Anno XVI - No. 09 -2000

 

 

 

 

 

Stenio Solinas

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Un palazzo mai abitato, una cattedrale dove non è sepolto. Il primo se ne sta lassù, fra i giardini dell'Alhambra, il paradiso in terra dei Nasridi, ultimo regno musulmano in Europa. La seconda giace in basso, lì dove comincia la città vecchia, e sembra dover esplodere dalla piazza che a fatica la rinserra. Se si vuole esercitare la memoria, nessun luogo è più utile della Granada di Carlo V, punto d'arrivo nazionale e punto di partenza imperiale. La corte si riposa fra il patio de Los Leones e la sala de Las Dos Hermanas.

C'è l'ambasciatore della Serenissima, l'umanista Andrea Navagero, quello della Santa Sede, Baldassar Castiglione, il precettore della nobiltà catalana Pedro Màrtiz de Anglera, Garcilaso de la Vega, amico del duca di Alba, capitano e cortigiano. Nel fresco della chiesa, il monumento in marmo di Domenico Fancelli ricorda Ferdinando e Isabella, i re della Reconquista, la tomba del Donacel immortala il paggio della regina, Martin Vazquez, caduto davanti a Granada: in tenuta da guerriero, ha un libro fra le mani, le armi e le arti della Spagna che nasce. Nel ritratto che Tiziano dedica a Carlo V per Celebrare i fasti della battaglia di Muhlberg, il sovrano va alla guerra portando con sé la modernità, archibugio e corazza leggera, il siglo de oro e comincia la grande avventura imperiale. Guardare il passato aiuta a capire il presente.

Negli scorsi mesi, un uragano di polemica ha preceduto e seguito la parata militare tenutasi a Barcellona. Il presidente della Catalogna, Puyol, vedeva in essa una incrinazione dell'autonomia catalana e uno schiaffo all'anima repubblicana e indipendentista, i pacifisti un pericoloso soprassalto bellicista, il governo un atto dovuto nei confronti di una istituzione importante per la vita civile e sociale del Paese. Alla fine, in maniera più o meno elegante, tutti hanno ceduto qualcosa, una serie piccola e grande di compromessi che ciascuno rivendicherà a suo modo.

La sfilata c'è stata, ma non si è vista in Tv, e non c'era la Guardia Civile né la Legione; Puyol vi ha assistito, ma ha fatto lo sgarbo di non andare al ricevimento reale che le ha fatto seguito: "Ho una comunione", si è giustificato. I pacifisti hanno manifestato fischiando l'esercito, gli invitati e gli spettatori lo hanno applaudito, fischiando Puyol e i pacifisti. La stampa, un po' imbarazzata, ha dato conto delle posizioni di tutti, ma nell'insieme ha fatto capire che è ora di finirla di considerare le Forze armate come l'anticamera della dittatura.

E tuttavia, vent'anni di ritorno alla democrazia non sono ancora sufficienti per sanare antichi contrasti e cauterizzare definitivamente vecchie ferite.

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