Anno XVI - No. 07 - 2000

 

 

 

 

 

Giulio Nascimbeni

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E qui scoppia lo scandalo. Goldoni scrive una satira il cui testo originale è andato perduto, ma che le notizie dell'epoca dichiarano altamente licenziosa. Con il titolo "Il colosso", Goldoni immagina di dover innalzare una statua colossale alla bellezza e, per costruirla, ricorre alle parti anatomiche, nessuna esclusa, di alcune signorine della buona società di Pavia.

Per comprendere la gravità dello scandalo, si tenga presente che in quel collegio gli allievi erano tenuti a portare, attaccata alla spalla sinistra, una stola di velluto con su ricamate la tiara pontificia e le chiavi di San Pietro. Non appena si conosce il nome dell'autore della satira, l'espulsione è immediata. Successivamente, Goldoni segue il padre a Udine, Modena, Feltre, finalmente si laurea in legge a Padova nel 1731 e comincia la professione di avvocato.

Ma il morbo del teatro è inguaribile. Incontra il capocomico Giuseppe Imer, gli fa leggere una tragicommedia in versi, "Belisario", riceve un giudizio positivo e lo segue: Imer gestisce a Venezia il teatro San Samuele. "Belisario" sarà il primo successo.

Ma com'era nella vita Carlo Goldoni? Gli piacevano le ragazze, specialmente se di facili costumi. Poi, nel 1736, conobbe a Genova Nicoletta Connio, figlia di un notaio, e Nicoletta fu l'unico, vero, grande amore.

Era uno spendaccione, gli piaceva il gioco. Due versi anonimi, che a Venezia tutti conoscevano, lo dipingevano così: "Dagli amici a tutta possa / ei si è fatto spolpar l'ossa".

Non sapeva resistere alle tentazioni della gola. All'inizio di un libretto per melodramma, intitolato "La conversazione", si inneggia alla cioccolata: "Viva pur la cioccolata / e colui che l'ha inventata./ E chi fece la canzone / prega tutti in ginocchione / di mandarne in quantità / che il poeta goderà".

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