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D'Annunzio
fu l'ultimo grande tragediografo italiano, prima che Pirandello cancellasse,
per così dire, questo genere con i suoi drammi borghesi. Tra le opere
teatrali del Vate, che verranno trattate nei prossimi numeri, ricordiamo:
Sogno di un mattino di primavera (1898), Sogno di un tramonto d'autunno
(1898), La città morta (1899), La Gioconda (1899), La Gloria (1899),
Francesca da Rimini (1902), La figlia di Iorio (1904), La fiaccola sotto
il moggio (1905), Più che l'amore (1906), La nave (1908), Fedra (1909).
Tuttavia è anche interessante scoprire un lato meno conosciuto di Gabriele
D'Annunzio: il suo rapporto estetico-ritmico-sensuale con la musica,
in particolare, attraverso un'opera come il Notturno (1918), composta
in prosa durante un particolare momento di sofferenza del poeta, costretto
alla cecità, che i medici credevano senza ritorno. Ed è proprio il Notturno
a poter essere considerato una grande composizione drammaturgica, la
tragedia dell'uomo D'Annunzio, dell'eroe sofferente che raggiunge, forse,
momenti di poeticità anche più alti rispetto addirittura alle sue liriche
più famose.
Un'opera in prosa che potrebbe benissimo essere trasposta sul palcoscenico.
Il rapporto tra Gabriele D'Annunzio e la musica fu caratterizzato da
un legame intenso, che in ogni caso non intaccò il primato delle lettere,
ma forse si affiancò alla naturale propensione per la poesia, superando
le conoscenze e l'interesse per le arti figurative. Già in tenera età,
infatti, il D'Annunzio si esercitò sulla tastiera del pianoforte paterno,
sotto la guida del maestro Odoardo Chiti; Gabriele, tuttavia, non riuscì
mai a superare le difficoltà tecniche per essere considerato un vero
"genio" musicale sia nell'esecuzione, sia nella composizione. Così egli
poteva ammirare nel 1882 l'amata Elda Zucconi dicendo che era in grado
di suonare "…con un impeto di tenerezza il 'Notturno' sublime di Chopin".
Sugli
"Esperimenti" di acquisizione delle tecniche per eseguire musica, gli
scritti di Romain Rolland servono per chiarire lo stato d'animo del
D'Annunzio e i suoi inutili tentativi: "…gli suonai al pianoforte musiche
di ogni epoca…fu colpito da alcuni Canti Gregoriani…e l'Adagio dell'ultimo
Quartetto di Beethoven lo portò alle lacrime…La sera, quando era solo,
provava a tentoni a improvvisare".
Questa "impotenza" a realizzare personalmente il discorso musicale non
gli impedì, probabilmente con l'aiuto di un musicista di talento rimasto
sinora ignoto, di difendere con sicurezza Wagner contro le tesi di Nietzsche
nel 1893 sul giornale "la Tribuna" e poi, nel 1894, di approfondire
con eccezionale intuito il Tristan und Isolde nelle prime pagine del
Trionfo della morte; e ancora di analizzare la struttura della sinfonia
dell'opera Arianna di Benedetto Marcello.
Il D'Annunzio, quindi, era soprattutto un appassionato, un amante della
musica e in particolare di quella di Beethoven, come è dimostrato nelle
pagine del Notturno.
Al
di là della collaborazione artistica con il melodramma del Novecento
in veste di librettista - il che era parte della volontà auto promozionale
di un D'Annunzio manager, agente di se stesso che si faceva pagare anticipi
e sovvenzioni - e qui, a proposito, ricordiamo La figlia di Iorio di
Alberto Franchetti del 1904, Le Martyre de Saint Sebastien, musicato
da Claude Debussy nel 1911, la Parisina di Pietro Mascagni del 1913,
la Francesca da Rimini di Domenico Zandonai del '14, il Sogno d'un tramonto
d'autunno di Malipiero del '14, la Fedra di Ildebrando Pizzetti del
'15, autore quest'ultimo anche dell'incompiuta Gigliola e de La figlia
di Iorio, omaggio tardivo, che risale al 1954, del musicista al poeta
- il D'Annunzio rimase un assiduo frequentatore di concerti, un animo
fortemente sensibile alle forme musicali.
Così i suoi scritti "diaristici" (Faville, Notturno e le Cento e cento
e cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele D'Annunzio tentato
di morire), dove la "prosa notturna" raffigura un ridimensionato eroe,
un uomo anche assalito da paura, malinconia, dolore, angoscia, e dove
la poesia alta lascia il posto a una prosa musicale sincera e a una
voglia di confessare le proprie emozioni, costituiscono una ricerca
interiore raffigurata spesso con immagini e tagli impressionistici:
"Ricercando me stesso, non ritrovavo se non la mia malinconia. Ricercando
il mio silenzio, non ritrovavo se non la mia musica", si legge nel Notturno.
E appunto nel racconto dei suoi mesi di "clausura" e privazione della
luce, nel suo diario "notturno" s'intravede un D'Annunzio poeticamente
musicista, con forme liricamente sciolte e risultati in prospettiva
"moderni", più vicini al nostro sentire. Scriveva Alfredo Gargiulo nel
suo saggio uscito sulla "Ronda" nel 1922: "Così, assai probabilmente,
nella sua intenzione il 'Notturno' dovette svolgersi, sì, come racconto
più o meno realistico di quelle vicende, ma anche come una specie di
composizione musicale, un seguito tutto legato di motivi". Il giudizio
del Gargiulo si amplia poi in modo deteriore: "Fu illusione: anche se
alla parola 'musica' si attribuisce il senso traslato, che solo le conviene
allorché si tratta di poesia. A meno che si vogliano chiamar 'musicali'
soprattutto i passaggi, rapidi o graduali, dai momenti di pena a quelli
di sollievo; poiché tanto e non più la preoccupazione musicale del poeta
mi pare riesce a ottenere".
E
continua: "Sarebbe da osservare, piuttosto dove la musica ha nuociuto
senz'altro agli elementi e rapporti della figurazione poetica. Le divagazioni,
i corpi estranei (uno fra tutti: il pezzo sui violoncelli), hanno un'origine
puramente musicale".
E
Gargiulo sentenziò infine: "Qualcosa che qui si distingue, fece in realtà
tutt'uno con la musicalità, nei propositi strutturali; e cioè la tendenza
impressionistica".
Tuttavia gli eccessi impressionistici, che portano con sé inevitabilmente
una costruzione ad effetto, di tono artificioso, sono compensati dalla
trasfigurazione, nella lotta contro la morte e contro le tenebre, di
un D'Annunzio che raggiunge lo stadio "uomo" e la poesia realmente eroica,
dove l'eroe è un sé più umano. (Continua)
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