Anno XVI -No.07-2000

 

 

 

 

 

 

Luisa Miccoli

l sogno di aquila che canta Kathleen e Michael Gear

Edizioni Piemme pag. 428

Quando entriamo in una libreria, siamo sommersi dai titoli, dalle copertine di centinaia di volumi grandi e piccoli. E' incredibile la quantità e la qualità di possibilità di conoscenza che ci viene messa a disposizione.

Come un'immensa pasticceria dove un goloso può accedere a tutti i tipi di gusto, senza limiti, con il vantaggio che di parole è difficile far indigestione! Selezionare il testo da comprare è una specie di conquista tra gli scaffali, un'impresa individuale nel quale entrano in gioco elementi personalissimi di valutazione. Comunicare a terzi il perché di una scelta piuttosto che un'altra è un po' come attraversare un ponte nella speranza che regga il peso del messaggio.

Non si tratta di dare una pagella al tema d'Italiano, o alla traduzione migliore, né di definire i parametri di ciò che è interessante, rispetto a ciò che non lo è. E' piuttosto simile all'incontro casuale di due persone in libreria.

Quando con fare timido una si accosta all'altra con un libro in mano e domanda: “Lei l'ha letto?”, “Come l'ha trovato?”. E l'altra con la sicurezza di chi finalmente può esternare le sue considerazioni risponde: “Mah, guardi, ho fatto una fatica bestiale nei primi capitoli, poi, però, sono arrivato al finale in un batter d'occhio”, oppure, “Per carità, è un mattone, dice cose scontate e ripetitive! Sullo stesso argomento le suggerirei quest'altro testo, vede, è più scorrevole e di grande attualità!”.

Con questo spirito mi permetto di consigliare, questo mese, “Il sogno di aquila che canta”.

E' un buon romanzo, scritto da due storici e antropologi specializzati nelle antiche civiltà americane. Nella regione nord occidentale del Nuovo Messico, a circa 1800 metri d'altezza, c'è un canyon dal paesaggio maestoso e spettacolare, dove sole, acqua e vento hanno modellato le pietre con effetti di grande suggestione. Oggi è noto come il deserto dell'Upper Sonoran. Un luogo inospitale dove d'estate si sfiorano i 40 gradi e d'inverno la temperatura scende a -30gradi!

Dove la siccità si alterna a piogge torrenziali, scolpendo con la sua violenza i massi. Eppure in questa terra così dura si insediò il grande popolo degli Anasazi o Chaco : poco più di 100.000 persone in circa tremila chilometri quadrati. Era l'undicesimo secolo, qui in Occidente eravamo alle prese con il Medioevo, là, nel Chaco Canyon, quegli uomini raggiunsero livelli di progresso sbalorditivi.Chissà perché ci stupisce istintivamente sempre un po' quando non siamo noi occidentali a portare ai primitivi la civiltà! Gli Anasazi nella lavorazione del turchese e con il commercio di statuine votive e di gioielli intrattenevano proficui affari con i popoli vicini.

Per questo progettarono e realizzarono strade larghe fino a 10 metri. A nord del Chaco Canyon, addirittura costruirono una specie di “autostrada” a quattro corsie che, grazie ad un sistema a gradoni, consentiva un accesso agevolato al paese, superando i dislivelli del terreno senza difficoltà.

A tratti sul percorso furono sistemate delle torri, come “aree di servizio”, dove, volendo, si poteva anche sostare in meditazione e preghiera! Gli Anasazi dal punto di vista architettonico studiarono soluzioni ardite per i loro villaggi, in grado di lasciare a bocca aperta anche noi uomini del 2000.

Purtroppo la loro cultura non seppe competere con le scarse risorse naturali di cui potevano disporre, finché, stremati dalla siccità, dalle malattie e da un pericolo a noi sconosciuto, non si barricarono nelle mura del loro villaggio in attesa della fine. Nel contesto di questo mondo aspro ed affascinante, si sviluppa la storia di due giovani Spiga Dorata e Aquila che Canta , lei è la figlia illegittima del re , lui è il bambino rapito al re del più grande nemico degli Anasazi Sarà lui ad impedire una guerra tra il suo popolo di nascita e quello in cui è cresciuto e che ama .

Amore, mistero e magia in un libro che come la macchina del tempo ci trasporta in suoni luci e colori di un popolo ormai perso. Lo stile ricco di dialoghi e scarno di lunghe descrizioni ricorda la sceneggiatura di quei bei film americani dove arriva veloce la parola “The end”.

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