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Tppe
che cambiano la carriera di una atleta. Non sempre positive, felici,
ma proprio per questo decisive nell'accelerare i processi di maturazione.
Per
Venus Williams bisogna risalire esattamente ad un anno fa, a quando
la sorella Serena si impone sorprendentemente agli Us Open 1999 femminili.
La rivalità in famiglia è al momento solo abbozzata.
Venus
è la maggiore, quella che ha vinto di più, la predestinata tra le due
a rompere il ghiaccio a livello mondiale, trionfando in una prova dello
Slam. Accade però che Serena, sentendo meno pressione e vincoli da primadonna,
indovini la settimana di forma strepitosa e surclassi una dopo l'altra
Davenport e Hingis, prima e seconda giocatrici mondiali, espugnando
New York. Venus è nello stand Williams, nascosta dall'abbraccio frenetico,
impazzito di genitori, sorelle, cugini e, immancabili, procuratori.
C'è
chi giura vederla lasciare il centrale di Flushing Meadows con una smorfia
di disapprovazione. La tanto sbandierata armonia tra le due "sorellone",
cui papà Richard ha pazientemente lavorato, sembra sul punto di saltare
in aria.
Non
è la prima volta e non sarà nemmeno l'ultima che si incrina un rapporto
consolidato da vincoli di sangue a causa di una rottura delle gerarchie
anagrafiche. Qui però terminano le paure, le illazioni e forse anche
le speranze delle rivali che il giocattolo Venere+Serena si rompa, che
l'equilibrio interno dello spogliatoio Williams salti per aria.
Dalla
delusione per il momentaneo sorpasso la sorella maggiore trova una straordinaria
forza interna per lavorare ancora più duramente sui propri mezzi tecnici,
di per sé già straordinari. Non manca la cultura del sospetto sulla
sua assenza al grande evento di apertura di stagione; in Australia ufficialmente
Venus non c'è per una tendinite al polso.
Ma gli addetti ai lavori portano alla luce un piano del genitore-coach
che prevede addirittura l'alternanza delle figlie ai tornei dello Slam.
Non c'è che dire, la fantasia non manca a chi vuole trovare qualcosa
da scrivere in assenza delle controprove. Quando rientra a Parigi e
raggiunge i quarti di finale, ha giocato solamente 15 match con 9 vittorie
e 6 sconfitte. Si presenta a Wimbledon, nel tempio del tennis, con un
curriculum che parla di undici sole apparizioni su un campo in erba.
Eppure 42 anni dopo Althea Gibson, ultima atleta di colore capace di
conquistare i Championships femminili, Venus vince il torneo e supera
il complesso familiare, sconfiggendo Serena nella semifinale.
L'ultimo ostacolo, saltato di slancio, si chiama Davenport. C'era da
onorare una promessa fatta a se stessa dieci giorni prima, ovvero l'acquisto
di un costosissimo vestito in un grande magazzino della Florida. Da
indossare quando? Beh, al ballo dei vincitori all'Hotel Savoy di Londra.
E Papà Richard nell'occasione esagera un po' sfoggiando un pacchiano
cartello con la scritta "E' Venus-party: e nessuno è invitato" Da lì
comincia comunque un'altra storia. Liberata dalla ossessione del primo
Slam, la corsa di Venus è un'autentica avanzata da rullo compressore.
A
Flushing si presenta vantando 18 successi consecutivi dopo l'impresa
inglese. Che diventano 23 ben presto, sino all'incontro con la numero
uno mondiale Hingis.
Ecco
spuntare prima della sfida il solito gossip di un giornale scandalistico.
La sorella Serena, eliminata nei quarti dalla Davenport, viene messa
al corrente da qualche premuroso cronista di una sorta di "santa alleanza
bianca" atta a fronteggiare lo strapotere delle sorellone di Compton,
presuntuose e poco inclini a fraternizzare con le colleghe. Non si sa
come poi, visto che la stessa Lindsay e Hingis più che tentare di opporsi
una alla volta alle fiondate delle "colored" di Los Angeles non potrebbero
fare.
E
chi vede nel tennis uno sport di squadra forse farebbe meglio a darsi
al ciclismo. Arrivano a questa stupida congettura due risposte; la prima,
verbale, della più giovane delle Williams: "Anche Michael Jordan era
il migliore. Eppure non piaceva a tutti". La seconda, quella che poi
conta in assoluto visto che viene inserita negli almanacchi, la fornisce
Venus sul campo, che bissa Wimbledon. Contro Martina Hingis arriva a
due punti dalla sconfitta, tanto che anche papà Richard, infastidito
per un tocco infelice della figlia in un momento caldo del match, decide
di abbandonare l'angolo di famiglia. "L'ho fatto per suscitarne la reazione"
dirà in seguito.
Meglio
così, aggiungiamo noi, visto che l'Uragano Venere da quel momento gioca
un tennis incredibile affrancandosi dal fatto di non poterlo fare senza
avere al fianco l'ingombrante figura del genitore tuttofare.
Bruciata però la Hingis nel rush finale e surclassata la Davenport nell'evento
conclusivo, eccolo però il padre rispuntare nei festeggiamenti a dir
poco folcloristici.
D'altronde,
prendere o lasciare, questo è il clan Williams; che dice di lottare
per ogni piccola conquista perché il colore della pelle non è bianco.
In nome della religione (tutti testimoni di Geova) e di un nucleo chiuso
che ha saputo eludere le gang di Los Angeles. A suon di disciplina ferrea,
con i turni per il bagno organizzati nella casa di Palm Beach e le serate
passate davanti al videoregistratore con i film scelti alternativamente
dalle 4 sorelle, con uguali diritti e doveri. Unico strappo alla regola,
quest'anno a Wimbledon, quando a Serena, per consolarla della sconfitta
subita ad opera di Venus, è stato concesso di scegliere il titolo della
pellicola.
Il futuro del tennis in gonnella è nelle loro mani: o meglio nei loro
muscoli, nell'elasticità e nella potenza superiore che gli atleti di
colore hanno in dote da madre natura, come parziale bilanciamento a
pregiudizi secolari. Almeno su questo Papà Richard aveva visto giusto:
lo sport come strumento d'emancipazione dal ghetto californiano. La
sua vittoria, quella di un genitore pittoresco quanto orgoglioso ma
impeccabile in uno dei ruoli più difficili, ora è tutta da gustare,
dopo anni di sacrifici.
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