Anno XVI - No. 08 - 2000

 

 

 

 

 

Carlo Franza

Dei pittori lombardi tutt'oggi attivi, Francesco Ros (Milano, 1950), è uno dei più singolari, per l'attenzione che da anni presta a una pittura del vero in cui ha innestato anche la felice tradizione della pittura chiarista degli anni Trenta.

Non dimenticando quelle felici intuizioni della pittura francese impressionista, caricate di una poesia fuori dal comune.

E laddove oggi in arte tutti hanno tentato e inseguito strade di ricerca fine a se stessa, Francesco Ros ha inseguito la strada del cuore, della poesia, del sentire miracoloso gli angoli più cari della sua città e della terra lombarda.

Un curriculum di forte spessore che testimonia come il suo lavoro artistico dalla fine degli anni Sessanta si è motivato su periodi diversi scanditi tutti all'interno del tonalismo, una volta più acceso e macchiaiolo, oggi più stemperato, e più tenue, in cui è soprattutto la luce a determinare il filtro della visione.

Il percorso in tutti questi anni è stato certificato da illustri studiosi tra i quali vale la pena di citare Enosrio Mastrolonardo, professore a Brera, lo storico Mario Monteverdi e il caro Dino Villani.

Il primo osservava la resa oggettiva del vero, in una tensione visiva che fa palpitare l'immagine in una luce quasi irreale; il secondo della memoria di oggetti rivissuti in chiave neochiarista; il terzo metteva a segno che Ros è uno di quegli artisti che dipingono veramente con il cuore in mano.

Non è da poco una così impegnata certificazione sulla sua pittura tutta lombarda, ove il paesaggio in esterno e in interno si oggettiva scenograficamente con dei tagli visivi di intensa profondità, che mira proprio a leggere orizzonti lontani, quell'infinito leopardiano che molti hanno confuso per fantastico segnale.

Ros è stato da sempre pittore del paesaggio, soprattutto appartiene a quella schiera di artisti che hanno dipinto il paesaggio italiano, talvolta caratterizzato nell'impianto tonale con dei segni alla Dufy, che in un certo senso gli hanno significato una sua particolare caratterizzazione e immediatezza.

Quasi a voler costruire e ossificare un paesaggio facendolo poi lievitare in una luce una volta più solare, oggi più chiarista e perlacea.

Non meno belli i fiori, assoluti ma pure ritrovati nel paesaggio dipinto, ed ancora i ritratti e le figure di personaggi cari, le ninfee e le acque di fiumi e laghi lombardi, i navigli che sono una particolare venatura della Milano antica e nuova, le basiliche più care della sua città, ad iniziare dal Duomo fino a San Lorenzo.

Soprattutto il nostro Ros è pittore nell'animo, in quanto è proprio esso a motivare scelte di angoli, di vie, di campagne e periferie, di oggetti che toccano la sua sensibilità, che si affidano alla sua meditazione, al vivere in solitudine, alle atmosfere che si svolgono giornalmente come pagine di diario o di calendario.

Sono tra i pochi storici ad aver sempre apprezzato questa pittura sincera di un artista che dipinge oltre che con il cuore, con le sue sofferenze nascoste ai più.

Non è facile oggi dipingere il paesaggio, ma dipingerlo nelle sue trame d'animo che la luce fa scoprire lentamente nelle ore più diverse.

I margini alti di questo dipingere sono proprio in questa freschezza di materia che apre finestre di luce mettendo a nudo questa autentica pittura lombarda che è oggi profondamente di stampo neochiarista, significando subito che l'aggettivo chiarista non vuol dire solo pittura chiara, ma pittura profondamente morale.

 

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