tecnici relativi all'intervento
di Nissen eseguito per via tradizionale, hanno portato oggi ad essere tutti
d'accordo su un principio fondamentale: questo intervento laparoscopico
è un intervento semplice e come tale, alcune manovre non necessarie
devono essere evitate. La sezione dei vasi gastrici brevi è risultata
essere inutile nella maggior parte dei casi; uno studio Ph manometrico
24 h, la valutazione dei sintomi legati al reflusso gastro-esofageo, hanno
dimostrato differenze non significative tra pazienti con o senza sezione
dei vasi brevi.
Infatti, solo il fondo gastrico
dovrebbe essere usato come “flap” al fine di eseguire una “floppy” Nissen;
l'errore di usare il corpo gastrico è ancora oggi la causa principale
di eccessiva trazione sui vasi brevi, condizione favorente una loro rottura
e sanguinamento oltre che causa di disfagia precoce (10).
Un recente studio ha dimostrato
che il tasso di reintervento e/o complicanze è legato alla esperienza
del chirurgo.
Sembra lecito poter affermare
che dopo aver eseguito 20 interventi i risultati siano migliori, le complicanze
ridotte e che la lunghezza dell'intervento si stabilizzi in media sulle
1,5 h. I risultati chirurgici non sono influenzati dal grado di esofagite
preoperatoria.
Paragonata agli interventi
laparotomici, la laparoscopia sembra gravata da maggiori rischi di perforazione
gastrica ed esofagea attraverso 3 meccanismi ben noti: una preparazione
impropria dello spazio retroesofageo, un'eccessiva forzatura nel passaggio
della sonda calibrante attraverso il viscere ed infine il decubito delle
suture. Ovviamente l'incidenza di tali complicanze è strettamente
legata alla curva di apprendimento. In pazienti affetti da acalasia, è
possibile eseguire una cardiomiotomia laparoscopica, ma non
c'è consenso unanime sulla necessità di completare questo
intervento con una plastica antireflusso; alcuni Autori suggeriscono l'esecuzione
di una emifundoplicatio sec. Dor o un l'intervento di Toupet. Studi recenti
dimostrano una competenza dello sfintere esofageo inferiore e nessun reflusso
patologico alla Ph manometria 24 h, in pazienti sottoposti a breve miotomia.
La nostra esperienza ci
ha dimostrato che si possono raggiungere risultati permanenti eseguendo
invece un'ampia miotomia completata da una fundoplicatio totale.
Questa tecnica, è
sicura, efficace e durevole garantendo allo stesso tempo i vantaggi
della miotomia e dell'intervento antireflusso. L'esecuzione di una miotomia
per via laparoscopica, pur essendo agevole, richiede una grande perizia
chirurgica al fine di evitare una incompleta sezione delle fibre muscolari
o una perforazione della mucosa esofagea.
L'asportazione per via toracoscopica
di leiomiomi o di diverticoli esofagei può essere facilitata dall'impiego
simultaneo di un gastroscopio che, per transilluminazione, facilita l'individuazione
della lesione oppure può consentire un'adeguata controtrazione durante
le manovre di dissezione; inoltre in caso di leiomioma, una volta asportato,
l'insufflazione di aria permette il controllo della miotomia ed un'agevole
sutura dello strato muscolare dell'esofago.
Spesso, il contemporaneo
impiego di un esofago-gastroscopio durante questo tipo di chirurgia, può
facilitare l'identificazione dell'esofago a livello dei pilastri diaframmatici;
questo approccio combinato è divenuto oramai sempre più utilizzato
durante molti interventi sul giunto esofagogastrico (acalasia, RGE) (11).
Alla stregua di un gastroscopio, può essere impiegato un apposito
dispositivo flessibile di circa 60 French di diametro, dotato di un puntale
illuminato (Endolumina).
Oncologia
Mi è sembrato corretto,
parlando di laparoscopia in oncologia, separare l'esposizione in
due parti: la diagnostica e la terapeutica. La prima ha ormai acquisito
consensi indiscutibili, la seconda rappresenta invece uno degli argomenti
più controversi della moderna chirurgia.
La laparoscopia diagnostica
oscurata alla fine degli anni '70 e '80 dalle metodiche di immagine radiologiche,
ha riacquistato tutto il suo valore con l'avvento della chirurgia mininvasiva.
In tutti i casi in cui le indagini routinarie preoperatorie si sono dimostrate
dubbie o inconcludenti, la valutazione laparoscopica preoperatoria della
cavità peritoneale è divenuta necessaria tanto in urgenza
quanto in caso di pazienti affetti da neoplasie. La valutazione dell'estensione
locale della neoplasia e l'identificazione di eventuali micrometastasi
peritoneali e/o epatiche, non evidenziabili neppure con le più raffinate
metodiche di “imaging”, possono essere facilmente evidenziate per via laparoscopica,
anche in anestesia locale, associando, in alcuni casi, una blanda sedazione
endovenosa; nel caso poi fosse necessario, è possibile eseguire
allo stesso tempo prelievi bioptici multipli. Così facendo, molte
inutili laparotomie possono venire risparmiate (12).
Dall'altra parte ci chiediamo:
la laparoscopia terapeutica in oncologia rappresenta una realtà,
una prospettiva o una sfida ?
La realtà è
che, oggigiorno, ogni intervento per cancro eseguito per via laparotomica
può essere riprodotto per via laparoscopica o laparoassistita, un'incisione
di alcuni centimetri. permette la rimozione del pezzo chirurgico e di eseguire
suture o anastomosi viscerali.
La chirurgia mininvasiva
in oncologia non può essere considerata una sfida in quanto in questi
ultimi 4 anni siamo stati abituati ad eseguire gastrectomie totali, resezioni
epatiche, anastomosi pancreatico-duodenali, ampie linfoadenectomie retroperitoneali
in caso di tumori germinali, etc., senza considerare i vari interventi
eseguiti per tumori colorettali.
Per questo motivo, ci sembra
che le controversie sul tema, siano più legate alle delicate implicazioni
di carattere etico piuttosto che al reale concetto di fattibilità,
da cui nascono le prospettive: quale sarà in futuro il valore della
chirurgia mininvasiva nei pazienti affetti da tumore? Per rispondere a
queste domande bisognerà valutare quale sia il reale beneficio per
il paziente e quale il vantaggio dal punto di vista economico.
Nella nostra analisi, abbiamo
voluto valutare in modo particolare il cancro colorettale, una comune patologia,
trattata per via laparoscopica sin dal 1991 con buoni risultati e con un
considerevole follow-up (12, 13).
La sicurezza in oncologia
non è riferita solamente alla mortalità e morbidità
operatoria ma anche al controllo a lungo termine della malattia.
Studi su pezzi operatori, hanno dimostrato margini di sezione e quantità
di linfonodi asportati sovrapponibili a quelli ottenibili per via laparotomica.
Lo pneumoperitoneo è
stato accusato di essere responsabile di disseminazione metastatica intraoperatoriamente,
senza però il conforto di prove definitive.
L'anidride carbonica si
è dimostrata forte stimolatrice in vitro della crescita di cellule
tumorali in confronto all'elio, ma le implicazioni cliniche che ne
potrebbero derivare sono lungi dall'essere dimostrate.
E' stato però evidenziato
un alto rischio di impianto metastatico a livello delle ferite dei trocars.
Una revisione della American Society of Colon and Rectal Surgeons (Laparoscopic
Registry) su 480 pazienti operati per tumore colorettale (minimo follow-up
12 mesi), hanno evidenziato in 5 pazienti (1.1%) una ripetizione metastatica
sulle incisioni dei trocars rispetto allo 0.6% riportato per la chirurgia
tradizionale (Reilly 1711 pazienti, follow-up minimo 3 anni). Molti altri
studi comparativi tra laparoscopia e chirurgia tradizionale per cancro
colorettale sono stati effettuati mostrando percentuali di sopravvivenza
e di recidiva sovrapponibili.
Per quanto riguarda l'utilità,
ci sembra che in chirurgia oncologica i tipici vantaggi della chirurgia
mininvasiva siano senza dubbio meno apprezzabili.
Probabilmente il dolore
postoperatorio è minore, ma la durata dell'intervento è molto
spesso più lunga e l'ileo paralitico postoperatorio e la rapida
rialimentazione non differiscono sostanzialmente dalla chirurgia tradizionale.
Perciò, in prospettiva
sarà necessario l'impiego di nuovi strumenti e l'affinamento delle
tecniche, al fine di ridurre non solo i tempi operatori ma anche per incrementare
il numero di chirurghi capaci di eseguire queste tecniche operatorie.
Organi solidi
La laparoscopia è
una metodica che può essere impiegata con relativa sicurezza nel
trattamento di cisti epatiche, tumori benigni o in caso di iperplasia focale
epatica.
Anche il trattamento della
idatidosi epatica ha garantito buoni risultati, se eseguito laparoscopicamente.
Una cistectomia parziale con omentoplastica è considerato l'intervento
di scelta; in alcuni casi invece, si preferisce la fenestrazione della
cisti, operazione eseguibile anche mediante l'utilizzo di un dispositivo
YAG Laser, al fine di ridurre il rischio di sanguinamento. Il trattamento
laparoscopico riproduce il trattamento chirurgico standard, ma è
seguito da una convalescenza più rapida e priva di dolore con una
più rapida ripresa dell'attività lavorativa.
Per quanto riguarda la chirurgia
epatica uno dei principali problemi è rappresentato dalla diagnosi
differenziale delle neoplasie (12).
In caso di metastasi epatiche
dimostrate laparoscopicamente, è possibile eseguire durante lo stesso
intervento l'escissione della lesione. In alternativa è possibile
adoperare la crioterapia o la sonda a radiofrequenze o guidate ecograficamente
come avviene in chirurgia tradizionale.
La chirurgia epatica maggiore,
come le segmentectomie, le lobectomie o le epatectomie sono tecnicamente
fattibili, ma le esperienze a riguardo sono limitate a pochi casi.
In pazienti affetti da cancro
pancreatico, la laparoscopia diagnostica è di grande valore una
corretta stadiazione del tumore. Inoltre, in caso di tumori inoperabili,
è possibile eseguire by-pass biliari e digestivi palliativi. In
caso di pancreatite cronica è possibile eseguire, a scopo
antalgico, una wirsungdigiunostomia oppure una resezione del 70% del pancreas
distale con splenectomia; questi interventi sono tecnicamente facili da
eseguire, sicuri e caratterizzati da una rapida ripresa del paziente.
In caso di sindrome di Cushing,
è possibile eseguire una surrenalectomia laparoscopica, procedura
caratterizzata da un breve ricovero e una rapida ripresa funzionale, specie
se paragonata alla terapia chirurgica tradizionale.
Di recente la laparoscopia
diagnostica associata all'ecografia intraoperatoria, si è dimostrata
di grande utilità nella diagnosi e localizzazione di piccoli tumori
endocrini del pancreas. Un ulteriore passo avanti è stato fatto
eseguendo la resezione laparoscopica di queste lesioni (12).
Nel corso degli ultimi 4
anni, la splenectomia laparoscopica è divenuta assai diffusa.
Può essere eseguita
in tutta sicurezza anche nei bambini, rappresentando la procedura di scelta
in caso di malattia di Hodgkin, ellissocitosi, sferocitosi e porpora trombocitopenica
idiopatica.
Chirurgia dell'obesità
L'obesità è
sempre stata considerata una controindicazione all'esecuzione della
chirurgia mininvasiva; in questi ultimi anni, invece, il trattamento di
questa condizione patologica per via laparoscopica ha trovato sempre più
sostenitori. La chirurgia dell'obesità patologica è
essenzialmente basata su due tecniche: l'esecuzione di by-pass biliopancreatici
ed intestinali e gli interventi vertenti a ridurre la capacità gastrica.
La prima metodica è di difficile esecuzione laparoscopica, mentre
una gastroplastica verticale o un bendaggio gastrico possono essere effettuati
con successo e con un tempo di esecuzione non superiore ad 1-1.5
h. Il bendaggio gastrico è divenuto oggi l'intervento più
eseguito, grazie alla sua semplicità e che comunque consente la
sua rimozione in caso di complicanza. Lo scopo di questa tecnica è
quello di eseguire una piccola camera gastrica di soli 40-50 ml con una
porta di deflusso di 13-15 mm di diametro. I vantaggi della laparoscopia
in questi pazienti sono molti: tra questi la precoce mobilizzazione dei
malati riduce i rischi di trombosi venose profonde e di complicanze
respiratorie; inoltre, l'assenza di ampie incisioni, di fatto elimina la
possibilità di infezioni delle ferite. L'ipercapnia secondaria all'esecuzione
del pneumoperitoneo, rappresenta il maggior inconveniente nei pazienti
obesi; per tale motivo, la durata dell'intervento deve essere limitata.
L'uso di un sospensore di parete, frequentemente usato per altri interventi
laparoscopici incluse le resezioni coliche, non è ovviamente applicabile
in caso di pazienti obesi (Figura 3).
Chirurgia laparoscopica
ambulatoriale
Con l'introduzione da parte
delle pubbliche amministrazioni del DRG, si è aperto un nuovo scenario
per quanto riguarda l'ospedalizzazione che tende ad essere sempre
più breve.
In questo modo, i pazienti
vengono ricoverati spesso il giorno stesso dell'intervento, anche se si
tratta di interventi di media chirurgia, e sono dimessi prima che il loro
decorso clinico sia concluso.
I vantaggi economici portati
dalla chirurgia mininvasiva, caratterizzati da una breve ospedalizzazione,
da soli controbilanciano l'incremento dei costi di uno strumentario operatorio
appositamente dedicato. Da questo punto di vista, la chirurgia laparoscopica
ambulatoriale è divenuta molto popolare per procedure quali la colecistectomia,
l'appendicectomia e l'ernioplastica. Voitk ha evidenziato che l'87% delle
colecistectomie sono passibili di un trattamento ambulatoriale. Altri
studi hanno anche evidenziato che la percentuale complessiva di nuovo
ricovero dopo laparoscopia ambulatoriale non è superiore al 39%.
La verità è che la laparoscopia ambulatoriale porta chiari
benefici dal punto di vista economico ma per i pazienti, al contrario,
ci potrebbero essere inutili rischi specialmente in caso di complicanze
individuate tardivamente. Da questo punto di vista un'attenta selezione
dei pazienti è fondamentale. Infatti soggetti affetti da malattie
cardiopolmonari o da altre gravi lesioni o semplicemente avanti con l'età,
che vivono da soli o lontano da un centro medico, non dovrebbero essere
trattati ambulatoriamente.
Una volta escluse queste
condizioni di rischio, il tasso di reammissione in ospedale dopo laparoscopia
ambulatoriale scende al 5,9% solamente. Inoltre, nuove opportunità,
quali i “recovery hotel” introdotti per primi dalla Yale University, forniscono
la possibilità di tenere i pazienti sotto controllo medico per più
tempo senza però avere i costi di degenza di un ospedale.
Laparoscopia d'urgenza
Così come nei pazienti
oncologici, anche in emergenza la laparoscopia diagnostica svolge un ruolo
molto importante. Inoltre, in alcuni casi è possibile effettuare
anche l'immediato trattamento. L'esplorazione laparoscopica in emergenza
della cavità addominale non richiede le stesse attrezzature della
sala operatoria e può anche essere eseguita al letto del malato
in terapia intensiva. Di converso, una équipe specializzata deve
essere disponibile 24 ore al giorno per una procedura non proprio frequente.
Perciò, questa competenza sembra possibile solo in grossi centri
dotati di trauma center di secondo livello. Le emergenze che possono trovare
giovamento dalla laparoscopia sono le sindromi dolorose dei quadranti addominali
destri, la colecistite acuta, l'ulcera peptica o diverticoli perforati,
occlusione intestinale, emorragie interne e l'ischemia mesenterica (9,10).
La diagnosi differenziale
nelle sindromi dolorose dei quadranti inferiori destri può causare
alcune difficoltà, specialmente nelle giovani donne; in questi casi,
la laparoscopia in emergenza ha ridotto il numero di appendicectomie non
necessarie e la guarigione dopo appendicectomia laparoscopica è
piuttosto rapida se paragonata a quella tradizionale. Ciononostante, in
presenza di un'appendice gangrenosa, è più prudente un approccio
tradizionale a causa dell'elevato tasso di complicanze riportate. La diagnosi
e il trattamento laparoscopico di una colecistite acuta richiede una buona
competenza chirurgica (Figura 4).
La presenza di un'ulcera
peptica perforata merita un'immediata diagnosi e trattamento, specie nei
pazienti più anziani, in cui un qualsiasi ritardo terapeutico
implica un tasso di mortalità elevatissimo prossimo al 90%. Il trattamento
laparoscopico può essere agevole specie in caso di perforazione
della parete anteriore del duodeno, mentre il controllo adeguato di una
perforazione gastrica può risultare invece difficoltoso
a causa della sclerosi conseguente della parete (11). In caso di perforazioni
della parete posteriore è quasi sempre necessario un intervento
laparotomico. Non c'è bisogno di associare una vagotomia a completamento
dell'intervento d'urgenza in quanto, sia gli inibitori della pompa protonica
che i farmaci contro l'Helicobacter Pylori, se presente, sono efficaci
nel ridurre il rischio di recidiva. Anche il trattamento in elezione dell'ulcera
peptica, mediante vagotomia posteriore e sieromiotomia anteriore o vagotomia
posteriore con vagotomia anteriore altamente selettiva, enfatizzato in
questi ultimi anni, sembra avere indicazioni limitate.
Una minima contaminazione
peritoneale da un diverticolo colico perforato può anche essere
trattata laparoscopicamente suturando la breccia e posizionando un drenaggio,
ma una resezione intestinale accompagnata o meno da una stomia, sembra
l'intervento più indicato; infatti la resezione del sigma per via
laparoscopica, in caso di malattia diverticolare, ha dato risultati incoraggianti.
Il trattamento laparoscopico di occlusioni intestinali del piccolo intestino
sembra controindicato in caso di sovradistensione intestinale a causa dell'ovvio
rischio di perforazione del viscere e per l'inadeguatezza dello spazio
endoaddominale. L'eventuale lisi di aderenze, se causa dell'occlusione,
può essere eseguita agevolmente (Figura 5). Patologie a livello
della bassa pelvi o retroperitoneali, invece, non possono essere valutate
con questi mezzi.Pazienti con il sospetto di un emoperitoneo e con accertamenti
preoperatori non dirimenti, possono essere valutati laparoscopicamente,
specialmente in caso di ferite penetranti o traumi chiusi. La percentuale
di falsi positivi al lavaggio peritoneale è maggiore dell' 11-25%;
è in questi casi che la laparoscopia può evitare a questi
malati una laparotomia inutile.
L'ischemia mesenterica può
facilmente essere diagnosticata e controllata nel tempo lasciando
una cannula laparoscopica in sede per un eventuale “second look” laparoscopico
a 12-24 ore di distanza (Figura 6). La conoscenza delle potenzialità
e dei limiti della laparoscopia in emergenza può aiutarci ad identificare
i tempi e le indicazioni corrette perché questa metodica sia eseguita
in queste condizioni.
Conclusioni
Riteniamo che la chirurgia
mininvasiva non debba essere considerata un mito o una realtà di
domani, ma una certezza di oggi. Questa nota espone le indicazioni, i risultati
e i limiti della chirurgia mininvasiva; ancora oggi esistono dubbi ed incertezze,
ma siamo certi che questo millennio si concluderà con idee molto
più chiare o sicuramente meno confuse. Da ciò
derivano l'immagine ed il ruolo del chirurgo di domani, che dovrà
operare nella società del III millennio. Per la chirurgia mininvasiva
avanzata il 2000 è oggi.
Infatti, la visione tridimensionale,
la realtà virtuale, la robotica, in una parola la videopresenza,
è una realtà che necessita solo di qualche perfezionamento,
ma che di fatto rappresenterà il bagaglio tecnologico necessario
per le future generazioni di chirurghi che opereranno con tute spaziali
ed occhiali tridimensionali, utilizzando mezzi sempre più complessi
e sofisticati, muovendosi in ambienti quasi surreali. La telechirurgia,
la robotica e la realtà virtuale, penso, svolgeranno un ruolo di
fondamentale importanza nel futuro. Personalmente credo che la nostra
sarà l'ultima generazione di chirurghi tradizionali.
Queste sono quindi le prospettive
che mi sembrano possibili, ma soprattutto esse debbono tendere ad apportare
un ulteriore beneficio ai nostri pazienti ai quali abbiamo dedicato il
nostro lavoro e la nostra vita (14).
E se l'entusiasmo per queste
nuove tecniche non verrà a minare i principi dottrinali della nostra
disciplina, potremmo dire che la cosiddetta chirurgia mininvasiva rappresenta
un'autentica evoluzione della chirurgia e non una rivoluzione, dove la
percezione tattile è sostituita dal sincronismo occhio-mano.
A questo punto riteniamo
che i migliori risultati nell'eseguire la chirurgia mininvasiva possano
essere raggiunti da chirurghi con una consolidata esperienza in endoscopia,
anche come mezzo di indagine diagnostica, da qui la necessità di
insegnare la metodica in ambiente chirurgico.
Solo dopo una seria e prolungata
sperimentazione clinica con ricorso a trials controllati, si potrà
definire le indicazioni, i vantaggi ed i limiti di questo nuovo approccio
chirurgico (14).
Comunque ormai siamo nella
condizione di affermare che questa chirurgia è una certezza di oggi
che giorno dopo giorno va sempre più affermandosi e consolidandosi
coinvolgendo anche la volontà del paziente nella scelta del tipo
di intervento da effettuare.
Inoltre, l'approccio combinato
laparoscopico endoscopico sta diventando giorno dopo giorno sempre più
cooperativo apportando risultati ormai utili nell'esecuzione di questi
interventi.
Alberto Montori
Direttore della III Cattedra
di Patologia Speciale Chirurgica e Propedeutica Clinica
Università “La Sapienza”
Roma
Presidente del 6° Congresso
Mondiale di Chirurgia Endoscopica e Mininvasiva
(Roma 31 Maggio - 6 Giugno
1998) |