Anno XVI - No. 09 - 2000

 

 

 

 

 

CURRICULUM

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Se si paragona il cervello all'hardware di un computer, gli stati di coscienza rappresentano i suoi programmi operativi. Questi non sono altro che degli schemi per elaborare informazioni e possono lavorare solo se sono compatibili con un linguaggio base che, a sua volta, è un codice che organizza le informazioni dei singoli programmi. Nella struttura della coscienza il linguaggio base può essere immaginato come la memoria primigenia, quella che contiene ricordi di singole sensazioni o di singoli schemi operativi elementari, in base alla quale è stato possibile imparare il linguaggio e costruire un "modello interno del mondo fisico".

Seppure approssimativo, come tutte le metafore tecnologiche con le quali si cerca di spiegare le strutture biologiche, anche questo paragone è impreciso ma, tuttavia, è sicuramente utile par capire un argomento, la coscienza, che nell'ultimo cinquantennio si è prepotentemente imposto all'attenzione dei neurobiologi. Si può dire che tale interesse è cominciato negli anni '40, quando Albert Hofmann, nei laboratori della Roche, in Svizzera, scoprì e sintetizzò la dietilamide dell'acido lisergico, divenuta poi molto famosa con la sigla LSD. Fino ad allora, la coscienza era stata un terreno di speculazione filosofica e un argomento di tiepido interesse per la psicologia.

La LSD, all'improvviso, rivelava straordinarie connessioni tra l'hardware neuronale e il software mentale e ciò sembrava dimostrare che la coscienza è in qualche modo un prodotto dell'attività dei neuroni e dei rapporti chimici che si stabiliscono tra loro.

L'importanza neuroscientifica della coscienza, della sua struttura e dei suoi stati modificati era già stata abbondantemente intravista un secolo prima dai clinici della Salpetrière, alla scuola di Jean Marie Charcot, dal fondatore della psicoanalisi, Sigmund Freud, da psicologi sperimentali come William James e, soprattutto, da Pierre Janet, ma, con l'affermazione e la diffusione della teoria psicoanalitica, era poi sembrato che ci si dovesse interessare più dell'inconscio che del conscio e l'argomento era passato in secondo piano. L'interesse iniziale era indubbiamente stato suscitato dal fatto che sia Charcot che tutti i suoi allievi (compreso Freud) praticavano e usavano l'ipnosi, una condizione che oggi potrebbe essere definita la madre di molti stati modificati di coscienza (modificati suona meglio che "alterati", come spesso si trova scritto; e, del resto, "altered" in inglese vuol proprio dire "modificato") e perciò erano stati in qualche modo obbligati ad interessarsi alla struttura della coscienza per capire i cambiamenti cui andava incontro in stato di trance.

Tuttavia Charcot era un clinico, fondamentalmente interessato alla patogenesi delle malattie e malgrado riuscisse a riprodurre i sintomi di una nevrosi mettendo i suoi pazienti in trance, non riuscì a dimostrare i rapporti causali tra modificazioni dello stato di coscienza e la patogenesi delle nevrosi. Il suo interesse fondamentale, tuttavia, fu raccolto da tutti coloro che frequentarono le sue celebri "lezioni del martedì" e, tra tutti, colui che riuscì a costruire una convincente teoria etiologica delle nevrosi fu Freud con il concetto di "inconscio patogeno" che, sebbene oggi indebolito, non è ancora stato sostituito da una teoria più valida. Gli altri allievi di Charcot, malgrado abbiano elaborato per tutto il resto delle loro carriere le idee del maestro, sono stati dimenticati o vengono ricordati per altri meriti. Babinski, per esempio, viene ricordato per il suo "segno" (estensione dell'alluce in risposta allo sfregamento del margine laterale del piede) piuttosto che per il fatto che abbia sostenuto (con ragione) che la nevrosi isterica è un disturbo psichiatrico e non una malattia neurologica (come Charcot aveva sostenuto per anni).

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Marco Margelli

 

Albert Hofmann

 

Jean Marie Charcot duranet una lezione