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Sulle
autostrade accadono un sacco di brutti incidenti, probabilmente i più
brutti, per non dire i peggiori.
Ne consegue che sulle autostrade è consigliabile starci il minor tempo
possibile, quindi conviene percorrerle correndo a più non posso... Un
sillogismo dove non tornano i conti con la realtà. Come nella realtà
italiana, per tentar di far tornare i conti della Sanità, si continua
analogamente a ridurre le permanenze in ospedale, meglio note come degenze
(mi raccomando: con la "g").
Certo:
l'importanza di "restituire il più presto possibile il paziente alla
vita normale, all'affetto dei suoi cari a casa sua", l'importanza non
solo emotiva, ma clinicamente validata (come tanti cosmetici): le statistiche
sulla maggior sopravvivenza dei pazienti oncologici rimandati a curarsi
in famiglia rispetto a quelli trattenuti in ospedale... Statistiche
originate - chi vuole ricordarselo - già decine di anni fa dalla Jugoslavia
ancora titina, e che, comunque, depongono più a favore delle dimore
o a sfavore degli ospedali ? Ma torniamo a quest'anno 2000, in cui si
pubblica in Gran Bretagna (British Med. J. 320:461-3) la rilevazione
del calo in quel Paese dei posti letto per "acuti" da 5,2 ogni 1000
abitanti negli anni '80 a 3 e frazioni centesime nel 1997, e parimenti
in altri Paesi occidentali da 6 a 4.
Su queste basi il Regno Unito ha messo in programma entro il 2003-4
il ritorno in campo di almeno altri 2000 posti letto per affezioni sub-acute
e l'incremento di almeno 1000 nuovi posti per medici generalisti nei
Centri Sanitari di base per coordinare le ospedalizzazioni, in particolare
degli anziani.
E
proseguiamo con gli "almeno": altrui. "Almeno due giorni di degenza"
è quanto raccomanda, e rimborsa, l'evolventesi sistema sanitario statunitense
per i parti normali (alias eutocici) svolti in pubblici ospedali. Attenti
ai dollari e alle critiche dei contribuenti, "non è uno spreco - ci
si premura di spiegare - ma un investimento in futura salute del binomio
madre-figlio: sia per ridurre i costi di inconvenienti e complicanze,
magari minori ma causa di ansie e disagi, che riporterebbero comunque
le puerpere e i neonati al ricovero", sia per utilizzare il tempo di
"pur breve degenza per fornire opportune basi di puericultura e di educazione
sanitaria", prevenendo ben più gravosi impegni socio-economici altrimenti
prevedibili.
Ma
almeno nel Paese dei Vitelli (vedasi l'etimo del Bel Paese, Vitaliano
Brancati adiuvante), queste cose non accadono: la Sanità pubblica spende
miliardi lasciandosi dibellare (mi raccomando con la "i"), ma ribadisce
che "il numero dei ricoveri, sebbene in decremento, resta ancora al
di sopra del tetto programmato". Per legge sono infatti previsti un
massimo di 160 ospedalizzazioni l'anno ogni 1000 abitanti e invece "la
media non è ancora scesa al di sotto dei 174". Qui i decimali contano
e costano : "La legge impone un massimo di 5,5 posti letto ogni 1000
abitanti" e, invece, secondo i dati più aggiornati ('98) si ha ancora
un 5,8".
E
nonostante "la permanenza media dei pazienti in ospedale sia vistosamente
calata, passando dagli 8,5 giorni del '95 ai 7,15 del '98", tale regresso
non basta ancora. Torniamo al paradosso della permanenza in autostrada,
e analogamente domandiamoci: "Premesso che un Paese dove la gente ha
poco bisogno di ricoverarsi in ospedale è un Paese che ha un buon livello
di benessere, è altrettanto vero che sta bene il Paese dove la gente
deve per legge ricoverarsi poco in ospedale? E' sano un Paese (per Bel
che sia) dove l'efficienza di un Ospedale si misura dalla rapidità (fretta?)
con cui dimette i suoi pazienti, indipendentemente dalle conseguenze
che la dimissione accelerata (vien voglia di chiamarla dismissione)
può avere sulle garanzie di ripresa ottimale della loro salute nell'anticipato
abbraccio delle pareti domestiche?
E
a proposito di paradossi: bello il Paese dove c'è chi deve aspettare
mesi per un esame diagnostico, e più ancora per il ricovero che eventualmente
ne debba derivare, ma una volta che il paziente ha pazientato mesi per
diventare degente, l'efficiente SSN lo rimette fuori in gran fretta.
Guarito? Per legge. Ma le frazioni e i decimali contano, soprattutto
se dell'organizzazione sanitaria si impossessano gli economisti, per
i quali giustamente (per loro) siamo solo dei numeri. La "dignità della
vita umana" in questi casi non vale: viene più facilmente sbandierata
in una cellula che non riconosciuta in una intera persona bisognosa
di cure. Una frazione di vita di una persona quanto vale?
Quanto vale mettergli a disposizione 6 millesimi d'anno di vita in più?
Può darsi che la matematica non sia un'opinione, ma viene benissimo
usata per manipolare le opinioni della gente. E' sempre una questione
di degenze, con indecenze nell'uso furbesco della insinuante presentazione
delle conclusioni. Un'analisi statistica policentrica (Usa, Canada,
Olanda, Nuova Zelanda) retrospettiva su 22.361 casi di infarto miocardico
"senza complicazioni per almeno 72 ore dopo l'intervento di trombolisi"
è apparsa su New Engl. J. Med. 342; 749-55.
Lo scopo del riesame statistico, condotto con modelli e simulazioni
computerizzati che hanno rielaborato i dati clinici e epidemiologici
di follow up disponibili, è stato "stabilire se un prolungamento, oltre
le 72 ore, di altre 24 ore di degenza altrettanto monitorata in Unità
coronarica potesse, coll'immediatezza degli interventi rianimatori eventualmente
insorgenti in tale giornata supplementare, comportare un guadagno di
sopravvivenza a medio termine" per i pazienti.
Risultati: la giornata di degenza in più in ambiente altamente attrezzato
comporta per ciascun paziente solo 0,006 di anno di vita in più, con
un costo (globale) 105.629 dollari. Detto così, fra i 6 millesimi di
anno e 242.946.700 lire (valore settembre 2000) la sproporzione è immensa,
ma se si fanno i conti sulla vita del singolo, si tratta di poco più
di diecimila lire per un paio d'ore di vita in più. Chi non è disposto
a pagare 10.000 lire per 2 ore di vita in più? Facile: chi fa i conti
dei Sistemi Sanitari, sulla pelle altrui.
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