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tanto, nella routine quotidiana che tende a smorzare le luci di dentro
per dare spazio alle bollette dell'Enel, si accende all'improvviso qualche
faretto che, illuminando una parte del fuori, ti induce, muove, costringe
a fare la stessa operazione elettricistica al tuo interno. A me è
accaduto con il Club di Budapest. Vi dirò presto cos'è.
Intanto, un po' di cronaca. Nella seconda metà di maggio, prima a Roma e poi a Cagliari, con conferenze-stampa e tavole rotonde (che ho moderato in qualità di membro onorario del Club di Budapest Italia), questo misterioso Club si è presentato nel nostro paese.
Scommetto che i lettori italiani di questo editoriale per lo più non ne avranno sentito parlare, e dunque concludano per ora sulla clandestinità della “cosa”. Forse posso cominciare a stupirli appena un pochino dicendo il nome di alcuni degli “affiliati” nel mondo. L'attore e scrittore Peter Ustinov, il violinista di fama mondiale Yehudi Menhiun, Edgar Mitchell, l'astronauta che comandava la missione lunare dell'Apollo 11, Mikhail Gorbaciov di cui risparmio le didascalie... Ma, obietterà il mio lettore, questo alto consesso con si sarà fatto vedere... E invece sì, ho citato proprio alcuni dei partecipanti alla doppia manifestazione italiana: alcuni, perché non ho nominato un indiano internazionalmente famoso e possibile futuro presidente del suo paese, Karan Singh, un paio di premi Nobel per la pace, una ex-presidente della Repubblica d'Islanda ecc. E neppure, per il versante italiano, Gillo Pontecorvo. Certamente il lettore nel leggere l'elenco non penserà, come esternava Groucho Marx, il più celebre del fratelli, che questo sia “un club infrequentabile perché prevede uno come me tra i suoi membri”. Eppure l'effetto-stampa, il riflesso dei mezzi di informazione su questi appuntamenti è stato piuttosto ridotto. Forse, cogiterà ancora il lettore, perché è stata una poco impegnativa riunione tra amici, colleghi, “soci” di un circolo Pickwick di livello simpaticamente internazionale. Si sarà parlato di cucina? O di cinema? O della luna, questa “solita nota”? Non esattamente: il motivo dell'happening era la presentazione anche da noi del 1o Rapporto del Club di Budapest da parte del suo presidente, il filosofo della scienza Ervin Laszlo, stampato in libro per “I tipi” della Corbaccio con il titolo “Terzo Millennio: la Sfida e la Visione”. Interessante? E le tavole rotonde, come si intitolavano? |
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Roma, per esempio, con la presenza dell'industriale Piero Bassetti, presidente
delle Camere di commercio italiane all'estero, “I nuovi imperativi per
l'impresa, la politica, la cultura, la società”, a Cagliari “Dalla
teoria alla pratica”. Ancora più interessante?
Possibile allora questa eco residuale, questo seguito “carbonaro”? Pensare che l'evento politico più importante di quelle settimane a cavallo tra aprile e maggio era stato il varo della moneta unica dell'Europa Occidentale, l'Euro. E che la critica più incisiva e insieme più emotivamente coinvolgente mossa alla nuova unione monetaria era stata ed è che dentro di essa non ci sia un'anima (sociale, culturale, appunto politica). All'orecchio non suona alcuna nota che avvicini il Club al discorso sull'Euro? E allora didascalicamente mettiamola così: è vero oppure no che la stagione economica mondiale che stiamo vivendo in questa fine millennio è quella della globalizzazione dei mercati, un unico immenso mercato sul pianeta, del pianeta? Aggiungiamoci
l'osservazione insieme più banale ed inquietante: con la globalizzazione
economica non è affatto cresciuta anche la consapevolezza di tutto
ciò che essa comporta, a partire dai rischi insiti nel nuovo rapporto
tra risorse, ambiente e popolazione (se saremo tra poco sei miliardi di
persone, e il tenore di vita che conosciamo può essere garantito
non senza sforzo e sperequazioni a malapena a un terzo di questi sei, è
evidente a chiunque voglia saperlo che abbiamo imboccato una strada senza
uscita).
Non sarebbe dunque necessaria anche una “globalizzazione della consapevolezza”, così che lo sviluppo “insostenibile” non sia solo, a scalare, un'automobile senza pilota o una carrozzeria/telaio senza motore? Eccoci al punto: di tutto questo si occupa e sempre più intende occuparsi il Club di Budapest, un'associazione fondata nel 1993 dal Laszlo, già diffusa in Europa, America, Asia, nata da una costola del famoso Club di Roma di Aurelio Peccei degli anni '70. Vanta tra i suoi iscritti le figure summenzionate (e altre tra cui il Dalai Lama) e cerca proseliti tra i creativi di tutto il mondo, dando al valore della creatività un ruolo guida (di indirizzo e controllo) per sviluppare una imprescindibile coscienza planetaria. Intende sollecitare domande senza servitù di alcun tipo, e tentativi di risposte “compatibili” con l'essere umano, rivolgendosi soprattutto (è ovvio) ai giovani, chiamati a una tremenda responsabilità dalla “sfida del Terzo Millennio”: niente di più e niente di meno della sopravvivenza sul pianeta. P.S. Non credo di dover spiegare il mio “cappello” iniziale, sulla mia personale “folgorazione”. E a chi eccepisce leggendo “ma questo lo sapevo anch'io, solo che sono parole...”, posso solo rimarcare che dall'autobus impazzito non si può scendere in corsa neppure se lo si vuole, quindi tanto vale provare a guidarlo diversamente (cfr. Einstein: “E' impensabile cercare soluzioni con lo stesso modo di ragionare che ha creato il problema”). . . ![]() |
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