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Dei
pittori lombardi tutt'oggi attivi, Francesco Ros (Milano, 1950), è uno
dei più singolari, per l'attenzione che da anni presta a una pittura
del vero in cui ha innestato anche la felice tradizione della pittura
chiarista degli anni Trenta.
Non dimenticando quelle felici intuizioni della pittura francese impressionista,
caricate di una poesia fuori dal comune.
E laddove oggi in arte tutti hanno tentato e inseguito strade di ricerca
fine a se stessa, Francesco Ros ha inseguito la strada del cuore, della
poesia, del sentire miracoloso gli angoli più cari della sua città e
della terra lombarda.
Un curriculum di forte spessore che testimonia come il suo lavoro artistico
dalla fine degli anni Sessanta si è motivato su periodi diversi scanditi
tutti all'interno del tonalismo, una volta più acceso e macchiaiolo,
oggi più stemperato, e più tenue, in cui è soprattutto la luce a determinare
il filtro della visione.
Il
percorso in tutti questi anni è stato certificato da illustri studiosi
tra i quali vale la pena di citare Enosrio Mastrolonardo, professore
a Brera, lo storico Mario Monteverdi e il caro Dino Villani.
Il
primo osservava la resa oggettiva del vero, in una tensione visiva che
fa palpitare l'immagine in una luce quasi irreale; il secondo della
memoria di oggetti rivissuti in chiave neochiarista; il terzo metteva
a segno che Ros è uno di quegli artisti che dipingono veramente con
il cuore in mano.
Non
è da poco una così impegnata certificazione sulla sua pittura tutta
lombarda, ove il paesaggio in esterno e in interno si oggettiva scenograficamente
con dei tagli visivi di intensa profondità, che mira proprio a leggere
orizzonti lontani, quell'infinito leopardiano che molti hanno confuso
per fantastico segnale.
Ros
è stato da sempre pittore del paesaggio, soprattutto appartiene a quella
schiera di artisti che hanno dipinto il paesaggio italiano, talvolta
caratterizzato nell'impianto tonale con dei segni alla Dufy, che in
un certo senso gli hanno significato una sua particolare caratterizzazione
e immediatezza.
Quasi
a voler costruire e ossificare un paesaggio facendolo poi lievitare
in una luce una volta più solare, oggi più chiarista e perlacea.
Non
meno belli i fiori, assoluti ma pure ritrovati nel paesaggio dipinto,
ed ancora i ritratti e le figure di personaggi cari, le ninfee e le
acque di fiumi e laghi lombardi, i navigli che sono una particolare
venatura della Milano antica e nuova, le basiliche più care della sua
città, ad iniziare dal Duomo fino a San Lorenzo.
Soprattutto il nostro Ros è pittore nell'animo, in quanto è proprio
esso a motivare scelte di angoli, di vie, di campagne e periferie, di
oggetti che toccano la sua sensibilità, che si affidano alla sua meditazione,
al vivere in solitudine, alle atmosfere che si svolgono giornalmente
come pagine di diario o di calendario.
Sono tra i pochi storici ad aver sempre apprezzato questa pittura sincera
di un artista che dipinge oltre che con il cuore, con le sue sofferenze
nascoste ai più.
Non è facile oggi dipingere il paesaggio, ma dipingerlo nelle sue trame
d'animo che la luce fa scoprire lentamente nelle ore più diverse.
I margini alti di questo dipingere sono proprio in questa freschezza
di materia che apre finestre di luce mettendo a nudo questa autentica
pittura lombarda che è oggi profondamente di stampo neochiarista, significando
subito che l'aggettivo chiarista non vuol dire solo pittura chiara,
ma pittura profondamente morale.

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