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Yara,
La ferita, è la storia di una giovane turca di Germania riportata all'improvviso
dai genitori in Anatolia. Tanto per questi l'emigrazione aveva significato
un viaggio all'inferno, tanto per lei il rientrare in una patria straniera
significa l'esito dal Paradiso conosciuto.
Lola
e Bilidikid racconta di un ragazzo turco omosessuale a Berlino, la doppia
emarginazione, etnica e sessuale, come condizione esistenziale. Salto
pericoloso in un carro funebre (Tabutta Rovasata) delinea le peripezie
di un malato di Aids in una Istanbul notturna e periferica, brutale
ma a suo modo solidale.
Viaggio verso il sole (Gnese Yolkuluk) è il viaggio di un curdo "nelle
realtà della Turchia", l'identità negata e ritrovata, la voglia di appartenere
a una nazione senza rinnegare le proprie radici. Il giovane cinema turco
invade le sale e provoca polemiche. Ma, fatte salve alcune specificità
(quella curda, su cui torneremo, una emarginazione con caratteristiche
proprie e distinte), potrebbe essere il giovane cinema europeo, di Roma
o di Parigi, di Berlino o di Madrid.
Solitudine, emarginazione, droga, angosce metropolitane, ricerca di
un senso dell'appartenenza… Sono i temi classici di una società di massa
e secolarizzata, in cui l'elemento religioso rimane sullo sfondo e,
se emerge, si manifesta in forma privata, ricerca interiore e non militanza
di fede. Per i Paesi del Vecchio Continente è un dato di fatto: per
la Turchia la prova, ancora una volta, di una unicità che la rende estranea
al mondo che geograficamente la circonda, e tuttavia diversa da quello
cui vorrebbe appartenere. Bernard Lewis, l'autore di Islam and the West,
ha coniato una bella immagine per sintetizzare questa diversità: "protestantesimo
islamico", la variante musulmana di quella che fu, nella teorizzazione
di Max Weber, l'abbinata capitalismo e calvinismo sul suolo europeo,
la riforma come chiave di volta della modernità. Discutibile o meno
quella formula, il suo ripresentarla sotto un'altra religione e in un
altro contesto storico e politico illumina la questione sul tappeto
e aiuta a capire la portata della sfida che la Turchia gioca nell'Est
del mondo. Non è un processo nato ieri, non appartiene soltanto alla
modernizzazione violenta, da elettrochoc, che Ataturk somministra al
neonato Stato turco a partire dagli anni Venti.
A
metà Ottocento, Istanbul ha istituzioni scolastiche internazionali,
fucina studentesca per i nazionalisti che negli anni a seguire spaccheranno
a più riprese lo scricchiolante Impero ottomano. Alla fine del secolo,
la popolazione è a maggioranza cristiana, con un'immigrazione europea
che è quella degli esuli politici, ungheresi, polacchi, italiani, che
trovano qui il rifugio della repressione nei Paesi d'origine.
Quarantanove sono i quotidiani che vi si stampano, tredici scritti in
turco, nove in greco e in armeno, sette in francese, tre in bulgaro,
due in ebraico e in inglese, uno in arabo, in ladino, in tedesco e in
persiano. La Carta Costituzionale promulgata nel 1876 rappresenta la
prima Costituzione moderna di un Paese musulmano. Philip Mansel, l'autore
di Costantinopoli, ha ragione allorché nota che "le riforme di Ataturk
si rivelarono efficaci perché si innestarono su un secolo di modernizzazione
ottomana.
Buona parte dei provvedimenti che egli adottò erano già stati dibattuti
a partire dal 1908 dai Giovani Turchi, mentre altri, come la limitazione
dell'Islam alla sfera privata e l'eliminazione del velo femminile, erano
già stati presi dalle élites cittadine". Un giornalista inglese, Jeremy
Seal, ha scritto un curioso libro, A Fez of the Heart, che è un viaggio
attraverso la Turchia in cerca di quel cappello simboleggiante l'identità
turca che, ancora Ataturk, mise fuori legge quando prese il potere.
Oggi il fez è per i turisti e per chi, abituato a ragionare per sinonimi
e semplificazioni, e quindi a fare d'ogni erba un fascio, l'arabo come
islamico, l'islamico come ottomano, l'ottomano come turco, il turco
come arabo, pensa ancora a una Turchia da Orient-Express e Pera Palace,
con quella sua hall in penombra che ricorda nei colori la Mezquita di
Cordoba, l'ascensore in ferro con il lift a ogni piano, un servizio
volonteroso più che ineccepibile, dove leggenda e realtà convivono sotto
una sottile polvere fatta di dimenticanze, ritagli ingialliti, lentezze
e languori, questi sì, orientali…La stanza 203, recita la placchetta
commemorativa, porta il nome di Vittorio Emanuele II re d'Italia, proprio
sopra la suite della divina Greta Garbo.
Ma
il "re gentiluomo" deve averla abitata in spirito, visto che morì con
il Pera Palace ancora in mente dei. Ma anche il fez, così invano cercato
da Seal, è un falso, un apparente elemento di tradizione lì dove invece
nacque, guarda un po', all'insegna della modernizzazione. Lo impose
Mahmud II nel 1826, in alternativa al turbante: adatto alla preghiera
ma non esclusiva dei musulmani, religioso e laico, ancora una volta
nel segno di uno Stato voglioso di emanciparsi da qualsiasi gabbia confessionale.
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