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sogno di aquila che canta Kathleen e Michael Gear
Edizioni
Piemme pag. 428
Quando entriamo in una libreria, siamo sommersi dai titoli, dalle copertine
di centinaia di volumi grandi e piccoli. E' incredibile la quantità
e la qualità di possibilità di conoscenza che ci viene messa a disposizione.
Come
un'immensa pasticceria dove un goloso può accedere a tutti i tipi di
gusto, senza limiti, con il vantaggio che di parole è difficile far
indigestione! Selezionare il testo da comprare è una specie di conquista
tra gli scaffali, un'impresa individuale nel quale entrano in gioco
elementi personalissimi di valutazione. Comunicare a terzi il perché
di una scelta piuttosto che un'altra è un po' come attraversare un ponte
nella speranza che regga il peso del messaggio.
Non si tratta di dare una pagella al tema d'Italiano, o alla traduzione
migliore, né di definire i parametri di ciò che è interessante, rispetto
a ciò che non lo è. E' piuttosto simile all'incontro casuale di due
persone in libreria.
Quando
con fare timido una si accosta all'altra con un libro in mano e domanda:
“Lei l'ha letto?”, “Come l'ha trovato?”. E l'altra con la sicurezza
di chi finalmente può esternare le sue considerazioni risponde: “Mah,
guardi, ho fatto una fatica bestiale nei primi capitoli, poi, però,
sono arrivato al finale in un batter d'occhio”, oppure, “Per carità,
è un mattone, dice cose scontate e ripetitive! Sullo stesso argomento
le suggerirei quest'altro testo, vede, è più scorrevole e di grande
attualità!”.
Con questo spirito mi permetto di consigliare, questo mese, “Il sogno
di aquila che canta”.
E'
un buon romanzo, scritto da due storici e antropologi specializzati
nelle antiche civiltà americane. Nella regione nord occidentale del
Nuovo Messico, a circa 1800 metri d'altezza, c'è un canyon dal paesaggio
maestoso e spettacolare, dove sole, acqua e vento hanno modellato le
pietre con effetti di grande suggestione. Oggi è noto come il deserto
dell'Upper Sonoran. Un luogo inospitale dove d'estate si sfiorano i
40 gradi e d'inverno la temperatura scende a -30gradi!
Dove
la siccità si alterna a piogge torrenziali, scolpendo con la sua violenza
i massi. Eppure in questa terra così dura si insediò il grande popolo
degli Anasazi o Chaco : poco più di 100.000 persone in circa tremila
chilometri quadrati. Era l'undicesimo secolo, qui in Occidente eravamo
alle prese con il Medioevo, là, nel Chaco Canyon, quegli uomini raggiunsero
livelli di progresso sbalorditivi.Chissà perché ci stupisce istintivamente
sempre un po' quando non siamo noi occidentali a portare ai primitivi
la civiltà! Gli Anasazi nella lavorazione del turchese e con il commercio
di statuine votive e di gioielli intrattenevano proficui affari con
i popoli vicini.
Per questo progettarono e realizzarono strade larghe fino a 10 metri.
A nord del Chaco Canyon, addirittura costruirono una specie di “autostrada”
a quattro corsie che, grazie ad un sistema a gradoni, consentiva un
accesso agevolato al paese, superando i dislivelli del terreno senza
difficoltà.
A
tratti sul percorso furono sistemate delle torri, come “aree di servizio”,
dove, volendo, si poteva anche sostare in meditazione e preghiera! Gli
Anasazi dal punto di vista architettonico studiarono soluzioni ardite
per i loro villaggi, in grado di lasciare a bocca aperta anche noi uomini
del 2000.
Purtroppo la loro cultura non seppe competere con le scarse risorse
naturali di cui potevano disporre, finché, stremati dalla siccità, dalle
malattie e da un pericolo a noi sconosciuto, non si barricarono nelle
mura del loro villaggio in attesa della fine. Nel contesto di questo
mondo aspro ed affascinante, si sviluppa la storia di due giovani Spiga
Dorata e Aquila che Canta , lei è la figlia illegittima del re , lui
è il bambino rapito al re del più grande nemico degli Anasazi Sarà lui
ad impedire una guerra tra il suo popolo di nascita e quello in cui
è cresciuto e che ama .
Amore, mistero e magia in un libro che come la macchina del tempo ci
trasporta in suoni luci e colori di un popolo ormai perso. Lo stile
ricco di dialoghi e scarno di lunghe descrizioni ricorda la sceneggiatura
di quei bei film americani dove arriva veloce la parola “The end”.
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