Anno XVI-No.08 - 2000

 

 

 

 

 

Stenio Solinas

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Alla fine, il cosmopolitismo rose l'Impero, accentuando gli elementi che ne provocano la caduta.

Scriveva Ziya Pascià sul quotidiano Hurriyet nel 1868: "Siamo rimasti semplici spettatori mentre il nostro commercio, i nostri scambi e perfino le nostre casupole fatiscenti venivano cedute ai forestieri. Ben presto non sarà più possibile guadagnarsi da vivere, Istanbul si vuoterà e gli europei risiederanno nei nostri palazzi".

Non ne fu comunque la causa, ben più complessa e con motivazioni storiche e politiche, di declino della classe dirigente, che a raccontarla ci porterebbe troppo lontano. Di certo, invece, preparò il passaggio al nuovo mondo, contribuì con quel suo miscuglio di fedi, di religioni, di costumi, con l'accettazione consapevole della diversità, con il rispetto per le scelte altrui, a eliminare qualsiasi chiusura su se stessa, proprio perché quella "cifra" culturale e esistenziale le era connaturata dalle origini, la capitale era nata così quattro secoli prima, la Costantinopoli "rifugio dell'Universo" dove, nota Mansel, "dalla Crimea all'Ungheria, dal Marocco alla Persia, i principi si rifugiavano alla corte del sultano.

Il re di Francia ne implorava l'aiuto, gli Asburgo gli pagavano i tributi", il tempo in cui Solimano il Magnifico dominava e, sono sue parole, "giorno e notte si sellano i nostri cavalli e si cinge la nostra scimitarra".

Se vai a Ceraghan, il palazzo imperiale che fu poi prigione dorata del deposto sultano Murrad V, finestre neogotiche e marmo rosa, un misto di Venezia e Pall Mall all'esterno, trionfo orientale nelle stanze, sull'altra sponda del Bosforo ti apparirà la penisola che ospita il Topkapi, la reggia voluta da Mohemed il Conquistatore, cinta del verde dei parchi che degradano sull'acqua.

Proprio sulla punta, lì dove si incontrano Mar di Marmara, Corno d'Oro e Bosforo, limite d'Europa e base di partenza per l'Asia. Alla domenica i giardini che la circondano si riempiono della folla festante dei pic-nic e delle passeggiate, giovani e vecchi, donne e bambini... Secondo uno studio del governo statunitense pubblicato dal quadrimestrale Insight Turkey, nel primo decennio del 2000 la Turchia è dietro soltanto alla Cina nella classifica dei BEM, i dieci Big Emergine Markets che in quell'arco di tempo avranno con gli Usa relazioni economiche del peso del Giappone o del continente europeo. Un'analisi condivisa dall'Inghilterra e rilanciata da altri studi che situano la Turchia fra i quindici mercati più importanti del mondo.

"Le potenzialità ci sono tutte", dice Abdurrahman Aziman, segretario generale della Yased, l'Associazione per l'investimento estero, "ma ciò che le impedisce di attrarre investimenti in ragione della sua potenzialità, è la sua instabilità. Manca la fiducia". Fino a ieri la questione curda svettava tra gli elementi che concorrevano a far crescere la prima e a bloccare la seconda.

La cattura e la condanna di Ocalan, le sue dichiarazioni al processo, ammissione di errori, invito alla pace e alla fine del terrorismo, non hanno certo risolto il problema, ma hanno contribuito alla distensione degli animi e alla volontà di trovare una soluzione che permetta di uscire dall'impasse in cui si era finiti. Dall'Istituto curdo situato nel vecchio quartiere di Aksaray, sono usciti nei giorni scorsi i primi quaranta insegnanti di lingua.

Sono i maestri per una scuola che non c'è, ma che, è questione di tempo, ci sarà. Fino al '91, parlare curdo era vietato, poi anche questo bando è caduto. L'Istituto pubblica un trimestrale, Zend, e libri di testo. Il Ministro degli Esteri, Ismail Cem's, nei mesi scorsi si è pronunciato in favore dei diritti culturali curdi: è stato rimproverato dal presidente Demirel, ma la strada è questa. Esiste un partito curdo, la magistratura ha stabilito per legge che una coppia può dare alla propria figlia un nome curdo, si sta studiando come conciliare i diritti di questa minoranza con gli standard europei, fonti militari ammettono che la violenza è scesa drasticamente.

Se si riesce a condurre in porto una delicata convivenza come questa, il resto verrà da sé. Il continuo dibattere sul rischio fondamentalista, per esempio, attiene più alle paure europee che alla realtà turca. Crisi delle ideologie e declino dei partiti tradizionali lasciano affettivamente al radicalismo islamico il ruolo di unica alternativa al sistema. Ma la sua crescita è più il prodotto dell'incapacità dimostrata dalle forze politiche negli anni passati, che non di un suo reale appeal. Problemi sociali e salariali, realtà del terrorismo, hanno inciso in questa avanzata, ma se si tiene sotto controllo quest'ultimo e, come sembra, si comincia a rivedere la politica economica (l'inflazione è ancora alta, oltre il 60 per cento, e la disoccupazione è al 5 per cento, la metà rispetto a Francia e Italia, un terzo rispetto al "miracolo" spagnolo), il fenomeno finisce per rientrare nell'alveo di una normale posizione minoritaria, su cui, comunque, noi europei abbiamo le idee confuse.

Per Elizabeth Ozdalga, docente di sociologia all'Università di Ankara e autrice di The veiling issue, Official Secularism and Popular Islam in Modern Turkey, "contrariamente a quello che si crede, non sono mai esistite in Turchia leggi che proibiscono l'uso del velo, all'università così come nel resto del Paese. Esistono dei regolamenti che riguardano le professioni, il che è molto diverso.

Ci sono università dove ci si veste come si vuole, ma dove però ai membri di facoltà è chiesto un particolare abbigliamento. Si può portare il velo, insomma, come studenti di legge, ma non come avvocati…". Il velo è il fazzoletto, non il chador… Nella crisi e nella frammentazione dei partiti, le identità perdute vengono recuperate dalle squadre di calcio.

Il Galatasaray affonda le sue radici nel Galatasaray Lisesi, il liceo francese cittadino. Rappresenta la classe medio alta, educata, urbana e cosmopolita. Il Fenerbahce è la piccola borghesia, nazionalista e fiera della sua storia.

Alle sue origini c'è il team che batté le truppe di occupazione francesi, inglesi e italiane all'indomani della Grande Guerra. Il Besiktas è supportato da un pubblico di dipendenti governativi, poliziotti, elettori e politici di sinistra. Di queste squadre, la prima è entrata trionfalmente in Europa e, allo stadio, il fondamentalismo non ha tifosi. Non è un'analisi sociologica, ma forse è un segno dei tempi.

 

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