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Vi
ricordate di un pamphlet assurto a consistente notorietà all'inizio
degli anni '90 - a firma di un nippoamericano, ricercatore-sociologo-consigliori
politico di nome Francis Fukojama - intitolato "Fine della
storia"?.
Vi
si discettava un po' da bar sul fatto che il crollo del Muro avesse
in pratica condotto la storia al capolinea: che altro doveva succedere,
insomma...? Come stia andando, lo sappiamo... Ebbene, mi frulla per
analogia un titolo analogo, tipo "Fine della democrazia!".
Vi
prego di seguirmi: nell'agosto scorso, a pochi giorni di distanza l'uno
dall'altro, hanno compiuto ottant'anni due padri del giornalismo italiano
della seconda metà del XX secolo, Enzo Biagi e Giorgio Bocca.
Troppo
ci sarebbe da dire sui due santoni, nel bene e nel male, in quanto bene
e male dell'informazione nel suo complesso.
Mi
limito a rimarcare la differenza di trattamento da genetliaco che è
stata loro riservata: Biagi, tra premi e celebrazioni, è stato letteralmente
o-sannato; Boc-ca, a parte qual-che scriminatura di stima, ignorato.
Perché
questa clamorosa (e ignorata guarda caso dalla loro/nostra medesima
categoria) disparità? Per una ragione semplice semplice: Biagi è ed
è sempre stato un uomo di potere, che piace al potere, che è omogeneo
al potere, a partire da quello editoriale che lo finanzia per il suo
indubbio spessore professionale. Bocca, pur tra mille contraddizioni,
no.
Continua a pensare, magari disordinatamente, magari con scorie di passato
tra i fili d'oro della memoria autentica, mentre l'aureo Enzo continua
a citare. Essendo oggi questo lo stato della mass-medialità, chi pensavate
che avrebbero festeggiato, il citatore o il pensatore? Lascio il lettore,
che del resto credo d'aver ormai abituato ad analizzare con me clinicamente
realtà e figuri della comunicazione - mentre il mio vicino e amico Solinas
fa bravamente lo stesso con un'altra "c" di partenza, quella della cultura
- con il dubbio di chi abbia detto più cose, e soprattutto più cose
sensate, nella lunga carriera dei due, davanti ai quali in tutti i sensi
resta solo Indro Montanelli: per me, pur sorridendo grato della montagna
di citazioni quasi quotidiane di Biagi, riparto - per arrivare al punto
di cui sopra - da un intervento di Bocca su un numero de "L'Espresso"
di fine estate, dal titolo "Nella democrazia del bacio i politici sono
come i prodotti". Il riferimento è ad Al Gore, al bacio di un minuto
alla moglie (certo, alla moglie: se l'avesse dato al suo vicepresidente
designato ebreo, l'effetto sarebbe stato un pelo differente....) nella
Convention dei democratici, che pare, il bacio dico, aver sovvertito
i sondaggi.
Di
qui una serie di considerazioni di Bocca (evidentemente con meno torta
e spumante nella medesima del coetaneo ottuagenario) sul valore di una
democrazia sempre più spettacolare e superficiale. Forse, aggiungerei
io, è arrivato il momento di discuterla, la democrazia, di ragionare
se sia ridotta a un feticcio e quindi a un tabù, magari all'ultimo dei
tabù con la maiuscola: soprattutto se in discussione non è solo - "solo"?
- una forma di governo, bensì la qualità della vita, del singolo e della
collettività, una sorta cioè di "dove andremo a finire?".
Questo mi suggerisce il compleanno di Bocca: per Biagi, forse è troppo
presto o troppo tardi...

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