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Aznar
si muove nel segno di un rinnovato progetto nazionale e i nomi chiamati
a far parte del governo vanno in questa direzione: Josep Piqué, ministro
degli Esteri, proviene dai socialisti e dall'autonomia catalana; Anna
Birulés, catalana anch'essa e ora al dicastero della Scienza e della
Tecnologia, ha un passato comunista: il nuovo "Defensor del Pueblo",
una specie di difensore civico ad alto livello e Enrique Mugica, socialista,
basco, un fratello ammazzato dall'Eta e una moglie ebrea. Di altre nomine,
nel campo culturale, abbiamo già detto: tutte concorrono a una strategia
che lasci destra e sinistra sul terreno e costruisca "una certa idea"
della Spagna, "nazione plurale", alla quale le autonomie regionali possono
guardare con fiducia e dalla quale possono sentirsi rappresentate come
e meglio non farebbero i nazionalismi locali.
Il
lungo sonno franchista mise in quarantena un Paese decadente e decaduto
che a fine Ottocento aveva perso le sue ultime colonie ed era entrato
nel nuovo secolo portandosi con sé pronunciamenti colpi di Stato e una
guerra civile fra le più terribili che si ricordi. La transizione democratica
e il lungo dominio socialista lo rimisero in pista, in maniera frenetica
e disordinata, sviluppo economico e eccesso di corruzione, deficit dello
Stato e abnorme potere della periferia nei confronti di un'autorità
centrale condizionata dal proprio passato.
L'impressione è che si sia aperta una terza, definitiva fase in cui
concorrono una rinnovata fiducia nelle proprie possibilità, un piglio
da grande potenza nella difesa dei propri interessi sul continente,
una strategia di espansione legata al potenziale latino-americano, un
mercato di mezzo miliardo di persone che in maggioranza parla la sua
stessa lingua. La logica imperiale che torna un superficie. Se fino
a ieri gli spagnoli potevano consolarsi del tramonto da cui erano avvolti,
rifacendosi a un passato onesto di gloria e di splendori, oggi vi si
possono specchiare con l'esultanza di chi vive un'aurora gonfia di promesse.
L'esposizione che l'Hospital Real di Granada tiene in questi giorni,
Carlos V. Las Armas y las Letras, nel quadro delle celebrazioni del
quinto centenario di un sovrano sul cui regno non tramontava mai il
sole, è la straordinaria rappresentazione di una hispanidad colta nella
sua essenza: grandezze e miserie della Spagna vengono da lì.
Il mondo nuovo spazza via il Medioevo e le sue codificazioni, la guerra
come rituale, l'amor cortese, la nobiltà che aiuta e condiziona la regalità.
Lo Stato nasce allora, così come gli eserciti, la scoperta delle Americhe
lancia su territori sconosciuti drappelli di conquistadores mossi dalla
sete di gloria e di ricchezza, capitani di ventura a disagio nelle spire
di una società regolata da leggi ferree in cui la nascita vale più del
talento.
L'impatto
è terribile, l'uragano di ferro e di fuoco che l'accompagna lascia senza
fiato. Il trattato di Camillo Agrippa, sulla Scientia d'Arma e quello
di Achille Marozzo, Opera Nova chiamata Duello stampati a metà del secolo,
sono l'epitaffio per un tempo che scompare e l'atto di nascita di quello
che viene alla luce. Opera di due italiani, in una Italia che è terreno
di guerre e di conquiste, in esse l'arte della scherma, il maneggio
della spada, concorrono alla realizzazione del caballero, figura esemplare
di una nazione che cambia pelle.
Il duello è l'affermazione della individualità e dell'identità nazionale
che l'accompagna.
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