Anno XVI - No. 07 - 2000

 

 

 

 

 

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Bourneville è conosciuto da pochi malgrado avesse tentato di dimostrare che la trance ipnotica era il paradigma interpretativo di molte manifestazioni psicosociali, quali le sedute medianiche, il comportamento delle folle o, addirittura, le estasi mistiche. A mezza strada, nella memoria collettiva, si trova Pierre Janet, ricordato quasi solo per il libro "Dall'angoscia all'estasi", che è tuttora un testo fondamentale per tutti coloro che si interessano di psicologia religiosa, ma che merita senz'altro un'ampia rivalutazione perché fu l'unico a proseguire in modo intenso e appassionato lo studio della coscienza e della trance, lasciando una notevole mole di scritti e di idee che stanno oggi tornando di attualità. E' a questo pensatore aristocratico e riservato, per esempio, che si deve il termine "dissociazione", un termine travisato ma entrato profondamente nel linguaggio psichiatrico. Janet usò la parola désagregation per indicare quel fenomeno mentale tanto comune quanto perfettamente fisiologico, in base al quale siamo in grado di fare contemporaneamente due cose: mentre guidiamo l'automobile possiamo contemporaneamente conversare con un passeggero, telefoniamo e contemporaneamente tracciamo dei ghirigori su un pezzo di carta, camminiamo per strada leggendo un libro e "il pilota automatico" ci conduce a destinazione senza che dobbiamo dedicargli tutta la nostra attenzione. Janet riteneva questa possibilità della nostra mente il nucleo fondamentale della trance e oggi, dopo più di un secolo, sono molti a condividere questa idea.

Il termine dèsagregation, invece, tradotto in inglese con dissociation è diventato sinonimo di grave patologia ed è fonte di continui equivoci e di difficoltà di comunicazione. Ancora di Janet sono i concetti di "automatismo mentale" e di "restringimento di campo della coscienza" che sono anche stati accolti dalla psichiatria pure se, di nuovo, usati in modo improprio. Il fatto è che Janet fu un "fisiologo" della coscienza e non uno psicopatologo, sicchè il suo lavoro, dati gli interessi della cultura del suo tempo, era quasi predestinato all'oblio. Per di più, nell'ultima parte della sua vita, si interessò maggiormente della coscienza da un punto di vista filosofico, abbandonando gli aspetti fisiologici e clinici e con ciò si addentrò in un territorio di confine che interessava solo marginalmente i clinici e gli psicologi.

Di fatto, dopo il trionfo della teoria psicoanalitica e l'importanza che questa attribuiva al sogno, l'attenzione della neurofisiologia e della psicologia si è concentrata sulla fisiologia del sonno e del sogno e su questi temi è cominciato un lavoro straordinariamente importante e ricco di scoperte miliari ma che si è decisamente allontanato dall'idea che la coscienza e i suoi stati modificati abbiano parentele, seppure solo funzionali, con certi disturbi oppure che l'ipnosi possa essere utile in psicoterapia. Il cardine concettuale sul quale molti neuroscienziati hanno basato (e basano tuttora) il loro lavoro è che la coscienza sia un prodotto dell'attività dei neuroni e gli studi sul sonno e sul sogno sembrerebbero avere dimostrato proprio questo: il cervello che dorme o che sogna funziona in un modo diverso dalla veglia.

Questa era, più o meno, la situazione negli anni '50 del secolo che si è appena concluso, agli inizi della cosiddetta "era psichedelica", quando la diffusione di massa delle sostanze psicoattive accese un prepotente interesse per gli stati modificati di coscienza indotti chimicamente. Molti neurobiologi si entusiasmarono all'idea di disporre di "bisturi chimici" coi quali dimostrare che la coscienza ha anche forti basi neurochimiche. Di fatto era (ed è) estremamente sorprendente che qualche centinaio di milionesimi di grammo, una dose quasi omeopatica di LSD, possa sconvolgere completamente il programma operativo della coscienza ordinaria e tale scoperta non solo rinforzava l'idea che la coscienza sia una "secrezione" dei neuroni, ma sembrava anche indicare che si può studiare una neurobiologia della coscienza e che la neurochimica potrebbe essere la via maestra per decifrare la patogenesi di molti disturbi psichiatrici.

Il divieto internazionale, voluto dal governo degli Stati Uniti e sottoscritto da tutti i governi del mondo occidentale, per la fabbricazione e la sperimentazione delle cosiddette droghe psicodislettiche ha interrotto questo genere di studi e ha costretto i neurobiologi a studiare la coscienza imboccando altre strade e approfondendo altri approcci.

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