Anno XVI - No. 08 - 2000

 

 

 

 

 

 

Sergio Angeletti

Sulle autostrade accadono un sacco di brutti incidenti, probabilmente i più brutti, per non dire i peggiori.

Ne consegue che sulle autostrade è consigliabile starci il minor tempo possibile, quindi conviene percorrerle correndo a più non posso... Un sillogismo dove non tornano i conti con la realtà. Come nella realtà italiana, per tentar di far tornare i conti della Sanità, si continua analogamente a ridurre le permanenze in ospedale, meglio note come degenze (mi raccomando: con la "g").

Certo: l'importanza di "restituire il più presto possibile il paziente alla vita normale, all'affetto dei suoi cari a casa sua", l'importanza non solo emotiva, ma clinicamente validata (come tanti cosmetici): le statistiche sulla maggior sopravvivenza dei pazienti oncologici rimandati a curarsi in famiglia rispetto a quelli trattenuti in ospedale... Statistiche originate - chi vuole ricordarselo - già decine di anni fa dalla Jugoslavia ancora titina, e che, comunque, depongono più a favore delle dimore o a sfavore degli ospedali ? Ma torniamo a quest'anno 2000, in cui si pubblica in Gran Bretagna (British Med. J. 320:461-3) la rilevazione del calo in quel Paese dei posti letto per "acuti" da 5,2 ogni 1000 abitanti negli anni '80 a 3 e frazioni centesime nel 1997, e parimenti in altri Paesi occidentali da 6 a 4.

Su queste basi il Regno Unito ha messo in programma entro il 2003-4 il ritorno in campo di almeno altri 2000 posti letto per affezioni sub-acute e l'incremento di almeno 1000 nuovi posti per medici generalisti nei Centri Sanitari di base per coordinare le ospedalizzazioni, in particolare degli anziani.

E proseguiamo con gli "almeno": altrui. "Almeno due giorni di degenza" è quanto raccomanda, e rimborsa, l'evolventesi sistema sanitario statunitense per i parti normali (alias eutocici) svolti in pubblici ospedali. Attenti ai dollari e alle critiche dei contribuenti, "non è uno spreco - ci si premura di spiegare - ma un investimento in futura salute del binomio madre-figlio: sia per ridurre i costi di inconvenienti e complicanze, magari minori ma causa di ansie e disagi, che riporterebbero comunque le puerpere e i neonati al ricovero", sia per utilizzare il tempo di "pur breve degenza per fornire opportune basi di puericultura e di educazione sanitaria", prevenendo ben più gravosi impegni socio-economici altrimenti prevedibili.

Ma almeno nel Paese dei Vitelli (vedasi l'etimo del Bel Paese, Vitaliano Brancati adiuvante), queste cose non accadono: la Sanità pubblica spende miliardi lasciandosi dibellare (mi raccomando con la "i"), ma ribadisce che "il numero dei ricoveri, sebbene in decremento, resta ancora al di sopra del tetto programmato". Per legge sono infatti previsti un massimo di 160 ospedalizzazioni l'anno ogni 1000 abitanti e invece "la media non è ancora scesa al di sotto dei 174". Qui i decimali contano e costano : "La legge impone un massimo di 5,5 posti letto ogni 1000 abitanti" e, invece, secondo i dati più aggiornati ('98) si ha ancora un 5,8".

E nonostante "la permanenza media dei pazienti in ospedale sia vistosamente calata, passando dagli 8,5 giorni del '95 ai 7,15 del '98", tale regresso non basta ancora. Torniamo al paradosso della permanenza in autostrada, e analogamente domandiamoci: "Premesso che un Paese dove la gente ha poco bisogno di ricoverarsi in ospedale è un Paese che ha un buon livello di benessere, è altrettanto vero che sta bene il Paese dove la gente deve per legge ricoverarsi poco in ospedale? E' sano un Paese (per Bel che sia) dove l'efficienza di un Ospedale si misura dalla rapidità (fretta?) con cui dimette i suoi pazienti, indipendentemente dalle conseguenze che la dimissione accelerata (vien voglia di chiamarla dismissione) può avere sulle garanzie di ripresa ottimale della loro salute nell'anticipato abbraccio delle pareti domestiche?

E a proposito di paradossi: bello il Paese dove c'è chi deve aspettare mesi per un esame diagnostico, e più ancora per il ricovero che eventualmente ne debba derivare, ma una volta che il paziente ha pazientato mesi per diventare degente, l'efficiente SSN lo rimette fuori in gran fretta. Guarito? Per legge. Ma le frazioni e i decimali contano, soprattutto se dell'organizzazione sanitaria si impossessano gli economisti, per i quali giustamente (per loro) siamo solo dei numeri. La "dignità della vita umana" in questi casi non vale: viene più facilmente sbandierata in una cellula che non riconosciuta in una intera persona bisognosa di cure. Una frazione di vita di una persona quanto vale?

Quanto vale mettergli a disposizione 6 millesimi d'anno di vita in più? Può darsi che la matematica non sia un'opinione, ma viene benissimo usata per manipolare le opinioni della gente. E' sempre una questione di degenze, con indecenze nell'uso furbesco della insinuante presentazione delle conclusioni. Un'analisi statistica policentrica (Usa, Canada, Olanda, Nuova Zelanda) retrospettiva su 22.361 casi di infarto miocardico "senza complicazioni per almeno 72 ore dopo l'intervento di trombolisi" è apparsa su New Engl. J. Med. 342; 749-55.

Lo scopo del riesame statistico, condotto con modelli e simulazioni computerizzati che hanno rielaborato i dati clinici e epidemiologici di follow up disponibili, è stato "stabilire se un prolungamento, oltre le 72 ore, di altre 24 ore di degenza altrettanto monitorata in Unità coronarica potesse, coll'immediatezza degli interventi rianimatori eventualmente insorgenti in tale giornata supplementare, comportare un guadagno di sopravvivenza a medio termine" per i pazienti.

Risultati: la giornata di degenza in più in ambiente altamente attrezzato comporta per ciascun paziente solo 0,006 di anno di vita in più, con un costo (globale) 105.629 dollari. Detto così, fra i 6 millesimi di anno e 242.946.700 lire (valore settembre 2000) la sproporzione è immensa, ma se si fanno i conti sulla vita del singolo, si tratta di poco più di diecimila lire per un paio d'ore di vita in più. Chi non è disposto a pagare 10.000 lire per 2 ore di vita in più? Facile: chi fa i conti dei Sistemi Sanitari, sulla pelle altrui.

 

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Sergio Angeletti