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La
seconda testa dell'Unione è rappresentata dalla Commissione Europea,
oggi presieduta dall'italiano Romano Prodi.
Qualcuno
la definisce, ogni tanto, il governo dell'Europa, ma si tratta di un'esagerazione.
La Commissione è in realtà una emanazione dei governi nazionali, che
designano sia il presidente, sia i singoli commissari. Questi hanno
la doppia funzione di "ministri" comunitari e di rappresentanti delle
rispettive nazioni a Bruxelles, che li mette talvolta in conflitto d'interesse.
La
funzione primaria della Commissione è di provvedere alla applicazione
dei trattati europei, reprimere le infrazioni e farsi promotrice di
nuove iniziative. Al momento della sua inaugurazione, ogni presidente
tende ad "allargarsi", cioè a presentarsi come il nuovo demiurgo dell'Unione,
salvo venire ridimensionato dai governi nazionali restii a farsi sottrarre
le loro prerogative.
Prodi ha cercato di spingersi su questo terreno anche più in là dei
suoi predecessori, con un ambiziosissimo programma di riforme che è
molto piaciuto al Parlamento, ma che lo ha messo in rotta di collisione
con il Consiglio e di conseguenza ha finito con il ridurre il suo spazio
di manovra. A tagliare l'erba sotto i piedi della Commissione, ha contribuito
anche la nomina, nella persona dello spagnolo Javier Solana, del primo
responsabile per la politica estera e di difesa dell'Unione, che risponde
direttamente al Consiglio.
Prodi
non ha molte armi per difendersi da questi attacchi. Disgraziatamente
per lui, la Commissione ha perso di recente prestigio a causa degli
scandali amministrativi in cui è stata coinvolta, e popolarità a causa
delle sue propensioni dirigistiche, che hanno finito con l'interferire
in maniera irritante nelle attività di molti cittadini. Comunque anche
la Commissione, come è attualmente strutturata, non può reggere all'impatto
dell'allargamento: se ai venti commissari attuali - due ciascuno per
i cinque Paesi maggiori, uno per i dieci Paesi più piccoli - se ne aggiungessero
altri dieci o dodici, si arriverebbe non solo a un ridicolo frazionamento
delle competenze, ma anche a una sostanziale ingovernabilità.
Il
problema, non da poco, che la Conferenza intergovernativa è chiamata
a risolvere (naturalmente all'unanimità) entro tre mesi è di ridurre
la Commissione a dimensioni ottimali con il consenso di chi dovrà rinunciare
alla poltrona. La "mezza testa" del mostro è il Parlamento di Strasburgo,
che rappresenta la grande speranza dei federalisti, ma per ora è ben
lungi dall'avere le prerogative dei Parlamenti nazionali.
Sebbene
abbia mostrato per la prima volta i muscoli lo scorso anno quando ha
costretto la Commissione Santer alle dimissioni, sebbene si sforzi di
esercitare al meglio i poteri di codecisione conferitigli dal Trattato
di Amsterdam, sebbene abbia ormai un effettivo controllo sul bilancio
dell'Unione, sebbene stia diventando il forum per i più importanti discorsi
programmatici, la mancanza di iniziativa legislativa e di un rapporto
organico con il Consiglio Europeo ne fanno un potere incompiuto. Una
ridefinizione del suo ruolo è indispensabile se si vuole aumentare il
tasso di democrazia dell'Unione.
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