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E
qui scoppia lo scandalo. Goldoni scrive una satira il cui testo originale
è andato perduto, ma che le notizie dell'epoca dichiarano altamente
licenziosa. Con il titolo "Il colosso", Goldoni immagina di dover innalzare
una statua colossale alla bellezza e, per costruirla, ricorre alle parti
anatomiche, nessuna esclusa, di alcune signorine della buona società
di Pavia.
Per comprendere la gravità dello scandalo, si tenga presente che in
quel collegio gli allievi erano tenuti a portare, attaccata alla spalla
sinistra, una stola di velluto con su ricamate la tiara pontificia e
le chiavi di San Pietro. Non appena si conosce il nome dell'autore della
satira, l'espulsione è immediata. Successivamente, Goldoni segue il
padre a Udine, Modena, Feltre, finalmente si laurea in legge a Padova
nel 1731 e comincia la professione di avvocato.
Ma il morbo del teatro è inguaribile. Incontra il capocomico Giuseppe
Imer, gli fa leggere una tragicommedia in versi, "Belisario", riceve
un giudizio positivo e lo segue: Imer gestisce a Venezia il teatro San
Samuele. "Belisario" sarà il primo successo.
Ma
com'era nella vita Carlo Goldoni? Gli piacevano le ragazze, specialmente
se di facili costumi. Poi, nel 1736, conobbe a Genova Nicoletta Connio,
figlia di un notaio, e Nicoletta fu l'unico, vero, grande amore.
Era
uno spendaccione, gli piaceva il gioco. Due versi anonimi, che a Venezia
tutti conoscevano, lo dipingevano così: "Dagli amici a tutta possa /
ei si è fatto spolpar l'ossa".
Non sapeva resistere alle tentazioni della gola. All'inizio di un libretto
per melodramma, intitolato "La conversazione", si inneggia alla cioccolata:
"Viva pur la cioccolata / e colui che l'ha inventata./ E chi fece la
canzone / prega tutti in ginocchione / di mandarne in quantità / che
il poeta goderà".
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