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 Ottorino Respighi: compositore al naturale
Molti compositori si sono cimentati nella ricerca etnomusicologica in modo più o meno positivo e partendo da varie prospettive. 
Nel caso di Ottorino Respighi (1879-1936) è presente uno spiccato gusto del “popolare”, che prende il sopravvento nella sua produzione, e spesso utilizza un linguaggio folcloristico, manipolato e modificato a seconda del risultato da perseguire.  
La sua tendenza al “descrittivismo” e l'abilità nel trattamento dell'orchestra lo portarono a creare brani nei quali si fondevano, in perfetta simbiosi, le regole accademiche con i retaggi di un mondo popolaresco a tutto tondo.  
Per questa ragione abbandonò il melodramma, limitato come ricerca a un discorso introspettivo, per dedicarsi alla creazione dei poemi sinfonici che gli diedero, oltre alla celebrità, anche una maggior soddisfazione compositiva.  
Proprio nei poemi sinfonici troviamo sviluppato in modo approfondito il “popolare” non solo nei titoli, ma anche nella formulazione di ben evidenti cellule folcloristiche, mai nascoste o camuffate con artifici plateali, quali l'orchestrazione densa e molto ritmica.  
Respighi si sofferma, più volte, sull'uso degli elementi popolari, portando l'ascoltatore ad una analisi attenta del brano. Chi non ricorda “Le fontane di Roma” del 1916 dove il “descrittivismo” si coniuga con temi dell'antica Roma?  
Elementi melodici estrapolati da inni e da canti che non fanno, certamente, parte della musica di stampo accademico. Respighi è, dunque, il portavoce di una concezione modernistica della musica, prendendo a prestito sonorità acerbe del popolare, contrasti di suoni dissonanti e tutte le “regole” della tradizione folcloristica. 
Continuando nel nostro excursus respighiano, non possiamo dimenticare “I pini di Roma” del 1924 che ampliano, ulteriormente, il respiro musicale, e dove la brillante fantasia e la smagliante tavolozza di colori orchestrali offrono lo spunto per raggiungere il traguardo del moderno sinfonismo italiano.  
Il poema sinfonico “Feste romane” del 1928, poi, racchiude la sintesi e l'essenza delle feste più semplici, nelle quali la danza, il suono e i profumi commentano la realtà che Respighi tenta di descrivere. In questo poema ritroviamo le ambientazioni storiche, i personaggi tipici, i ritmi delle osterie, i suoni particolari e affascinanti degli strumenti antichi.  
Questo è il genio respighiano, basato sulla volontà di andare in profondità in tutte le direzioni, mettendo a frutto la sua grande esperienza di trascrittore e di studioso di musiche antiche in uno stile di più chiara e incisiva tradizione italiana.  
 
Nel “Concerto Gregoriano” per violino e orchestra del 1921 la struttura portante della forma si basa sul violino che introduce frammenti tematici del passato, uscendo dal metodo di composizione classico. Respighi si mostra lungimirante e moderno, in un secolo dove la rivoluzione musicale in atto voleva solo distruggere tutto ciò che era collegato con il passato.  
E in questo caso la figura di Respighi si staglia isolata e vincente, eliminando le barriere tra i generi e mutando con le esperienze del presente un mondo passato. Un esempio di questa politica ci è offerto dalle “Antiche arie e danze per liuto” composte tra il 1917 e il 1931: qui il musicista dimostra di possedere una valida conoscenza del folclore dei secoli precedenti. Esiste, quindi, un sotterraneo filo rosso che collega i brani del compositore in un ideale percorso culturale e storico.  
Questa sua peculiarità è dimostrata persino nell'interno delle partiture, dove la perfezione dell'equilibrio sonoro e timbrico si fonde con l'uso di temi classici e non.  
Se Respighi operò in un momento di rivoluzione musicale, per quanto lo riguarda non può valere la dicitura del musicista rivoluzionario tout-court. Per lui bisogna trovare un posto a parte, fuori dalla mischia, poiché egli non ricercava in modo esasperato il successo, bensì una naturalità delle cose che potesse arricchire ulteriormente il difficile mondo della composizione. Un esteta del momento, affascinato dalla semplicità e dal desiderio di essere capito da tutti.  
Egli fu, dunque, in sintonia con il mondo del popolare, dove le melodie scaturivano dallo stato d'animo, dalla volontà di dialogo, dal desiderio di esternare le esperienze e le tradizioni della vita. Non a caso nella sua produzione ritroviamo, puntualmente, questa realtà mai inquinata da esigenze di mercato.  
Possiamo concludere, sottolineando il fatto che il musicista fu l'unico ad utilizzare matrici e musiche non “dotte” in modo totale, non alleggerendo o appesantendo la fluidità dei temi, credendo nella musica “totale” e anticipando di parecchi anni una moda che avrebbe ottenuto un grande successo di critica e di pubblico, con l'unica differenza che Respighi non lo fece per moda, bensì per amore della musica, al di là delle etichette e delle scuole di pensiero.  
Fu questo il messaggio base del compositore, anche se in molti non riuscirono a cogliere l'essenza del suo discorso, troppo avanti nei tempi. Ora è venuto il momento di studiare Respighi alla luce delle nuove conquiste e delle nuove esperienze, quando ormai il popolare ha acquisito l'importanza che merita.  
Ma in tutto questo flusso e riflusso non dobbiamo dimenticare i pionieri che tanta parte ebbero nella formulazione di un itinerario musicale che negli anni si è dimostrato vincente, in tutte le battaglie culturali.  
Di conseguenza, il popolare è un elemento intrinseco della musica e non solo un'altra possibilità minore della musica stessa. Tutto questo Respighi l'aveva capito prima di tutti noi. 
 
 
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