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Livio Caputo..........
 
Ormai le stragi di civili in Algeria non fanno quasi più notizia: un neretto fino a 20 morti, un titolino a due colonne tra i venti e i cinquanta, solo al di sopra di questa cifra la interminabile guerra civile riesce ancora a conquistarsi sui quotidiani un vero “servizio”. Così, di eccidio in eccidio, si è arrivati a quasi centomila morti in sette anni (la cifra esatta non la conosceremo mai), con la prospettiva di aggiungerne molti altri all’elenco prima che la tragedia abbia fine. 
Eppure, il mondo esterno non ha dimenticato l’Algeria. Francia e Italia sono in testa nell’organizzare iniziative umanitarie tese a fermare la strage e a indurre i contendenti a cessare gli scontri e cercare di risolvere le loro contese attraverso il negoziato. Già nel 1995, la Comunità di sant’Egidio riuscì a riunire intorno a un tavolo nella sua sede romana i rappresentanti di tutti i partiti politici e a fare firmare loro una specie di “Magna Charta” della normalizzazione: tutto invano, perché il governo algerino ripudiò l’iniziativa e se la prese con il nostro governo che l’aveva ospitata. Nella scorsa primavera, Aldo Forbice, conduttore della  trasmissione  
“Zapping” del GR1, ha raccolto oltre duecentomila firme “per la pace”, con una mobilitazione popolare che ha pochi precedenti su temi di politica estera. L’Unione europea, a sua volta, ha fatto carte false per inviare una sua delegazione ad Algeri, ma questa non è stata autorizzata a visitare i luoghi delle stragi, né è riuscita a strappare al governo il consenso per istituire una commissione internazionale di inchiesta. 
Forse mai il nuovo principio di “ingerenza  umanitaria”, che entro certi limiti consente alla comunità internazionale di interferire negli affari di un paese quando si tratta di tutelare i diritti umani della popolazione civile, è stato messo così seriamente alla prova, ma il regime algerino è stato inflessibile: “Questo è un nostro affare interno”, ha replicato ostinatamente a ogni approccio internazionale “e tra un governo legittimo e una banda  di feroci terroristi non è concepibile alcuna mediazione”. 
Di fronte a questa intransigenza, e all’ovvia impossibilità di fare qualsiasi cosa senza il consenso di un governo, che nonostante  l’incapacità di fronteggiare adeguatamente gli uomini del GIA resta nel pieno esercizio delle sue funzioni, sia l’Europa, sia gli Stati Uniti d’America hanno finito con il battere in ritirata. Né l’una né gli altri dispongono infatti  di strumenti giuridici che gli consentano almeno di socchiudere la porta. I rapporti tra l’UE e l’Algeria sono ancora disciplinati da un accordo del 1976, diretto a promuovere lo sviluppo economico e sociale del paese magrebino, che non contiene alcun riferimento al rispetto dei diritti umani o alla tutela della popolazione civile, né offre alcun elemento utile a condizionare l’aiuto  allo sviluppo all’effettiva democraticità del sistema interno algerino. Neppure l’accordo di Partnerariato mediterraneo concluso a Barcellona nel 1995 costituisce una base adeguata per consentire all’Unione Europea o ai suoi stati membri di svolgere a favore della soluzione della crisi algerina un’azione più incisiva delle solite esortazioni al negoziato. Qualcuno ha ipotizzato un ricorso a vere e proprie sanzioni economiche, magari attraverso una risoluzione del Consiglio di Sicurezza: ma nessun paese ha interesse né a rinunciare al petrolio e al metano algerini, diventati ormai indispensabili per l’approvvigionamento energetico dell’Europa meridionale, né a mettere in difficoltà un governo che, pur con metodi non sempre condivisibili, fa pur sempre gli interessi dell’Occidente. 
Nonostante la sua buona volontà, e l’ovvio interesse a spegnere tempestivamente uno dei principali focolai di tensione dell’area mediterranea, la comunità internazionale è perciò condannata a fare la parte dello spettatore. Uno spettatore, per di più, un po’ smarrito, perché con il passare del tempo i contorni della tragedia algerina diventano sempre meno chiari e l’identificazione dei responsabili più complessa. All’originale scontro tra i militari e fondamentalisti si intrecciano infatti guerre per bande e faide tribali, che alimentano continuamente i massacri dando loro connotati talvolta indecifrabili. A ben guardare, non siamo di fronte né a una guerra civile, perché la massa della popolazione è rimasta estranea la conflitto e appare ostaggio impotente di minoranze estremiste, né a una guerra di religione, perché la componente confessionale è oscurata da quella xenofobica e asociale. 
Tutto cominciò nel dicembre 1991, quando il Fronte islamico di salvezza (FIS), il nuovo partito integralista che raccoglieva molti consensi anche tra il sottoproletariato urbano afflitto da fame e disoccupazione, conseguì un inaspettato successo nel primo turno delle elezioni  per il Parlamento. Decisa a impedire una presa di potere da parte dei fondamentalisti, la Giunta di governo, sostanzialmente espressione della casta militare, cancellò il ballottaggio, dichiarò il FIS fuori legge e arrestò i suoi leader. 
La reazione degli islamici fu devastante: l’ala estrema si costituì in una serie di bande armate, che scatenarono una campagna terroristica diretta da un lato contro il regime e i suoi sostenitori, dall’altra contro tutti gli stranieri, laici e  religiosi, accusati di avere corrotto la società algerina. Molti ricorderanno ancora con orrore l’episodio dei sette marinai sgozzati nel sonno nel 1994 a bordo di una nave ancorata in un porto della costa orientale, di cui non sono mai stati individuati i responsabili. In breve tempo, tutto l’immenso territorio algerino diventò insicuro, con l’importante eccezione dei giacimenti di idrocarburi dell’interno, fonte del 95% delle esportazioni del paese, che le Forze Armate riuscirono a sigillare, scongiurando così un catastrofico ritiro dei tecnici stranieri. 
Il regime reagì con pari durezza, innescando una spirale di violenza che ha reso lo scontro via via sempre più crudele. Dagli attentati mirati, i fondamentalisti sono passati ben presto alle stragi indiscriminate di donne, vecchi e bambini, allo sterminio di interi villaggi, agli attacchi dinamitardi contro autobus e mercati, in un crescendo di ferocia che non sembra conoscere mai fine. 
Le cronache algerine degli ultimi anni assomigliano a un film dell’orrore, con storie di donne incinte sventrate, ghigliottine portate in giro per i villaggi, bambini decapitati o sfracellati contro un muro.Le forze dell’ordine, a loro volta, non fanno complimenti: i loro ordini sono di non fare prigionieri, e di eliminare senza complimenti chiunque sia anche solo sospettato di fornire appoggio ai famigerati Gruppi Islamici Armati, autori delle azioni terroristiche più cruente.
Di fronte al dramma algerino, l’Occidente ha reagito con evidente imbarazzo. Comunque venisse presentato, quello del dicembre 1991 era un golpe bello e buono, e doveva perciò essere formalmente condannato. In realtà, tutti hanno tirato un sospiro di sollievo per il fatto che i militari non avessero consentito l’instaurazione, sulle rive meridionali del Mediterraneo, di un regime fondamentalista ricalcato su quello iraniano; e pur ostentando nei confronti della Giunta algerina una grande freddezza, non le hanno mai fatto mancare un certo appoggio,  compresa una vantaggiosa ristrutturazione del suo debito estero. Soprattutto la Francia, che ha un interesse enorme a evitare una “esplosione” della sua ex colonia, che rovescerebbe sulle sue coste decine di migliaia di profughi, ha chiuso entrambi gli occhi di fronte alle pecche del regime. 
I militari algerini, dal canto loro, si sono resi conto che, sia pure gradualmente, dovevano ricostruire la loro perduta legittimità democratica, e si sono imbarcati in una serie di consultazioni elettorali che, nonostante le proteste dei partiti di opposizione, si sono svolte in condizioni abbastanza accettabili. La prima è stata l’elezione diretta a capo dello Stato di Llamine Zeroual, un ex generale sostenuto dai moderati delle Forze armate che ha ottenuto una larga maggioranza soprattutto dagli elettori che sperano nella conclusione del conflitto.  
La seconda è stata il referendum sulla riforma della Costituzione, che dà ampi poteri al Capo dello Stato, ma prevede nel contempo l’istituzione di un Senato rappresentativo delle varie componenti etniche. La terza infine, del 5 giugno 1997, è stata dedicata alla elezione di un nuovo Parlamento, dopo sei anni di sospensione: il partito di governo ha ottenuto una maggioranza relativa del 42 per cento, integrata dalla presenza in terza posizione dell’FLN, il vecchio partito della guerra di liberazione, che si è dichiarato disponibile a sostenere il regime. In Parlamento, sono entrati anche due partiti islamici, che si sono enucleati dal vecchio FIS, dando così modo a Zeroual di dichiarare completata la transizione alla democrazia e di fare alcune aperture ai suoi avversari. In effetti, con queste tre consultazioni l’Algeria ha toccato un livello di democrazia formale nettamente superiore a quello della maggior parte dei Paesi arabi, dove - come un tempo nei Paesi comunisti - le urne tendono a essere usate soprattutto per dare un imprimatur di legalità alle dittature. 
Tutto inutile. Gli estremisti del GIA hanno proclamato invalide le elezioni, condannato a morte chi sembrava disposto a venire a patti con il regime e rilanciato la loro azione terroristica con una nuova impressionante serie di eccidi indiscriminati, culminata nella strage di Betalha, a sud di Algeri, che ha fatto oltre duecento vittime e sollevato molti dubbi sul comportamento delle Forze armate. Dopo quella notte di terrore, alcuni specialisti, con in testa il francese Bruno Etienne, hanno infatti avanzato l’ipotesi che la strage fosse addirittura opera di agenti del governo, con il doppio scopo di ottenere una condanna irrevocabile dei fondamentalisti anche da parte di quei governi che ancora nutrono dubbi sulla vera natura del conflitto e di giustificare gli eccessi dei suoi metodi di repressione.,In realtà, le vere cause della tragedia rimangono un enigma. Al di là della reazione contro il golpe militare del 1991, non si capisce come il fenomeno integralista, che non appartiene alla tradizione algerina, abbia potuto prendere piede così velocemente in un Paese nato da una spinta laica, rivoluzionaria e  progressista che l’ha sempre distinta dai suoi due vicini del Maghreb, Tunisia e Marocco, che sono invece tradizionali, osservanti e conservatori. 
Ci sono state, indubbiamente, influenze esterne, specie da parte di quella “internazionale fondamentalista”, localizzata a Khartum e finanziata da Teheran, che ha visto nelle kasbeh algerine un fertile terreno di cultura per il suo verbo. E’ ormai documentato che nelle file dei terroristi militano numerosi “afgani”, combattenti islamici che si sono fatti le ossa lottando contro l’Armata rossa in Afganistan e poi utilizzati come quadri per la guerriglia ovunque il Profeta chiamasse. Ma le radici del fenomeno vanno ricercate soprattutto in fattori locali.  All’origine di tutto, c’è la mancanza di una vera identità nazionale, in assenza di una storia comune e a fronte di varie componenti etniche in contrasto tra loro: arabi, berberi, mozabiti, tuareg. Nonostante una leggendaria “lotta di liberazione” l’Algeria è infatti nata dal nulla, senza una sua storia, una sua cultura, al punto che uno degli eroi della insurrezione contro la Francia, Hacine Kateb si chiese angosciato, il giorno stesso della presa della capitale: “Algeria, Algeria, saprai fare uso della tua libertà?”.  
A questa mancanza di radici si sovrapposero i madornali errori dei governi del Fronte nazionale, e in particolare di quello di Hari Boumedienne, che distrussero la base agricola del Paese per inseguire il sogno di una rapida industrializzazione. Pur senza aderire mai formalmente al blocco sovietico, l’FLN ha costruito in Algeria una specie di socialismo reale, che peraltro ha portato benessere solo alla nomenclatura militare e burocratica e lasciato le masse nella miseria. Un tasso di natalità altissimo, non più compensato dalla emigrazione dopo la virtuale chiusura delle frontiere francesi, ha contribuito ad aggravare la situazione. Quando, infine, il regime ha cominciato, assai timidamente, a liberalizzare l’economia, si è ritrovato con il 30% di disoccupati, in buona parte giovani e giovanissimi, facile preda della predicazione integralista delle moschee. Se non fosse per le ricchezze del sottosuolo, che bene o male gli permettono di far fronte all’immenso debito estero e a pagare per le importazioni di generi alimentari, il Paese sarebbe già saltato per aria. Ma le sue possibilità di salvarsi sono strettamente legate a un ripristino dell’ordine pubblico sufficiente ad attirare nuovi investimenti stranieri anche fuori dal settore energetico. Oggi come oggi, esso è stato messo, per così dire, nel “freezer”, in attesa di conoscere l’esito del conflitto. 
Una recente visita in Algeria mi ha persuaso che Zeroual ha ragione quando afferma che non esistono possibilità di compromesso e che la guerra terminerà solo il giorno in cui il terrorismo sarà stato sradicato. Dopo il riassorbimento nel sistema degli islamici moderati, il GIA è abbastanza isolato e, a causa delle sue barbarie, ha perduto molti dei suoi iniziali consensi. Con tutte le riserve possibili e immaginabili riguardo ai suoi metodi di lotta, la parte più progredita della popolazione è schierata con il regime. L’Europa dovrebbe tirarne le conseguenze, smettere di tollerare la presenza sul proprio territorio di “isole” di fondamentalisti che la usano come base per le loro attività sovversive e accettare il fatto che, in una situazione come quella algerina, può anche essere necessario che un governo giochi sporco.
 
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