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Un
palazzo mai abitato, una cattedrale dove non è sepolto. Il primo se
ne sta lassù, fra i giardini dell'Alhambra, il paradiso in terra dei
Nasridi, ultimo regno musulmano in Europa. La seconda giace in basso,
lì dove comincia la città vecchia, e sembra dover esplodere dalla piazza
che a fatica la rinserra. Se si vuole esercitare la memoria, nessun
luogo è più utile della Granada di Carlo V, punto d'arrivo nazionale
e punto di partenza imperiale. La corte si riposa fra il patio de Los
Leones e la sala de Las Dos Hermanas.
C'è
l'ambasciatore della Serenissima, l'umanista Andrea Navagero, quello
della Santa Sede, Baldassar Castiglione, il precettore della nobiltà
catalana Pedro Màrtiz de Anglera, Garcilaso de la Vega, amico del duca
di Alba, capitano e cortigiano. Nel fresco della chiesa, il monumento
in marmo di Domenico Fancelli ricorda Ferdinando e Isabella, i re della
Reconquista, la tomba del Donacel immortala il paggio della regina,
Martin Vazquez, caduto davanti a Granada: in tenuta da guerriero, ha
un libro fra le mani, le armi e le arti della Spagna che nasce. Nel
ritratto che Tiziano dedica a Carlo V per Celebrare i fasti della battaglia
di Muhlberg, il sovrano va alla guerra portando con sé la modernità,
archibugio e corazza leggera, il siglo de oro e comincia la grande avventura
imperiale. Guardare il passato aiuta a capire il presente.
Negli
scorsi mesi, un uragano di polemica ha preceduto e seguito la parata
militare tenutasi a Barcellona. Il presidente della Catalogna, Puyol,
vedeva in essa una incrinazione dell'autonomia catalana e uno schiaffo
all'anima repubblicana e indipendentista, i pacifisti un pericoloso
soprassalto bellicista, il governo un atto dovuto nei confronti di una
istituzione importante per la vita civile e sociale del Paese. Alla
fine, in maniera più o meno elegante, tutti hanno ceduto qualcosa, una
serie piccola e grande di compromessi che ciascuno rivendicherà a suo
modo.
La
sfilata c'è stata, ma non si è vista in Tv, e non c'era la Guardia Civile
né la Legione; Puyol vi ha assistito, ma ha fatto lo sgarbo di non andare
al ricevimento reale che le ha fatto seguito: "Ho una comunione", si
è giustificato. I pacifisti hanno manifestato fischiando l'esercito,
gli invitati e gli spettatori lo hanno applaudito, fischiando Puyol
e i pacifisti. La stampa, un po' imbarazzata, ha dato conto delle posizioni
di tutti, ma nell'insieme ha fatto capire che è ora di finirla di considerare
le Forze armate come l'anticamera della dittatura.
E
tuttavia, vent'anni di ritorno alla democrazia non sono ancora sufficienti
per sanare antichi contrasti e cauterizzare definitivamente vecchie
ferite.
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