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Alla
fine, il cosmopolitismo rose l'Impero, accentuando gli elementi che
ne provocano la caduta.
Scriveva
Ziya Pascià sul quotidiano Hurriyet nel 1868: "Siamo rimasti semplici
spettatori mentre il nostro commercio, i nostri scambi e perfino le
nostre casupole fatiscenti venivano cedute ai forestieri. Ben presto
non sarà più possibile guadagnarsi da vivere, Istanbul si vuoterà e
gli europei risiederanno nei nostri palazzi".
Non
ne fu comunque la causa, ben più complessa e con motivazioni storiche
e politiche, di declino della classe dirigente, che a raccontarla ci
porterebbe troppo lontano. Di certo, invece, preparò il passaggio al
nuovo mondo, contribuì con quel suo miscuglio di fedi, di religioni,
di costumi, con l'accettazione consapevole della diversità, con il rispetto
per le scelte altrui, a eliminare qualsiasi chiusura su se stessa, proprio
perché quella "cifra" culturale e esistenziale le era connaturata dalle
origini, la capitale era nata così quattro secoli prima, la Costantinopoli
"rifugio dell'Universo" dove, nota Mansel, "dalla Crimea all'Ungheria,
dal Marocco alla Persia, i principi si rifugiavano alla corte del sultano.
Il
re di Francia ne implorava l'aiuto, gli Asburgo gli pagavano i tributi",
il tempo in cui Solimano il Magnifico dominava e, sono sue parole, "giorno
e notte si sellano i nostri cavalli e si cinge la nostra scimitarra".
Se
vai a Ceraghan, il palazzo imperiale che fu poi prigione dorata del
deposto sultano Murrad V, finestre neogotiche e marmo rosa, un misto
di Venezia e Pall Mall all'esterno, trionfo orientale nelle stanze,
sull'altra sponda del Bosforo ti apparirà la penisola che ospita il
Topkapi, la reggia voluta da Mohemed il Conquistatore, cinta del verde
dei parchi che degradano sull'acqua.
Proprio sulla punta, lì dove si incontrano Mar di Marmara, Corno d'Oro
e Bosforo, limite d'Europa e base di partenza per l'Asia. Alla domenica
i giardini che la circondano si riempiono della folla festante dei pic-nic
e delle passeggiate, giovani e vecchi, donne e bambini... Secondo uno
studio del governo statunitense pubblicato dal quadrimestrale Insight
Turkey, nel primo decennio del 2000 la Turchia è dietro soltanto alla
Cina nella classifica dei BEM, i dieci Big Emergine Markets che in quell'arco
di tempo avranno con gli Usa relazioni economiche del peso del Giappone
o del continente europeo. Un'analisi condivisa dall'Inghilterra e rilanciata
da altri studi che situano la Turchia fra i quindici mercati più importanti
del mondo.
"Le potenzialità ci sono tutte", dice Abdurrahman Aziman, segretario
generale della Yased, l'Associazione per l'investimento estero, "ma
ciò che le impedisce di attrarre investimenti in ragione della sua potenzialità,
è la sua instabilità. Manca la fiducia". Fino a ieri la questione curda
svettava tra gli elementi che concorrevano a far crescere la prima e
a bloccare la seconda.
La
cattura e la condanna di Ocalan, le sue dichiarazioni al processo, ammissione
di errori, invito alla pace e alla fine del terrorismo, non hanno certo
risolto il problema, ma hanno contribuito alla distensione degli animi
e alla volontà di trovare una soluzione che permetta di uscire dall'impasse
in cui si era finiti. Dall'Istituto curdo situato nel vecchio quartiere
di Aksaray, sono usciti nei giorni scorsi i primi quaranta insegnanti
di lingua.
Sono i maestri per una scuola che non c'è, ma che, è questione di tempo,
ci sarà. Fino al '91, parlare curdo era vietato, poi anche questo bando
è caduto. L'Istituto pubblica un trimestrale, Zend, e libri di testo.
Il Ministro degli Esteri, Ismail Cem's, nei mesi scorsi si è pronunciato
in favore dei diritti culturali curdi: è stato rimproverato dal presidente
Demirel, ma la strada è questa. Esiste un partito curdo, la magistratura
ha stabilito per legge che una coppia può dare alla propria figlia un
nome curdo, si sta studiando come conciliare i diritti di questa minoranza
con gli standard europei, fonti militari ammettono che la violenza è
scesa drasticamente.
Se si riesce a condurre in porto una delicata convivenza come questa,
il resto verrà da sé. Il continuo dibattere sul rischio fondamentalista,
per esempio, attiene più alle paure europee che alla realtà turca. Crisi
delle ideologie e declino dei partiti tradizionali lasciano affettivamente
al radicalismo islamico il ruolo di unica alternativa al sistema. Ma
la sua crescita è più il prodotto dell'incapacità dimostrata dalle forze
politiche negli anni passati, che non di un suo reale appeal. Problemi
sociali e salariali, realtà del terrorismo, hanno inciso in questa avanzata,
ma se si tiene sotto controllo quest'ultimo e, come sembra, si comincia
a rivedere la politica economica (l'inflazione è ancora alta, oltre
il 60 per cento, e la disoccupazione è al 5 per cento, la metà rispetto
a Francia e Italia, un terzo rispetto al "miracolo" spagnolo), il fenomeno
finisce per rientrare nell'alveo di una normale posizione minoritaria,
su cui, comunque, noi europei abbiamo le idee confuse.
Per Elizabeth Ozdalga, docente di sociologia all'Università di Ankara
e autrice di The veiling issue, Official Secularism and Popular Islam
in Modern Turkey, "contrariamente a quello che si crede, non sono mai
esistite in Turchia leggi che proibiscono l'uso del velo, all'università
così come nel resto del Paese. Esistono dei regolamenti che riguardano
le professioni, il che è molto diverso.
Ci sono università dove ci si veste come si vuole, ma dove però ai membri
di facoltà è chiesto un particolare abbigliamento. Si può portare il
velo, insomma, come studenti di legge, ma non come avvocati…". Il velo
è il fazzoletto, non il chador… Nella crisi e nella frammentazione dei
partiti, le identità perdute vengono recuperate dalle squadre di calcio.
Il
Galatasaray affonda le sue radici nel Galatasaray Lisesi, il liceo francese
cittadino. Rappresenta la classe medio alta, educata, urbana e cosmopolita.
Il Fenerbahce è la piccola borghesia, nazionalista e fiera della sua
storia.
Alle sue origini c'è il team che batté le truppe di occupazione francesi,
inglesi e italiane all'indomani della Grande Guerra. Il Besiktas è supportato
da un pubblico di dipendenti governativi, poliziotti, elettori e politici
di sinistra. Di queste squadre, la prima è entrata trionfalmente in
Europa e, allo stadio, il fondamentalismo non ha tifosi. Non è un'analisi
sociologica, ma forse è un segno dei tempi.
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