Anno XVI - No. 09 -2000

 

 

 

 

 

Stenio Solinas

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Aznar si muove nel segno di un rinnovato progetto nazionale e i nomi chiamati a far parte del governo vanno in questa direzione: Josep Piqué, ministro degli Esteri, proviene dai socialisti e dall'autonomia catalana; Anna Birulés, catalana anch'essa e ora al dicastero della Scienza e della Tecnologia, ha un passato comunista: il nuovo "Defensor del Pueblo", una specie di difensore civico ad alto livello e Enrique Mugica, socialista, basco, un fratello ammazzato dall'Eta e una moglie ebrea. Di altre nomine, nel campo culturale, abbiamo già detto: tutte concorrono a una strategia che lasci destra e sinistra sul terreno e costruisca "una certa idea" della Spagna, "nazione plurale", alla quale le autonomie regionali possono guardare con fiducia e dalla quale possono sentirsi rappresentate come e meglio non farebbero i nazionalismi locali.

Il lungo sonno franchista mise in quarantena un Paese decadente e decaduto che a fine Ottocento aveva perso le sue ultime colonie ed era entrato nel nuovo secolo portandosi con sé pronunciamenti colpi di Stato e una guerra civile fra le più terribili che si ricordi. La transizione democratica e il lungo dominio socialista lo rimisero in pista, in maniera frenetica e disordinata, sviluppo economico e eccesso di corruzione, deficit dello Stato e abnorme potere della periferia nei confronti di un'autorità centrale condizionata dal proprio passato.

L'impressione è che si sia aperta una terza, definitiva fase in cui concorrono una rinnovata fiducia nelle proprie possibilità, un piglio da grande potenza nella difesa dei propri interessi sul continente, una strategia di espansione legata al potenziale latino-americano, un mercato di mezzo miliardo di persone che in maggioranza parla la sua stessa lingua. La logica imperiale che torna un superficie. Se fino a ieri gli spagnoli potevano consolarsi del tramonto da cui erano avvolti, rifacendosi a un passato onesto di gloria e di splendori, oggi vi si possono specchiare con l'esultanza di chi vive un'aurora gonfia di promesse.

L'esposizione che l'Hospital Real di Granada tiene in questi giorni, Carlos V. Las Armas y las Letras, nel quadro delle celebrazioni del quinto centenario di un sovrano sul cui regno non tramontava mai il sole, è la straordinaria rappresentazione di una hispanidad colta nella sua essenza: grandezze e miserie della Spagna vengono da lì.

Il mondo nuovo spazza via il Medioevo e le sue codificazioni, la guerra come rituale, l'amor cortese, la nobiltà che aiuta e condiziona la regalità. Lo Stato nasce allora, così come gli eserciti, la scoperta delle Americhe lancia su territori sconosciuti drappelli di conquistadores mossi dalla sete di gloria e di ricchezza, capitani di ventura a disagio nelle spire di una società regolata da leggi ferree in cui la nascita vale più del talento.

L'impatto è terribile, l'uragano di ferro e di fuoco che l'accompagna lascia senza fiato. Il trattato di Camillo Agrippa, sulla Scientia d'Arma e quello di Achille Marozzo, Opera Nova chiamata Duello stampati a metà del secolo, sono l'epitaffio per un tempo che scompare e l'atto di nascita di quello che viene alla luce. Opera di due italiani, in una Italia che è terreno di guerre e di conquiste, in esse l'arte della scherma, il maneggio della spada, concorrono alla realizzazione del caballero, figura esemplare di una nazione che cambia pelle.

Il duello è l'affermazione della individualità e dell'identità nazionale che l'accompagna.

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