| di
Giulio Nascimbeni
Nell'antica
Grecia, quando aveva inizio la primavera, soprattutto nelle isole di Rodi,
Egina e Corfù, ragazzi e ragazze andavano di casa in casa chiedendo
vino, frutta e altri doni in nome delle rondini, quasi impersonando essi
stessi l'uccello a cui sembrava un dovere dedicare una festosa accoglienza.
In quelle occasioni i ragazzi e le ragazze usavano le parole dei “chelidonìsmata”,
un vocabolo greco che significa “canti della rondine”: i testi di alcuni
di questi “chelìdonismata” hanno superato i secoli e sono giunti
fino a noi.
Perché
il “Lunario” comincia parlando di un rito tanto remoto?
E'
bene dire subito che un motivo di attualità sussiste, ed è
un motivo grave, allarmante, di cui si è molto discusso proprio
nelle settimane che hanno preceduto la Pasqua di quest'anno: in Europa
la presenza delle rondini è calata di circa il 40 per cento, vale
a dire che la popolazione nidificante si è ridotta di circa sei-sette
milioni di coppie.
Le
cifre si riferiscono a un fenomeno inarrestabile, iniziato una ventina
d'anni fa.
Quali
le cause? Impossibile individuarle tutte. L'uso degli antiparassitari è
sicuramente uno dei maggiori imputati, ma anche la mancanza di siepi e
la
riduzione
dei canneti hanno responsabilità. Per non parlare, poi, delle trasformazioni
ambientali in generale, della scomparsa delle vecchie case contadine con
le stalle, i porticati e le travi, elementi indispensabili per la costruzione
del nido e per la sua conservazione.
Si
sa che ogni epoca è irripetibile per il naturale motivo del tempo
che passa e per l'altro, un po' meno naturale, della scena che il progresso
ha ferito o addirittura ucciso.
Molte
case di campagna sono state abbandonate: lo si capisce dalle finestre sempre
spalancate e dalle pompe dell'acqua coperte di ruggine. Viste da
lontano,
queste case hanno un'inalterata presenza nell'arco del paesaggio, mantengono
una povera dignità di sentinelle. Soltanto quando ci si avvicina,
le sentinelle si rivelano spettri. E gli spettri non possono essere il
porto nel quale si conclude il viaggio delle rondini.
Appartengo
a una generazione che ha avuto molta confidenza con le rondini. Verso la
metà degli anni Trenta, un tenore famoso in tutto il mondo, Beniamino
Gigli, lanciò una canzone che s'intitolava “Non ti scordar di me”.
Le parole iniziali dicevano: “Partirono le rondini / dal mio paese freddo
e senza sole / cercando primavere di viole, / nidi d'amore e di felicità...”.
Per contrasto, la donna amata era partita senza però lasciare una
speranza di ritorno.
Un'altra
canzone s'intitolava “Rondini al nido” e i riferimenti alle abitudini dell'uccello
erano ancora più espliciti: “Sotto la gronda della torre antica
/ una rondine amica / allo sbocciar del mandorlo /
è
tornata. / Ritorna tutti gli anni / sempre alla stessa data, / monti e
mari essa varca per tornar...”. Come nella precedente canzone, la donna
amata aveva
fatto
il contrario delle rondini: era partita lasciando cadere ogni speranza
e ogni possibilità di ritorno.
Alle
canzoni si aggiungevano le poesie che si imparavano a scuola. I poeti vedevano
le rondini
come
piccole croci nere, come forbici d'ebano e d'argento, come una nuvola di
frecce, come foglie spinte dal vento.
Una
particolare attenzione veniva dedicata dai poeti alle strida, al garrire
delle rondini. Si scrisse che gridavano come bimbi sull'aia, che avevano
lo
stridore
del diamante sul vetro, che i loro gridi parevano scrosci di risa sarcastiche.
Nella
primavera del 1942, in piena guerra, un professore d'italiano volle tentare
un esperimento con gli studenti dell'ultimo anno del liceo che stavano
per entrare all'università. Assegnò uno di quei temi, che
di solito riguardano i bambini delle elementari, per vedere come se la
sarebbero cavata dei ragazzi
ormai
diciottenni.
Il
tema diceva semplicemente: “Pasqua 1942”. Il professore supponeva che i
ragazzi avrebbero
parlato
del clima della guerra, delle famiglie divise,
dei
genitori o dei fratelli sparsi sui vari fronti.
Passò
soltanto qualche minuto e il prediletto del professore, lo studente che
scriveva i temi più belli,
già
consegnava il suo lavoro. Il professore restò sbalordito. Lo svolgimento
del tema consisteva in poco più d'una riga: “Pasqua 1942. Ho trovato
una rondine sfinita sulla strada”.
Come
fu giudicata quella prodezza? Il professore, superata la sorpresa, decretò
questa doppia votazione: zero in profitto e dieci in originalità.
Un
famoso etologo si è domandato se i bambini di oggi, i nostri nipotini,
conoscano veramente le rondini, se le abbiano sentite cantare, se sappiano
la differenza tra una rondine e un rondone.
Allargando
il discorso, l'etologo ha scritto: “Qual è il mondo animale dei
nostri nipotini? Temo che in quelle giovani menti confusamente convivano
il passato e il presente, il vero e il falso. Dinosauri, leoni, godzilla...
Tutti, i veri e i falsi, i viventi e gli estinti, immaginati, omologati,
patinati e colorati. Mai, comunque, incontrati se non sullo schermo del
cinema o su quello della televisione. E loro, i nostri nipotini, saranno
gli adulti di domani. La generazione dei senza rondini. La generazione
che ha imparato a vivere senza, seppure con tante cose virtuali in cambio”.
E'
un quadro allarmante ma, purtroppo, indiscutibilmente vero.
E
quindi ben vengano tutte le iniziative che intendono tutelare le rondini,
compreso l'inanellamento scientifico che consiste nell'applicazione di
un leggerissimo contrassegno numerato di metallo che permette di seguire
gli spostamenti dei volatili.
Il
rischio della sparizione rimane. La rondine, che è anche chiamata
“il maratoneta del cielo”, ha nel suo codice genetico la rotta che percorre
dall'Africa in Europa quando finisce l'inverno e dall'Europa all'Africa
quando si avvicina l'autunno.
Che
cosa accadrà se le condizioni ambientali diventeranno sempre più
inospitali? Se sarà sempre più difficile costruire un nido,
nutrire una nidiata, intrecciare festosi caroselli intorno alle torri e
ai campanili?
Per
queste ragioni, il tono del nostro “Lunario” è pieno di nostalgia.
Già
abbiamo detto addio alle lucciole, non riusciamo più a vedere i
loro minuscoli lumi accendersi tra il folto del verde nelle notti d'estate.
E ora anche le rondini sembrano avviate verso la triste strada dell'estinzione
se non saranno salvate in tempo. Bastava un facile svolazzo, due parentesi
unite e rovesciate, per disegnarle sui quaderni della nostra infanzia.
Bastava guardare le grondaie o le travi o i fili della luce per accorgersi
del loro ritorno.
Adesso
il cielo è spesso deserto. Nella selva infinita delle antenne televisive
è impossibile costruire nidi.

|
by
Giulio Nascimbeni
In
ancient Greece, at the beginning of spring, especially on the isles of
Rhodes, Aegina and Corfu, boys and girls used to go to every house asking
for wine, fruit and other gifts on behalf of the swallows. On those occasions
they used the words of the chelidonìsmata, a Greek term meaning
“the swallows' songs”.
Why
did this “Almanac” begin by talking about so ancient a rite? It should
be said, first of all, that a topical reason does exist, and it is
a serious, alarming reason: the number of swallows dropped by about 40%
in Europe. The figures refer to an unstoppable phenomenon that began about
twenty years ago.
What
are its causes? The use of antiparasitic agents is surely one of the major
culprits, but few hedges and cane-brakes are also other responsible factors.
Environmental changes in general, the disappearance of old farmers' houses
with the stables, the porticoes and the beams, key elements to build a
nest and preserve it, should also be mentioned. We all know that every
epoch is unrepeatable due to the natural reason of time that passes and
due to the less natural reason of the scenes that the progress wounded
or even killed.
Towards
the mid-thirties a world-wide famous tenor, Beniamino Gigli sang
a song entitled “Non ti scordar di me” ('don't forget me'). The first words
were: “The swallows left / my cold and gloomy village / looking for springs
of violets, / nests of love and of happiness...”. In contrast, his beloved
woman had gone away and had left him no hopes of coming back.
Another
song was called “Rondini al nido” ('swallows in the nest') and the references
to the bird's habits were even more explicit: “Under the eaves of the old
tower / a friendly swallow / returned / when the almond tree blossomed.
/ It returns every year / always on the same date, / it crosses mountains
and seas to return...”. As in the previous song, the beloved woman did
the opposite than the swallows: she had gone away and left no hopes and
no possibilities of returning.
Besides
the songs, there also were the poems children used to learn at school.
In
the spring of 1942, when the world was at war, a high school teacher of
Italian decided to make an experiment with his students of the final year
who were to enter university. He assigned them one of those compositions
that elementary students normally have to write, to see what eighteen-year-old
kids would have done with it. The composition's title simply was:
“Spring 1942”. The teacher supposed that his students would have talked
about the war climate, about broken families, about parents or brothers
who had left for the front. A couple of minutes later the teacher's favourite
student who used to write the most beautiful compositions gave him his
work. The teacher was flabbergasted. The composition was made up by a line
or two: “Spring 1942. I found a worn-out swallow in the street”.
How
was his bravery judged? The teacher, after overcoming his surprise, gave
him this double grade: no progress made and A in originality.
A famous
ethologist wondered whether today's children, our grand-children, really
know the swallows, whether they heard them sing, whether they know the
difference between a swallow and a swift.
More
in general the ethologist wrote: “What is our grand-children's animal world
like? I am afraid that past and present, truth and lies confusedly live
together in their young minds. Dinosaurs, lions, godzilla... All of them,
real and unreal, the living and the extinct, imagined, homologised, glossed
and coloured. They have never met them, however, but on the cinema or the
TV's screens. And they, our grand-children, will be tomorrow's adults.
The generation without the swallows. The generation that learnt to live
without them, although with so many virtual things instead”.
This
is an alarming picture but, unfortunately, it is unquestionably true. So
let's welcome all the initiatives to protect the swallows.
The
risk of their disappearing continues. What is it going to happen if the
environmental conditions become increasingly harsh?
It
is for this reason that the tone of our “Almanac” is full of nostalgia.
We already bade farewell to the fireflies, we cannot see their tiny lights
in the green depths in our summer nights anymore. And now the swallows
seem to be heading towards the sad destiny of extinction. A look at the
eaves or at the beams or at the electric wires was enough for us to know
that they were returning. Now the sky is often a desert. It is impossible
to build nests in the endless wood of televisions' antennas. |