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Se
si paragona il cervello all'hardware di un computer, gli stati di coscienza
rappresentano i suoi programmi operativi. Questi non sono altro che
degli schemi per elaborare informazioni e possono lavorare solo se sono
compatibili con un linguaggio base che, a sua volta, è un codice che
organizza le informazioni dei singoli programmi. Nella struttura della
coscienza il linguaggio base può essere immaginato come la memoria primigenia,
quella che contiene ricordi di singole sensazioni o di singoli schemi
operativi elementari, in base alla quale è stato possibile imparare
il linguaggio e costruire un "modello interno del mondo fisico".
Seppure
approssimativo, come tutte le metafore tecnologiche con le quali si
cerca di spiegare le strutture biologiche, anche questo paragone è impreciso
ma, tuttavia, è sicuramente utile par capire un argomento, la coscienza,
che nell'ultimo cinquantennio si è prepotentemente imposto all'attenzione
dei neurobiologi. Si può dire che tale interesse è cominciato negli
anni '40, quando Albert Hofmann, nei laboratori della Roche, in Svizzera,
scoprì e sintetizzò la dietilamide dell'acido lisergico, divenuta poi
molto famosa con la sigla LSD. Fino ad allora, la coscienza era stata
un terreno di speculazione filosofica e un argomento di tiepido interesse
per la psicologia.
La LSD, all'improvviso, rivelava straordinarie connessioni tra l'hardware
neuronale e il software mentale e ciò sembrava dimostrare che la coscienza
è in qualche modo un prodotto dell'attività dei neuroni e dei rapporti
chimici che si stabiliscono tra loro.
L'importanza neuroscientifica della coscienza, della sua struttura e
dei suoi stati modificati era già stata abbondantemente intravista un
secolo prima dai clinici della Salpetrière, alla scuola di Jean Marie
Charcot, dal fondatore della psicoanalisi, Sigmund Freud, da psicologi
sperimentali come William James e, soprattutto, da Pierre Janet, ma,
con l'affermazione e la diffusione della teoria psicoanalitica, era
poi sembrato che ci si dovesse interessare più dell'inconscio che del
conscio e l'argomento era passato in secondo piano. L'interesse iniziale
era indubbiamente stato suscitato dal fatto che sia Charcot che tutti
i suoi allievi (compreso Freud) praticavano e usavano l'ipnosi, una
condizione che oggi potrebbe essere definita la madre di molti stati
modificati di coscienza (modificati suona meglio che "alterati", come
spesso si trova scritto; e, del resto, "altered" in inglese vuol proprio
dire "modificato") e perciò erano stati in qualche modo obbligati ad
interessarsi alla struttura della coscienza per capire i cambiamenti
cui andava incontro in stato di trance.
Tuttavia Charcot era un clinico, fondamentalmente interessato alla patogenesi
delle malattie e malgrado riuscisse a riprodurre i sintomi di una nevrosi
mettendo i suoi pazienti in trance, non riuscì a dimostrare i rapporti
causali tra modificazioni dello stato di coscienza e la patogenesi delle
nevrosi. Il suo interesse fondamentale, tuttavia, fu raccolto da tutti
coloro che frequentarono le sue celebri "lezioni del martedì" e, tra
tutti, colui che riuscì a costruire una convincente teoria etiologica
delle nevrosi fu Freud con il concetto di "inconscio patogeno" che,
sebbene oggi indebolito, non è ancora stato sostituito da una teoria
più valida. Gli altri allievi di Charcot, malgrado abbiano elaborato
per tutto il resto delle loro carriere le idee del maestro, sono stati
dimenticati o vengono ricordati per altri meriti. Babinski, per esempio,
viene ricordato per il suo "segno" .
(estensione
dell'alluce in risposta allo sfregamento del margine laterale del piede)
piuttosto che per il fatto che abbia sostenuto (con ragione) che la
nevrosi isterica è un disturbo psichiatrico e non una malattia neurologica
(come Charcot aveva sostenuto per anni).
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