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D'Annunzio
alludeva a due celebri quadri di Rembrandt che si trovano al Rijksmuseum
della città olandese.
Riesce
un po' difficile pensare alla nostra squadra olimpica che s'inchina
riverente al cospetto di quei capolavori. Ma chi si sarebbe azzardato
a sorridere dalle parole di colui che era idolatrato come l'Immaginifico?
Olimpiade di Los Angeles 1932. Tra gli spettatori alcuni divi di Hollywood:
Charlie Chaplin, Claudette Colbert, Gary Cooper, Jeannette McDonald,
Douglas Fairbanks. Anch'essi applaudono la sfilata degli atleti italiani,
battezzati "Mussolini's boys", con un nome che richiama, più che lo
sport, le riviste musicali di Broadway.
A proposito di divi americani, è all'Olimpiade di Parigi del 1924 che
diventa re delle piscine, con tre medaglie d'oro, Johnny Weismuller,
il futuro Tarzan del cinema: il regista Van Dyke che lo diresse in "Tarzan
l'uomo scimmia" ("Tarzan the Ape Man") lo definì "un bellissimo gigante
con l'espressione più stupida che abbia mai visto".
Non
si può parlare di Olimpiadi senza ricordare Jesse Owens, il più fenomenale
atleta mai comparso sulla Terra, nato in Alabama nel 1913 e morto a
Tucson (Arizona) nel 1980. Fu il dominatore dell'Olimpiade di Berlino
del 1936 dove conquistò quattro medaglie d'oro.
Era
arrivato con la fama sbalorditiva di quello che era riuscito a fare
il 25 maggio 1935, ad Ann Arbor nel Michigan; nel giro di 75 minuti
seppe battere tre primati del mondo e eguagliane un quarto. La Berlino
del 1936 era la Berlino di Hitler che doveva segnare i trionfi della
razza ariana.
Il nero Owens ridimensionò i sogni sportivi del nazismo sotto gli occhi
allucinati e increduli del Führer. Uno dei record di Owens, quello del
salto in lungo, è durato 24 anni. Lo chiamarono antilope nera, lampo
d'ebano.
Con la collaborazione di un giornalista amico, scrisse la sua autobiografia
e il titolo fu, naturalmente, "Jesse, l'uomo che ha battuto Hitler".
Era
nato povero, era stato lustrascarpe, fattorino, giardiniere, strillone,
venditore di gelati. Per questo l'uomo "che non correva ma volava" confessò
in quel libro che le vittorie "si conquistano soltanto con un filo di
disperazione".
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