............................................................  stenio solinas
 
 
Cinque anni fa, quando cominciò la sua carriera di modella, Stella Tennant sfilò a Parigi per la stilista inglese più pazza e più colta, Vivienne Westwood. Le avevano acconciato i capelli alla punk e l’eccesso di piume e ornamenti degli abiti, da cui spuntavano però nudità e magrezze, sarebbe bastato per fare di chiunque altra una via di mezzo tra una prostituta di quartiere e una coatta da stadio con velleità borghesi. Lei invece era perfetta, sprizzava classe e broncio, gli occhi di un blu così profondo che ci annegavi dentro, un paio di lunghe gambe che si muovevano al ritmo di una danza interiore. Era l’eleganza, indipendente da ciò che si ha addosso. Oggi Stella vale qualche miliardo, incarna la griffe Chanel, attende un figlio. In passato ha fatto discutere per la sua magrezza che qualcuno tacciava di anoressia. In realtà si tratta di un marchio di famiglia: una foto del nonno, Stephen Tennant, una delle figure più eccentriche della Londra fra le due guerre, mostra un giovane appoggiato a un tronco d’albero intento a accarezzare un levriero. Dei due il più grasso è il cane. 
I Tennant in Inghilterra sono ancor’oggi una istituzione chiacchierata come potevano esserlo i Mitford, i Sitwell, i Cunard negli anni Venti e Trenta: rimandano a stranezze, evocano ricchezze, perpetuano frivolezze. Stella è la più fotografata e la più nota del momento, ma ogni epoca ha avuto il suo Tennant per fenomeno. Alla fine dei Cinquanta agli onori della cronaca c’era Colin: per 45mila sterline aveva acquistato Mustique, nei Caraibi, trasformandola nel rifugio della Swinging London: da David Bowie a Mick Jagger la pop music celebrerà lì i suoi trionfi e i suoi eccessi. Quando la principessa Margaret sposò il fotografo Tony Armstrong-Jones, Colin, che era pur sempre Lord Glenconner, come regalo di nozze pensò bene di farle dono di un pezzo di isola. Fra lui e Margaret c’era stata quella che i settimanali rosa sogliono definire “un’affettuosa amicizia”. Nel castello scozzese di Glen (una di quelle costruzioni che sembrano appartenere al genio fiabesco di Walt Disney e che invece fanno parte di quel gusto tipicamente britannico che mischia gotico, Regent, scomodità, spazi sterminati e gelidi e misteri di famiglia) la principessa si recò una volta in vacanza. Il personale di servizio era scarso e l’undicenne Toby Tennant fu incaricato di star dietro alle telefonate: “Non devi dire ‘Vostra madre è al telefono’”, lo catechizzò lo zio Colin, “ma ‘Scusate Madame, Sua maestà la Regina Elisabetta è all’apparecchio’”. Toby è il padre di Stella e il fratello più piccolo di Emma, che è la scrittrice di casa: il suo ultimo libro appena uscito si chiama Strangers (Jonathan Cape editore) e racconta, in forma di romanzo, il ‘900 visto dall’album di famiglia. Difficile dire se in essa siano state più le stranezze o i lutti. Il figlio più grande di Colin, Charles, fu diseredato perché eroinomane (cercò persino di vendere delle foto private di Margaret d’Inghilterra per pagarsi la droga), e spirò nemmeno quarantenne. Il secondo, Henry, morì di Aids, il terzo, Christopher, è rimasto minorato da un incidente di moto. Intervistata dall’Independent on Sunday, Emma Tennant ha respinto con energia qualsiasi ipotesi di maledizione familiare, anche se alle maledizioni in quanto tali ci crede: “Molte antiche famiglie le hanno avute, e sono durate per più generazioni: c’era sempre qualche loro membro che vedeva, che so, tre volpi bianche o sentiva il grido di una civetta... Nel nostro caso si tratta invece di invenzioni giornalistiche imbastite su tragedie private”. Difficile dire se in essa siano state più le stranezze o i lutti. Il figlio più grande di Colin, Charles, fu diseredato perché eroinomane (cercò persino di vendere delle foto private di Margaret d’Inghilterra per pagarsi la droga), e spirò nemmeno quarantenne. Il secondo, Henry, morì di Aids, il terzo, Christopher, è rimasto minorato da un incidente di moto. Intervistata dall’Independent on Sunday, Emma Tennant ha respinto con energia qualsiasi ipotesi di maledizione familiare, anche se alle maledizioni in quanto tali ci crede: “Molte antiche famiglie le hanno avute, e sono durate per più generazioni: c’era sempre qualche loro membro che vedeva, che so, tre volpi bianche o sentiva il grido di una civetta... Nel nostro caso si tratta invece di invenzioni giornalistiche imbastite su tragedie private”. 
Ciò non toglie che quando Stephen Tennant, lo zio di Emma, morì e la sua proprietà di Wilsford andò in vendita, il nuovo proprietario volle farla esorcizzare. 
“Disse che c’era un fantasma col vizio di passeggiare ai piani superiori. Ci posso credere, quella casa ha visto tante di quelle presenze...”. 
Nella genealogia femminile dei Tennant la qualità più appariscente è la bellezza, quella meno edificante la spregiudicatezza. Pamela Tennant, la donna che all’inizio del secolo ne incarna lo stile, era considerata dai suoi contemporanei, dice Emma, “un incrocio fra la Puttana di Babilonia e la Madonna”. Bellissima, nobile irlandese con sangue reale francese, sposò Edward, scozzese, piccolo possidente poi primo barone Glenconner. Non fu un matrimonio felice, anche se coronato da quattro figli. Per il primo, Edward detto Bim, la madre concepì un affetto ossessivo: le sembrava che avesse preso tutto da lei e niente dal lato paterno: e perciò fosse affascinante, intelligente, dolce. Morì a vent’anni nella mattanza della Somme, uno dei carnai della Prima guerra mondiale dove si decimò l’aristocrazia d’Europa. Pamela non si riprese mai, si diede alle sedute spiritiche, attrezzò un’ala del castello alla bisogna.  
In Strangers Emma Tennant presta a una delle cameriere di Pamela capacità medianiche e ne fa un’innamorata segreta e senza speranza di Bim. “Magari è tutto vero. Voglio dire, è vero che mia nonna si portasse una domestica alle sedute spiritiche. Il resto è verosimile. Realtà e finzione si nutrono a vicenda”. 
L’altra Tennant “babilonese” fu la figlia Claire. A vent’anni è già sposata e il marito è in trincea come il cognato Bim. Lui l’adora e ogni giorno le scrive. Lei non lo pensa e ogni notte è da “Ciro”, dietro Piccadilly, a ballare il ragtime. Le lettere di lui rimangono chiuse a formare una pila nel salone d’ingresso. Le ritroverà intonse al suo ritorno, dopo quattro anni.  
Divor<d>zieranno, e lei avrà ancora tre mariti. Negli anni Venti è la donna più ammirata del Gargoyle Club, il locale che il fratello minore David ha aperto a Soho. Alle pareti ci sono dei Matisse, il terrazzo dà sulla Londra dei teatri, Noel Coward, che lì vicino recita Vortex, è presenza costante dopo lo spettacolo, non è mai giorno e ogni ora è buona per bere qualcosa.  
Nella Londra degli anni ruggenti che cerca di dimenticare gli orrori della guerra i Tennant tengono banco. Il Gargoyle raggruppa scrittori, artisti, aristocratici, tutti con lo spleen del sopravvissuto, anche quelli che non hanno mai rischiato nulla. E’ il luogo dove le regole sono fatte per essere disattese e le passioni per essere soddisfatte. Il più giovane dei figli di Pamela, il già citato Stephen, è quello che miete più successo. Omosessuale, ha una storia con Sigfried Sassoon, il grande poeta pacifista, veste in lamé oro e argento, dipinge, organizza party a ripetizione.  Nella tenuta di Wilsford ha costruito una voliera e una casa per i rettili, tutto è verniciato di bianco, bianco è il piano, bianche le pelli d’orso che servono da tappeto. Nel suo diario annota: “Far riposare le ciglia per un mese: niente più mascara né matita per gli occhi”. Cecil Beaton lo ricorderà così viziato da chiedere agli amici di andare a fargli visita per evitare il fastidio di dover telefonare loro. E Coward, ai tempi della battaglia aerea d’Inghilterra, mentre i clienti del "Savoy", dove è alloggiato, si affrettano nei rifugi, lo vedrà scendere la scalinata centrale dell’albergo, una vestaglia sontuosa, pettinatissimo. “Speriamo sia una serata divertente”, gli disse.  
Stella Tennant, insomma, certe cose ce l’ha nel sangue. Avere un passato significa anche saper camminare nel presente. 
 
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