Anno XVI -No. 08 - 2000

 

 

 

 

 

Paolo Ghissoi

Tppe che cambiano la carriera di una atleta. Non sempre positive, felici, ma proprio per questo decisive nell'accelerare i processi di maturazione.

Per Venus Williams bisogna risalire esattamente ad un anno fa, a quando la sorella Serena si impone sorprendentemente agli Us Open 1999 femminili. La rivalità in famiglia è al momento solo abbozzata.

Venus è la maggiore, quella che ha vinto di più, la predestinata tra le due a rompere il ghiaccio a livello mondiale, trionfando in una prova dello Slam. Accade però che Serena, sentendo meno pressione e vincoli da primadonna, indovini la settimana di forma strepitosa e surclassi una dopo l'altra Davenport e Hingis, prima e seconda giocatrici mondiali, espugnando New York. Venus è nello stand Williams, nascosta dall'abbraccio frenetico, impazzito di genitori, sorelle, cugini e, immancabili, procuratori.

C'è chi giura vederla lasciare il centrale di Flushing Meadows con una smorfia di disapprovazione. La tanto sbandierata armonia tra le due "sorellone", cui papà Richard ha pazientemente lavorato, sembra sul punto di saltare in aria.

Non è la prima volta e non sarà nemmeno l'ultima che si incrina un rapporto consolidato da vincoli di sangue a causa di una rottura delle gerarchie anagrafiche. Qui però terminano le paure, le illazioni e forse anche le speranze delle rivali che il giocattolo Venere+Serena si rompa, che l'equilibrio interno dello spogliatoio Williams salti per aria.

Dalla delusione per il momentaneo sorpasso la sorella maggiore trova una straordinaria forza interna per lavorare ancora più duramente sui propri mezzi tecnici, di per sé già straordinari. Non manca la cultura del sospetto sulla sua assenza al grande evento di apertura di stagione; in Australia ufficialmente Venus non c'è per una tendinite al polso.

Ma gli addetti ai lavori portano alla luce un piano del genitore-coach che prevede addirittura l'alternanza delle figlie ai tornei dello Slam. Non c'è che dire, la fantasia non manca a chi vuole trovare qualcosa da scrivere in assenza delle controprove. Quando rientra a Parigi e raggiunge i quarti di finale, ha giocato solamente 15 match con 9 vittorie e 6 sconfitte. Si presenta a Wimbledon, nel tempio del tennis, con un curriculum che parla di undici sole apparizioni su un campo in erba.

Eppure 42 anni dopo Althea Gibson, ultima atleta di colore capace di conquistare i Championships femminili, Venus vince il torneo e supera il complesso familiare, sconfiggendo Serena nella semifinale.

L'ultimo ostacolo, saltato di slancio, si chiama Davenport. C'era da onorare una promessa fatta a se stessa dieci giorni prima, ovvero l'acquisto di un costosissimo vestito in un grande magazzino della Florida. Da indossare quando? Beh, al ballo dei vincitori all'Hotel Savoy di Londra. E Papà Richard nell'occasione esagera un po' sfoggiando un pacchiano cartello con la scritta "E' Venus-party: e nessuno è invitato" Da lì comincia comunque un'altra storia. Liberata dalla ossessione del primo Slam, la corsa di Venus è un'autentica avanzata da rullo compressore.

A Flushing si presenta vantando 18 successi consecutivi dopo l'impresa inglese. Che diventano 23 ben presto, sino all'incontro con la numero uno mondiale Hingis.

Ecco spuntare prima della sfida il solito gossip di un giornale scandalistico. La sorella Serena, eliminata nei quarti dalla Davenport, viene messa al corrente da qualche premuroso cronista di una sorta di "santa alleanza bianca" atta a fronteggiare lo strapotere delle sorellone di Compton, presuntuose e poco inclini a fraternizzare con le colleghe. Non si sa come poi, visto che la stessa Lindsay e Hingis più che tentare di opporsi una alla volta alle fiondate delle "colored" di Los Angeles non potrebbero fare.

E chi vede nel tennis uno sport di squadra forse farebbe meglio a darsi al ciclismo. Arrivano a questa stupida congettura due risposte; la prima, verbale, della più giovane delle Williams: "Anche Michael Jordan era il migliore. Eppure non piaceva a tutti". La seconda, quella che poi conta in assoluto visto che viene inserita negli almanacchi, la fornisce Venus sul campo, che bissa Wimbledon. Contro Martina Hingis arriva a due punti dalla sconfitta, tanto che anche papà Richard, infastidito per un tocco infelice della figlia in un momento caldo del match, decide di abbandonare l'angolo di famiglia. "L'ho fatto per suscitarne la reazione" dirà in seguito.

Meglio così, aggiungiamo noi, visto che l'Uragano Venere da quel momento gioca un tennis incredibile affrancandosi dal fatto di non poterlo fare senza avere al fianco l'ingombrante figura del genitore tuttofare.

Bruciata però la Hingis nel rush finale e surclassata la Davenport nell'evento conclusivo, eccolo però il padre rispuntare nei festeggiamenti a dir poco folcloristici.

D'altronde, prendere o lasciare, questo è il clan Williams; che dice di lottare per ogni piccola conquista perché il colore della pelle non è bianco. In nome della religione (tutti testimoni di Geova) e di un nucleo chiuso che ha saputo eludere le gang di Los Angeles. A suon di disciplina ferrea, con i turni per il bagno organizzati nella casa di Palm Beach e le serate passate davanti al videoregistratore con i film scelti alternativamente dalle 4 sorelle, con uguali diritti e doveri. Unico strappo alla regola, quest'anno a Wimbledon, quando a Serena, per consolarla della sconfitta subita ad opera di Venus, è stato concesso di scegliere il titolo della pellicola.

Il futuro del tennis in gonnella è nelle loro mani: o meglio nei loro muscoli, nell'elasticità e nella potenza superiore che gli atleti di colore hanno in dote da madre natura, come parziale bilanciamento a pregiudizi secolari. Almeno su questo Papà Richard aveva visto giusto: lo sport come strumento d'emancipazione dal ghetto californiano. La sua vittoria, quella di un genitore pittoresco quanto orgoglioso ma impeccabile in uno dei ruoli più difficili, ora è tutta da gustare, dopo anni di sacrifici.

 

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