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| Tra
gli autori italiani della seconda metà dell’Ottocento, colui che
riscosse maggiori consensi di pubblico fu il modenese Paolo Ferrari (1822-1889),
che i contemporanei osannarono durante tutto il regno di Vittorio anuele
II e, in parte, di Umberto I.
Nei propri lavori Ferrari toccò vari generi, dall’argomento storico a quello di vicende popolari fino a giungere, poi, ai drammi “a tesi”. La sua opera più nota è “Goldoni e le sue sedici commedie” (1851), testo dai numerosi tasselli di chiara derivazione goldoniana, scritto, peraltro, secondo uno stile compositivo convincente, che mostra nel suo tessuto capacità di letterato e abilità intuitiva nella trasposizione del testo per le scene. In questa commedia di 4 atti, ispirata dai “Memoire”, Ferrari descrive le differenti fasi del teatro goldoniano: gli esordi, il trionfo della “Vedova scaltra”, la crisi con “L’erede fortunata” e, infine il momento più difficile dell’esistenza del commediografo, ossia l’impegno assunto di scrivere in un solo anno sedici nuove opere. La commedia, stesa con saggezza, rappresenta il teatro ed i soggetti caratteristici del repertorio goldoniano;
i personaggi tratteggiati da Ferrari, risultano aderenti alla realtà
e il testo, nel complesso, ben sviluppato e consequenziale.
Un altro lavoro, che trovò innegabile riscontro nel pubblico di allora, fu “La satira e il Parini” (1854) che, parallelamente al procedimento seguito per la commedia precedente, pone di fronte Giuseppe Parini e la società che il poeta aveva coperto di ridicolo nel “Giorno”. Composta in 5 atti e rappresentata per la prima volta nel 1856, riprende un fatto realmente accaduto nella vita del Parini: il divieto di divulgazione e pubblicazione del “Giorno”. Il letterato abate, per far sì che questa “censura” venga tolta, si rivolge al presidente dell’Accademia degli Enormi, il marchese Colombi. Di sicuro interesse è, appunto, il personaggio immaginario delineato nel marchese Colombi, chiaro prototipo dell’accademico sprofondato nella propria ignoranza ignorata. Dopo un tentativo fallito, il Parini riuscirà a pubblicare il suo “Giorno”. Più modesti, anche se seguitissimi dagli spettatori, risultano “La Medicina d’una ragazza ammalata” (1860), scritta in un primo tempo in dialetto modenese, poi trasposta in un italiano toscaneggiante, che trae la trama dalla “Finta ammalata” del Goldoni, e la commedia “La bottega del cappellaio” (1862). Nei titoli successivi il Ferrari passa ai cosiddetti drammi “a tesi”, come “Il Duello”, pubblicato e portato sulle scene nel 1868. Ispirato agli autori francesi contemporanei, quest’opera è espressione di quel modo di fare teatro, in cui si analizza una questione di attualità, dichiarando per metafora, più o meno tra le righe, il proprio pensiero. Per quanto concerne il duello, il Ferrari sostiene quanto questa pratica fosse ormai insensata e rozza, riconoscendo altresì che la società sua coeva non aveva proposto ancora un altro rimedio, e che perciò esso veniva utilizzato per un normale andamento del vivere sociale. Il protagonista, il conte Sirchi, viene descritto in una caratterizzazione di grande efficacia. |
Nel
“Ridicolo” (1873), opera minore, egli fu propenso a dare ragione ai pregiudizi
dell’epoca, che preferivano deridere un marito tradito piuttosto che condannare
la moglie adultera. Anche nei lavori “Il Suicidio” (1875) e “Le due donne”
(1877) Ferrari riconobbe la necessità di piegarsi alle convenzioni
sociali del suo mondo anziché contrapporsi ad esse come facevano
i modelli francesi di riferimento. Egli, infatti, fu sostenitore della
società borghese e della sua morale, che rappresentò nei
minimi particolari, attraverso un’apprezzabile originalità d’intenti.
Seppur a tratti rozzo e volutamente sciatto nello scrivere tragedia in versi, il romano Pietro Cossa (1830-1881), prendendo spunto da Hugo e dal naturalismo francese, cercò di creare un realismo romantico ancorato fortemente alla tradizione italiana. Non è un caso, quindi, che i suoi migliori lavori siano quelli legati alla romanità. Il suo capolavoro è “Nerone” (1872), dove l’imperatore viene tratteggiato con una certa simpatia proprio per il terrore leggendario tramandato intorno alla sua figura. Tra le altre opere ricordiamo “Messalina”, in cui è presente un intenso senso di lascivia; “Plauto e il suo secolo”, dove il commediografo latino diventa il campione della moralità antica calpestata dai nuovi costumi troppo permissivi; “Giuliano l’Apostata”; “Cola da Rienzo”; “I Borgia; “Cecilia”; “Napoletani del 1970”; infine “Puskin”, il solo dramma che Cossa compose in prosa. Di sicuro rilievo per l’abilità nel descrivere la società ottocentesca è il lavoro teatrale “Le miserie di Monsù Travet” (1863) di Vittorio Bersezio (1828-1900), che per fantasia compositiva e umanità si discosta e per certi versi si contrappone alle opere ultime di Paolo Ferrari. Questa commedia, redatta e mantenuta in dialetto piemontese, tratta le vicissitudini quotidiane di un piccolo borghese. Ne è protagonista Ignazio Travet, impiegato dello Stato, immerso nell’eterna burocrazia farraginosa, sempre ligio al dovere di un lavoro pur dignitoso, ma vissuto nel grigiore di una “routine” esasperante, schiavo tutti i giorni delle angherie di un capufficio pignolo. Monsù Travet, assunto poi a sostantivo comune per antonomasia come successe per la Perpetua del Manzoni, è un personaggio in grado di stigmatizzare una realtà e una mentalità di una condizione sociale che stava per diventare comune a molti. L’autore, Vittorio Bersezio, giornalista e scrittore, si interessò di satira e diresse “Il Fischietto”, primo foglio umoristico illustrato nella storia dell’editoria periodica italiana. Ben a contatto con la realtà e la cronaca, ne “Le miserie di Monsù Travet” Bersezio descrisse con estrema chiarezza le poche luci e le molte ombre della piccola borghesia regia, da un lato mediocre, maltrattata e impoverita, ma dall’altro sempre orgogliosa della propria condizione a fatica nel tempo raggiunta, anche se emerge il terrore di fondersi con gli altri strati sociali considerati ancora inferiori, in particolare con la borghesia emergente, quella artigiana e commerciale, che faceva del risparmio, quasi spilorceria, il proprio credo. |
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