Anno XVI - No. 07- 2000

 

 

 

 

 

Franco Manzoni

D'Annunzio fu l'ultimo grande tragediografo italiano, prima che Pirandello cancellasse, per così dire, questo genere con i suoi drammi borghesi. Tra le opere teatrali del Vate, che verranno trattate nei prossimi numeri, ricordiamo:

Sogno di un mattino di primavera (1898), Sogno di un tramonto d'autunno (1898), La città morta (1899), La Gioconda (1899), La Gloria (1899), Francesca da Rimini (1902), La figlia di Iorio (1904), La fiaccola sotto il moggio (1905), Più che l'amore (1906), La nave (1908), Fedra (1909). Tuttavia è anche interessante scoprire un lato meno conosciuto di Gabriele D'Annunzio: il suo rapporto estetico-ritmico-sensuale con la musica, in particolare, attraverso un'opera come il Notturno (1918), composta in prosa durante un particolare momento di sofferenza del poeta, costretto alla cecità, che i medici credevano senza ritorno. Ed è proprio il Notturno a poter essere considerato una grande composizione drammaturgica, la tragedia dell'uomo D'Annunzio, dell'eroe sofferente che raggiunge, forse, momenti di poeticità anche più alti rispetto addirittura alle sue liriche più famose.

Un'opera in prosa che potrebbe benissimo essere trasposta sul palcoscenico. Il rapporto tra Gabriele D'Annunzio e la musica fu caratterizzato da un legame intenso, che in ogni caso non intaccò il primato delle lettere, ma forse si affiancò alla naturale propensione per la poesia, superando le conoscenze e l'interesse per le arti figurative. Già in tenera età, infatti, il D'Annunzio si esercitò sulla tastiera del pianoforte paterno, sotto la guida del maestro Odoardo Chiti; Gabriele, tuttavia, non riuscì mai a superare le difficoltà tecniche per essere considerato un vero "genio" musicale sia nell'esecuzione, sia nella composizione. Così egli poteva ammirare nel 1882 l'amata Elda Zucconi dicendo che era in grado di suonare "…con un impeto di tenerezza il 'Notturno' sublime di Chopin".

Sugli "Esperimenti" di acquisizione delle tecniche per eseguire musica, gli scritti di Romain Rolland servono per chiarire lo stato d'animo del D'Annunzio e i suoi inutili tentativi: "…gli suonai al pianoforte musiche di ogni epoca…fu colpito da alcuni Canti Gregoriani…e l'Adagio dell'ultimo Quartetto di Beethoven lo portò alle lacrime…La sera, quando era solo, provava a tentoni a improvvisare".

Questa "impotenza" a realizzare personalmente il discorso musicale non gli impedì, probabilmente con l'aiuto di un musicista di talento rimasto sinora ignoto, di difendere con sicurezza Wagner contro le tesi di Nietzsche nel 1893 sul giornale "la Tribuna" e poi, nel 1894, di approfondire con eccezionale intuito il Tristan und Isolde nelle prime pagine del Trionfo della morte; e ancora di analizzare la struttura della sinfonia dell'opera Arianna di Benedetto Marcello.

Il D'Annunzio, quindi, era soprattutto un appassionato, un amante della musica e in particolare di quella di Beethoven, come è dimostrato nelle pagine del Notturno.

Al di là della collaborazione artistica con il melodramma del Novecento in veste di librettista - il che era parte della volontà auto promozionale di un D'Annunzio manager, agente di se stesso che si faceva pagare anticipi e sovvenzioni - e qui, a proposito, ricordiamo La figlia di Iorio di Alberto Franchetti del 1904, Le Martyre de Saint Sebastien, musicato da Claude Debussy nel 1911, la Parisina di Pietro Mascagni del 1913, la Francesca da Rimini di Domenico Zandonai del '14, il Sogno d'un tramonto d'autunno di Malipiero del '14, la Fedra di Ildebrando Pizzetti del '15, autore quest'ultimo anche dell'incompiuta Gigliola e de La figlia di Iorio, omaggio tardivo, che risale al 1954, del musicista al poeta - il D'Annunzio rimase un assiduo frequentatore di concerti, un animo fortemente sensibile alle forme musicali.

Così i suoi scritti "diaristici" (Faville, Notturno e le Cento e cento e cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele D'Annunzio tentato di morire), dove la "prosa notturna" raffigura un ridimensionato eroe, un uomo anche assalito da paura, malinconia, dolore, angoscia, e dove la poesia alta lascia il posto a una prosa musicale sincera e a una voglia di confessare le proprie emozioni, costituiscono una ricerca interiore raffigurata spesso con immagini e tagli impressionistici: "Ricercando me stesso, non ritrovavo se non la mia malinconia. Ricercando il mio silenzio, non ritrovavo se non la mia musica", si legge nel Notturno.

E appunto nel racconto dei suoi mesi di "clausura" e privazione della luce, nel suo diario "notturno" s'intravede un D'Annunzio poeticamente musicista, con forme liricamente sciolte e risultati in prospettiva "moderni", più vicini al nostro sentire. Scriveva Alfredo Gargiulo nel suo saggio uscito sulla "Ronda" nel 1922: "Così, assai probabilmente, nella sua intenzione il 'Notturno' dovette svolgersi, sì, come racconto più o meno realistico di quelle vicende, ma anche come una specie di composizione musicale, un seguito tutto legato di motivi". Il giudizio del Gargiulo si amplia poi in modo deteriore: "Fu illusione: anche se alla parola 'musica' si attribuisce il senso traslato, che solo le conviene allorché si tratta di poesia. A meno che si vogliano chiamar 'musicali' soprattutto i passaggi, rapidi o graduali, dai momenti di pena a quelli di sollievo; poiché tanto e non più la preoccupazione musicale del poeta mi pare riesce a ottenere".

E continua: "Sarebbe da osservare, piuttosto dove la musica ha nuociuto senz'altro agli elementi e rapporti della figurazione poetica. Le divagazioni, i corpi estranei (uno fra tutti: il pezzo sui violoncelli), hanno un'origine puramente musicale".

E Gargiulo sentenziò infine: "Qualcosa che qui si distingue, fece in realtà tutt'uno con la musicalità, nei propositi strutturali; e cioè la tendenza impressionistica".

Tuttavia gli eccessi impressionistici, che portano con sé inevitabilmente una costruzione ad effetto, di tono artificioso, sono compensati dalla trasfigurazione, nella lotta contro la morte e contro le tenebre, di un D'Annunzio che raggiunge lo stadio "uomo" e la poesia realmente eroica, dove l'eroe è un sé più umano. (Continua)

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Gabriele D'Annunzio

 

 

 

 

Frontespizio della prima edizione del Notturno della casa editrice Treves