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Nelle
pagine del Notturno si compie un miracolo di poesia, musica, rappresentazione
narrativa, che ben si presterebbe ad una trasposizione teatrale. Questo
ex voto rovesciato, dove un sopravvissuto si accanisce contro la morte
che lo ha risparmiato, questo commentario delle tenebre scritto su diecimila
cartigli, dopo l'incidente di volo del 1916, raccolti dalla figlia Renata,
la "Sirenetta" del libro (la datazione ultima del diario è del 4 novembre
1921), costituisce la nuova e ultima stagione poetica (in prosa) del
D'Annunzio.
Condotto sul filo della memoria, con uno stile rapido, tracciato al
buio, il Notturno riproduce una trama musicale di tensione tragico-realistica
e analitico-spirituale. Già in apertura, nella concisione dei piccoli
periodi, si evince una tentazione di aderire alla necessità di colpire
il lettore con una dominante violenza, talora con eccessi eruditi ("uno
scriba egizio scolpito nel basalto"), talora con una sobrietà immediata
("Traccio i miei segni nella notte che è solida contro l'una e l'altra
coscia come un'asse inchiodata").
La
musica, quindi, cresce di ritmo sia nei momenti di confessione più aperti,
sia soprattutto nei sussultanti ricordi che si dispongono in una prosa
tutta punti e a capo. Così, senza mediazioni ("Né m'era possibile vincere
l'antica ripugnanza alla dettatura e il pudore segreto dell'arte che
non vuole intermediari o testimoni fra la materia e colui che la tratta"),
il D'Annunzio imparava l'arte dalle Sibille ("che scrivevano la sentenza
breve su le foglie disperse al vento del fato"), dove il racconto condotto
tra presente e passato ("Ma solo il passato esiste, solo il passato
è reale come la benda che mi fascia, è palpabile come il mio corpo in
croce") non dimentica di assumere una carnalità e una sensualità cruda.
Lontano da Rimbaud, Mallarmé e Lautreamont e dalla loro musicalità decadente,
il D'Annunzio si era da tempo impossessato dalle evocazioni di Swinburne.
Tuttavia
si trovano novità di tipo sintattico e stilistico, che ben rendono la
concitazione degli eventi. Si veda appunto la cronaca della morte di
Giuseppe Miraglia, dove il verbo viene soppresso: restano i soggetti,
quasi un'elencazione interrotta dai punti. Non sempre i risultati si
discostano dall'offerta di un ritmo meccanico; ma, a volte, è vera prosa
poetica, non ci si accorge dell'assenza del predicato verbale ("usciamo…Qualche
canto d'ubriaco, qualche vocio, qualche schiamazzo. I fanali azzurri
nella fumea. Il grido delle vedette aeree arrocchito della nebbia. Una
città di sogno, una città d'oltre mondo, una città bagnata dal Lete
o dall'Averno").
E trapelano anche ricordi musicali, divagazioni, ora similitudini astratte
("come il rapimento di una melodia che sorge improvvisa da un'orchestra
profonda…io sento l'idealità del mondo"), ora concrete. Poi si ritorna
al furore della guerra e al terrore della morte, con la consapevolezza
di "essere" nella poesia.
E
la natura si fa carne, e l'uomo è alla ricerca eroica di sé, nell'"ingiusta"
volontà di guarire. E l'uomo è uomo proprio per l'angoscia e le proprie
paure, che si esprimono in constatazioni o in supplicanti imperativi.
E nella crudele immobilità, torna il D'Annunzio amante della musica
e della "luce", che le note concedono al malato nella trasfigurante
visione. Il tutto dominato dall'inquieto ricordo delle immagini, che
si ripresentano anche in forma di musica, e che premono come flash sul
corpo.
E
di nuovo ecco gli imperativi a scandire la narrazione, quando la musica
ormai diventa coraggio, eroismo, attesa di guerra e annuncia di nuovo
l'avvento del sé totale, del superuomo.
La musica di guerra si mescola a quella della natura: la musica naturale
significa tregua sovraumana, estasi.
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