AnnoXVI -No. 08 - 2000

 

 

 

 

 

Stenio Solinas

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Yara, La ferita, è la storia di una giovane turca di Germania riportata all'improvviso dai genitori in Anatolia. Tanto per questi l'emigrazione aveva significato un viaggio all'inferno, tanto per lei il rientrare in una patria straniera significa l'esito dal Paradiso conosciuto.

Lola e Bilidikid racconta di un ragazzo turco omosessuale a Berlino, la doppia emarginazione, etnica e sessuale, come condizione esistenziale. Salto pericoloso in un carro funebre (Tabutta Rovasata) delinea le peripezie di un malato di Aids in una Istanbul notturna e periferica, brutale ma a suo modo solidale.

Viaggio verso il sole (Gnese Yolkuluk) è il viaggio di un curdo "nelle realtà della Turchia", l'identità negata e ritrovata, la voglia di appartenere a una nazione senza rinnegare le proprie radici. Il giovane cinema turco invade le sale e provoca polemiche. Ma, fatte salve alcune specificità (quella curda, su cui torneremo, una emarginazione con caratteristiche proprie e distinte), potrebbe essere il giovane cinema europeo, di Roma o di Parigi, di Berlino o di Madrid.

Solitudine, emarginazione, droga, angosce metropolitane, ricerca di un senso dell'appartenenza… Sono i temi classici di una società di massa e secolarizzata, in cui l'elemento religioso rimane sullo sfondo e, se emerge, si manifesta in forma privata, ricerca interiore e non militanza di fede. Per i Paesi del Vecchio Continente è un dato di fatto: per la Turchia la prova, ancora una volta, di una unicità che la rende estranea al mondo che geograficamente la circonda, e tuttavia diversa da quello cui vorrebbe appartenere. Bernard Lewis, l'autore di Islam and the West, ha coniato una bella immagine per sintetizzare questa diversità: "protestantesimo islamico", la variante musulmana di quella che fu, nella teorizzazione di Max Weber, l'abbinata capitalismo e calvinismo sul suolo europeo, la riforma come chiave di volta della modernità. Discutibile o meno quella formula, il suo ripresentarla sotto un'altra religione e in un altro contesto storico e politico illumina la questione sul tappeto e aiuta a capire la portata della sfida che la Turchia gioca nell'Est del mondo. Non è un processo nato ieri, non appartiene soltanto alla modernizzazione violenta, da elettrochoc, che Ataturk somministra al neonato Stato turco a partire dagli anni Venti.

A metà Ottocento, Istanbul ha istituzioni scolastiche internazionali, fucina studentesca per i nazionalisti che negli anni a seguire spaccheranno a più riprese lo scricchiolante Impero ottomano. Alla fine del secolo, la popolazione è a maggioranza cristiana, con un'immigrazione europea che è quella degli esuli politici, ungheresi, polacchi, italiani, che trovano qui il rifugio della repressione nei Paesi d'origine.

Quarantanove sono i quotidiani che vi si stampano, tredici scritti in turco, nove in greco e in armeno, sette in francese, tre in bulgaro, due in ebraico e in inglese, uno in arabo, in ladino, in tedesco e in persiano. La Carta Costituzionale promulgata nel 1876 rappresenta la prima Costituzione moderna di un Paese musulmano. Philip Mansel, l'autore di Costantinopoli, ha ragione allorché nota che "le riforme di Ataturk si rivelarono efficaci perché si innestarono su un secolo di modernizzazione ottomana.

Buona parte dei provvedimenti che egli adottò erano già stati dibattuti a partire dal 1908 dai Giovani Turchi, mentre altri, come la limitazione dell'Islam alla sfera privata e l'eliminazione del velo femminile, erano già stati presi dalle élites cittadine". Un giornalista inglese, Jeremy Seal, ha scritto un curioso libro, A Fez of the Heart, che è un viaggio attraverso la Turchia in cerca di quel cappello simboleggiante l'identità turca che, ancora Ataturk, mise fuori legge quando prese il potere.

Oggi il fez è per i turisti e per chi, abituato a ragionare per sinonimi e semplificazioni, e quindi a fare d'ogni erba un fascio, l'arabo come islamico, l'islamico come ottomano, l'ottomano come turco, il turco come arabo, pensa ancora a una Turchia da Orient-Express e Pera Palace, con quella sua hall in penombra che ricorda nei colori la Mezquita di Cordoba, l'ascensore in ferro con il lift a ogni piano, un servizio volonteroso più che ineccepibile, dove leggenda e realtà convivono sotto una sottile polvere fatta di dimenticanze, ritagli ingialliti, lentezze e languori, questi sì, orientali…La stanza 203, recita la placchetta commemorativa, porta il nome di Vittorio Emanuele II re d'Italia, proprio sopra la suite della divina Greta Garbo.

Ma il "re gentiluomo" deve averla abitata in spirito, visto che morì con il Pera Palace ancora in mente dei. Ma anche il fez, così invano cercato da Seal, è un falso, un apparente elemento di tradizione lì dove invece nacque, guarda un po', all'insegna della modernizzazione. Lo impose Mahmud II nel 1826, in alternativa al turbante: adatto alla preghiera ma non esclusiva dei musulmani, religioso e laico, ancora una volta nel segno di uno Stato voglioso di emanciparsi da qualsiasi gabbia confessionale.

 

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