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Dopo
l'alato dibattito sul futuro che ha caratterizzato i mesi di maggio,
giugno e luglio, l'Europa è tornata a occuparsi della routine: conferenza
intergovernativa, armonizzazione dei sistemi fiscali, politica agricola.
Ma
i problemi sollevati per primo dal ministro degli Esteri tedesco Fischer
con il suo discorso di Berlino del 21 maggio non si sono certo dissolti
nella calura estiva. Perciò a Bruxelles è nato un nuovo e molto sofisticato
gioco di società: cercare di indovinare come sarà l'Unione Europea tra
dieci anni, quando presumibilmente sarà passata da 15 a 30 membri.
Le domande cui bisogna rispondere sono tantissime: l'UE sarà uno stato
federale, una confederazione di Stati sovrani, una semplice unione doganale?
Ci sarà o no un presidente eletto dal popolo? Quali saranno i poteri
del Parlamento di Strasburgo? Ogni risposta è - evidentemente - legata
alle altre, perché la costruzione europea è talmente complessa e talmente
anomala, che mettervi ordine equivale a comporre un gigantesco puzzle,
di cui forse allo stato attuale delle cose mancano perfino alcuni pezzi.
L'Europa paga, oggi che sta entrando nella "fase due" e ha bisogno di
decidere il suo futuro, la mancanza di metodo nella sua costruzione,
il modo casuale in cui è cresciuta e soprattutto i diversi obbiettivi
a lungo termine dei Paesi che via via vi hanno aderito.
Schumann,
Adenauer e De Gasperi, considerati con Jean Monnet i padri fondatori
della Comunità, si proponevano soprattutto il superamento delle storiche
inimicizie che in passato avevano provocato tanti lutti nel nostro continente
e una stretta collaborazione tra Paesi che dovevano rinascere dalle
macerie della guerra.
Soltanto
dopo la bocciatura, da parte del Parlamento francese, della Comunità
Europea di Difesa nel 1954, i Sei decisero di privilegiare la strada
della integrazione economica, per cui si incontravano minori resistenze
a livello nazionale e che poteva rappresentare un volano nella corsa
verso il benessere. I progressi verso una maggiore integrazione furono
invece bloccati prima dall'avvento al potere in Francia del generale
De Gaulle, strenuo fautore della "Europa delle patrie", poi dall'ingresso
nella Comunità della Gran Bretagna, storicamente avversa a ogni cessione
di sovranità e interessata più alla creazione di una grande unione doganale
che alla nascita di un nuovo soggetto po-litico.
Neppure il varo di un Parlamento europeo eletto direttamente dal popolo,
nel 1979, è riuscita a modificare le cose, perché i suoi poteri sono
stati, almeno fino al recente Trattato di Amsterdam, assai limitati,
e l'abitudine di riempirlo di politici di serie B non ha certo contribuito
alla sua autorevolezza. Ha invece progressivamente acquistato peso -
specie durante i dieci anni della presidenza Delors - la Commissione
Europea, grande promotrice prima del Mercato Unico e poi del Trattato
di Maastricht del 1991, che ha portato alla nascita dell'Euro e, più
recentemente, al varo della politica estera e di sicurezza comune.
Il
risultato, sul piano istituzionale, è una specie di mostro a due teste
e mezzo, una costruzione senza precedenti né eguali che spesso incontra
serie difficoltà di funzionamento. La prima testa è rappresentata dal
Consiglio Europeo, formato dai quindici capi di governo degli Stati
membri e affiancato da un decina di Consigli degli altri ministri (degli
Esteri, dell'Economia, dei Trasporti, dell'Agricoltura, eccetera), chiamato
a prendere tutte le decisioni importanti. Molte devono essere ancora
assunte all'unanimità, con il risultato di conferire a ogni singolo
Stato un diritto di veto.
Già oggi, con quindici Paesi membri, questo sistema risulta talvolta
paralizzante, soprattutto quando sono all'ordine del giorno argomenti
che coinvolgono forti interessi nazionali, o proposte di riforma che
accendono lo scontro tra le due "anime" dell'Unione, l'anima unitaria
dei sei Paesi firmatari dei Trattati di Roma e l'anima utilitaristica
dei nuovi membri che fanno capo al Regno Unito.
Il
giorno in cui gli Stati membri diventassero 21 (probabilmente nel 2005),
o addirittura 30 qualora tutti i candidati fossero ammessi, i Consigli
diventerebbero ingestibili.
Per
questo, i Quindici dovrebbero approvare entro l'anno una riforma che
introduca da un lato il voto a maggioranza per un maggior numero di
argomenti, e dall'altra il voto ponderato, in modo da consentire agli
Stati più grandi e popolosi di esercitare una influenza proporzionale
al loro peso e impedire nello stesso tempo che eventuali coalizioni
di piccoli possano bloccare l'intero meccanismo decisionale. Sono state
proprio le resistenze incontrate da questa riforma nella Conferenza
intergovernativa ad indurre il presidente francese Chirac a rilanciare
la proposta di una "avanguardia" di Paesi più interessati degli altri
all'unità, che facciano da traino al processo di integrazione.
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