Anno XVI -No. 08 - 2000

 

 

 

 

 

Oliviero Beha

Vi ricordate di un pamphlet assurto a consistente notorietà all'inizio degli anni '90 - a firma di un nippoamericano, ricercatore-sociologo-consigliori politico di nome Francis Fukojama - intitolato "Fine della storia"?.

Vi si discettava un po' da bar sul fatto che il crollo del Muro avesse in pratica condotto la storia al capolinea: che altro doveva succedere, insomma...? Come stia andando, lo sappiamo... Ebbene, mi frulla per analogia un titolo analogo, tipo "Fine della democrazia!".

Vi prego di seguirmi: nell'agosto scorso, a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro, hanno compiuto ottant'anni due padri del giornalismo italiano della seconda metà del XX secolo, Enzo Biagi e Giorgio Bocca.

Troppo ci sarebbe da dire sui due santoni, nel bene e nel male, in quanto bene e male dell'informazione nel suo complesso.

Mi limito a rimarcare la differenza di trattamento da genetliaco che è stata loro riservata: Biagi, tra premi e celebrazioni, è stato letteralmente o-sannato; Boc-ca, a parte qual-che scriminatura di stima, ignorato.

Perché questa clamorosa (e ignorata guarda caso dalla loro/nostra medesima categoria) disparità? Per una ragione semplice semplice: Biagi è ed è sempre stato un uomo di potere, che piace al potere, che è omogeneo al potere, a partire da quello editoriale che lo finanzia per il suo indubbio spessore professionale. Bocca, pur tra mille contraddizioni, no.

Continua a pensare, magari disordinatamente, magari con scorie di passato tra i fili d'oro della memoria autentica, mentre l'aureo Enzo continua a citare. Essendo oggi questo lo stato della mass-medialità, chi pensavate che avrebbero festeggiato, il citatore o il pensatore? Lascio il lettore, che del resto credo d'aver ormai abituato ad analizzare con me clinicamente realtà e figuri della comunicazione - mentre il mio vicino e amico Solinas fa bravamente lo stesso con un'altra "c" di partenza, quella della cultura - con il dubbio di chi abbia detto più cose, e soprattutto più cose sensate, nella lunga carriera dei due, davanti ai quali in tutti i sensi resta solo Indro Montanelli: per me, pur sorridendo grato della montagna di citazioni quasi quotidiane di Biagi, riparto - per arrivare al punto di cui sopra - da un intervento di Bocca su un numero de "L'Espresso" di fine estate, dal titolo "Nella democrazia del bacio i politici sono come i prodotti". Il riferimento è ad Al Gore, al bacio di un minuto alla moglie (certo, alla moglie: se l'avesse dato al suo vicepresidente designato ebreo, l'effetto sarebbe stato un pelo differente....) nella Convention dei democratici, che pare, il bacio dico, aver sovvertito i sondaggi.

Di qui una serie di considerazioni di Bocca (evidentemente con meno torta e spumante nella medesima del coetaneo ottuagenario) sul valore di una democrazia sempre più spettacolare e superficiale. Forse, aggiungerei io, è arrivato il momento di discuterla, la democrazia, di ragionare se sia ridotta a un feticcio e quindi a un tabù, magari all'ultimo dei tabù con la maiuscola: soprattutto se in discussione non è solo - "solo"? - una forma di governo, bensì la qualità della vita, del singolo e della collettività, una sorta cioè di "dove andremo a finire?".

Questo mi suggerisce il compleanno di Bocca: per Biagi, forse è troppo presto o troppo tardi...

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