| Compito
del ricercatore è cercare di falsificare quante più teorie
è possibile.
Karl Popper
C'è
forse un pericolo nella biologia molecolare, ovvero che l'accumulo di dati
si spingerà così oltre alla sua assimilazione in una
struttura concettuale, che i dati risulteranno infine d'impaccio? Parte
della preoccupazione è che l'eccitamento della caccia lascia poco
spazio alla riflessione. E ci sono fondi per produrre dati, ma a stento
per fermarsi in meditazione.
John Maddox (1)
Secondo
la teoria infettiva dell’AIDS, l’infezione da HIV è attiva fin dalle
prime fasi e molto difficilmente può essere eliminata dall’organismo
nel corso degli anni. La sua presenza è segnalata da appositi test.
Quelli attualmente a disposizione sono fondamentali non solamente per la
diagnosi , ma vengono utilizzati come elementi indicativi ai fini prognostici
e terapeutici.
Poiché
la scienza per definizione è aperta ad ogni controllo ed ogni sua
affermazione deve poter essere dimostrata in base a regole logiche, il
presente studio si pone l’obiettivo di verificare se vi sia corrispondenza
tra i diversi “test per l’AIDS” ed il significato a loro attribuito. Verranno
esaminati i principali: quelli anticorpali (ELISA e Western Blot e p24),
l’identificazione del virus tramite la coltura, l’identificazione degli
acidi nucleici, la sua caratterizzazione genica, le metodiche d’isolamento,
le fotografie del virus.
Verrà
analizzato e criticato il procedimento seguito attualmente, come presentato
in testi specialistici aggiornati, tra questi “AIDS, Biology, Diagnosis,
Treatment and Prevention” edito nel 1997, di cui un autore è A.
Fauci, ex direttore del National Institute of Health.
Ci
siamo posti in altre parole l’obiettivo di rispondere alla domanda cruciale
come l’avrebbe formulata il grande clinico e studioso di metodologia della
scienza prof. Augusto Murri: “Perché devo io credere che il
significato dei test dell’AIDS corrisponda a un’infezione con il virus
HIV?” Egli considerava indispensabile avere, nella vita come nella professione,
un’abitudine, quella di criticare prima di accettare una informazione.
ANALISI
DEI TEST ANTICORPALI
I
test anticorpali esaminati saranno l’ELISA, il Western Blot, il test di
cattura dell’antigene p24.
ELISA
(fig. 1)
In
Italia, per identificare l’infezione da HIV viene in prima istanza utilizzato
un test di screening (ELISA), “dotato di buona sensibilità (vicino
al 99%) e minore specificità, stimata attorno al 90-95% nel 1988”.
Queste
percentuali non debbono però trarre in inganno, infatti il valore
predittivo del test varia a seconda della prevalenza dell’infezione in
una determinata popolazione. Secondo un’ipotesi formulata dalla Commissione
Nazionale AIDS nel 1988 , in caso di screening della popolazione carceraria
italiana, di fronte a 6.902 veripositivi si sarebbero avuti 1.751 falsi
positivi; invece, nel caso dei donatori di sangue, di fronte a 198 veri
positivi, ben 99.990 sarebbero stati i falsi positivi (ben 505 volte di
più!).
Nel
libro già citato “AIDS” , gli autori sostengono che i progressivi
perfezionamenti del test hanno portato la sua sensibilità al 95%
e la specificità al 99,8% in popolazioni ad alto rischio,valori
che non si discostano di molto dai precedenti. Viene però ammesso
che “il valore predittivo positivo può fluttuare grandemente in
dipendenza della popolazione studiata”. In realtà così è
avvenuto.
Stando
ad informazioni pubblicate sull’autorevole rivista medica inglese The Lancet,
nel 1990, in Russia vennero fatti 20,2 milioni di test ELISA, di cui 20.000
risultarono positivi, ma solo 112 vennero confermati con il WB; nel 1991,
su 30 milioni di test ELISA, ben 30.000 risultarono positivi, ma di questi
solo 66 risultarono confermati dal Western Blot, cioè una percentuale
minima (0,002%).
“Dunque
il test ELISA essendo stato disegnato per ottimizzare la sensibilità
a spese della specificità, non dovrebbe essere usato da solo per
la diagnosi di infezione da HIV-1 senza un test di conferma”, sebbene in
alcune nazioni sia usato da solo.
Il
test Western Blot (fig. 2)
Il
Western Blot (WB) viene comunemente usato come un test di conferma dell’infezione
da HIV; la combinazione dell’ELISA e del WB vanta ufficialmente “un valore
predittivo positivo maggiore del 99% per popolazioni a basso rischio e
ad alto rischio”.
Tuttavia
neanche il WB appare così specifico come sostenuto se vengono analizzati
alcuni dati a disposizione.
a)
Viene riconosciuto persino da fonti ufficiali che “è stato molto
difficile codificare la definizione su ciò che dovrebbe essere
considerato un Western Blot positivo, a causa di discreti disaccordi”.
Fino
al 1993, negli Stati Uniti vi erano ben 5 criteri ufficiali, e solo uno
(indicato nel kit diagnostico della Du Pont) era stato approvato dalla
FDA (Food and Drug Administration). Questo era il più restrittivo
ed era usato da pochi laboratori.
Se
fosse stato usato unicamente questo criterio, ben il 50% dei sieropositivi
negli Stati Uniti sarebbero stati considerati come non infetti!
In
Italia, in una pubblicazione del Ministero della Sanità rivolta
ai medici di famiglia , veniva negato che una questione del genere potesse
costituire un problema. Al proposito si affermava: “nella grande maggioranza
dei casi,indipendentemente dal criterio utilizzato, il test risulta correttamente
classificato positivo quando l’individuo è infetto”. Il fatto che
i risultati potevano essere ben diversi non veniva neppure menzionato.
A
tale situazione il rimedio è stato trovato semplicemente uniformando
i diversi criteri senza riconsiderare il passato e senza chiarire i motivi
scientifici per cui così si è optato.
"I
CDC hanno in un secondo tempo identificato i propri con quelli del ASTPHLD
e nel 1993 la Croce Rossa statunitense si è adeguata adottando le
raccomandazioni del ASTPHLD/CDC”. “Secondo l’ente americano ASTPHLD, un
risultato positivo deve presentare almeno due delle tre bande maggiori
di significato diagnostico (anti-gp41, anti-gp120/160, anti-p24)”.
b)
La lettura del WB è visiva ed è soggetta perciò ad
interpretazione da parte dell’operatore, un fattore di variabilità
non trascurabile. “La sua tecnica (ndr: del Western Blot) non è
stata standardizzata, l’importanza e le conseguenze delle variazioni verificatesi
nei laboratori non sono ancora state misurate. I suoi risultati richiedono
d’essere interpretati; i criteri per queste interpretazioni variano non
solo da laboratorio a laboratorio, ma anche di mese in mese”.
Il
Consorzio statunitense per la Standardizzazione della Sierologia Retrovirale
(CRSS) ha effettuato un controllo di qualità inviando 19 quote dello
stesso siero a 19 laboratori di riferimento ed il confronto dei risultati
ha dimostrato una strabiliante differenza del numero di bande e della loro
intensità nelle diverse “striscie” (fig. 3).
Le
preparazioni antigeniche non sono purificate.
“La
presenza di bande in posizioni non corrispondenti a noti antigeni virali
è un ritrovamento piuttosto comune e si presume sia la conse
guenza di contaminanti nella preparazione ...”. “Il peso molecolare di
queste bande aberranti può variare da ditta a ditta o persino
da lotto a lotto della medesima ditta produttrice”.
Ecco
il commento di Zolla-Pazner nel 1989: “Confusione sulla identi
ficazione di queste bande (n.d.r.: i risultati del test Western Blot)
è risultata in conclusioni scorrette negli studi sperimentali. [...]
potrebbe essere necessaria la reinterpretazione dei risultati già
pubblicati”.
Questa
auspicata reinterpretazione non è avvenuta fino al momento attuale
(marzo 1998).
d)
Bande considerate “specifiche” non indicano in molti casi un’infezione
da HIV. Seguono alcuni esempi.
-
Pur utilizzando i criteri più restrittivi, Lundberg osservò
che ben il 10% dei sieri di controllo, che includevano campioni di sangue
dalle banche del sangue, avevano un WB positivo.
- In
uno studio, si rilevava che dal 2 al 49% dei pazienti testati potevano
avere una reattività al WB (WB indeterminato), più frequentemente
causata da anticorpi cross-reagenti.
-
Anche una semplice vaccinazione anti-influenzale può rendere positivo
il risultato.
-
Anche la trasfusione del proprio sangue irradiato produce gli stessi anticorpi.
-
Tra gli omosessuali o bisessuali che risultano negativi per l’ELISA e la
PCR, 20%-30% possono avere una o più bande presenti sul Western
Blot.
-
Dati ancora più sconcertanti riguardano uno studio effettuato su
dei cani e pubblicato nel 1990. Scrivendo su Cancer Research, Strandstrom
e colleghi riportarono che 72 su 144 (50%) campioni di sangue canino ottenuti
dall' Ospedale Veterinario dell’Università di California, e testati
con il Western Blot reagivano con una o più proteine ricombinanti
dell’HIV [gp120--21.5%, gp41--23%, p31--22%, p24--43%]“.
Poiché
gli Autori considerano i cani non infetti con l’HIV, si deve concludere
che questi dati sono una ulteriore prova della frequente cross reattività
anticorpale con molte “proteine diverse da quelle dell’HIV”.
E'
importante, a questo punto, introdurre alcune considerazioni.
Il
fatto che le bande siano definite non specifiche se ritrovate singolarmente,
ma specifiche per il virus se presenti in numero di due o più di
due, appare rifarsi non a considerazioni di ordine biologico, ma ad una
convenzione, ad un accordo di tipo “legale”, variabile nel tempo e nello
spazio (infatti è differente nelle diverse nazioni).
Secondo
una convenzione che era accettata fino a non molto tempo fa da molti autori,
tre bande nel WB di un donatore di sangue clinicamente sano erano considerate
false reazioni positive.
Secondo
la medesima convenzione, le tre bande dello stesso donatore di sangue,
questa volta presentate ad una Società di Assicurazione per una
polizza sulla vita, sarebbero state considerate vere positive!
Il
gruppo di ricercatori di Perth che ha analizzato a fondo il significato
del WB, ha concluso che le proteine considerate virali non sono peculiari
del virus HIV e sono indistinguibili da proteine di origine cellulare.
In
particolare, secondo lo studio finora non confutato della Eleopulos e coll.
, la gp 41 corrisponderebbe all’actina; la p18 e la p24/25 alle due
subunità della miosina (la p24 è la banda aspecifica ritrovata
con maggior frequenza in soggetti “non infetti”); la p32 sarebbe identica
alla catena beta dell’antigene DR della classe di istocompatibilità
II; la gp120-160 non sarebbero nient’altro che oligomeri della gp41.
Antigene
p24
La
valutazione del test di cattura dell’antigene p24 è stato compreso
in USA tra i test che vengono effettuati ad ogni unità di sangue
(e considerato come “diretta evidenza del virus HIV”).
Secondo
Fauci e coll. , viene ritenuto che:
a)
la p24 corrisponde all’antigene del capside virale (core) che viene evidenziato
da un siero contenente i relativi anticorpi monoclonali (anti-p24) associati
ad un sistema rivelatore;
b)
il test comunque non è utile come mezzo di screening primario nello
stabilire una diagnosi precoce di infezione da HIV;
c)
l’aumentare del livello della p24 presumibilmente correla con l’esplosione
nella replicazione virale, rilevabili con altri metodi come la viremia
plasmatica;
d)
il livello di p24 usualmente cade sotto la soglia di determinazione con
metodi convenzionali come l’anticorpo anti-p24, comincia a formarsi durante
la sieroconversione e può rimanere in quello stato durante i seguenti
anni di infezione asintomatica. Solamente il 20-30% di individui con infezione
asintomatica ha livelli rilevabili di p24 sierico.
Tuttavia
le perplessità sul suo reale significato sono molteplici.
Dati
quantitativi indicano che in pazienti sieropositivi possono essere ritrovati
50 pg e talvolta più di proteina del core, la p24.
Se
un retrovirus pesa 10 -3pg e metà del suo peso è costituita
da p24 15, questa quantità corrisponde allora a circa
100.000
particelle virali; secondo altri autori e secondo altre premesse addirittura
a 500.000 particelle!
Dunque,
se tutta questa proteina venisse dai virioni, questi pazienti dovrebbero
essere altamente viremici.
In
altre parole vi dovrebbe essere una corrispondenza diretta tra livelli
di p24, “isolamento virale”, livelli di “RNA virale” (detta anche “carica
virale”). Invece così non è. I risultati sono irrimediabilmente
differenti da quelli che logicamente sarebbero attesi.
Per
esempio, un lavoro riporta la presenza di antigenemia ma che nessun virus
poté essere isolato da 31 pazienti antigenemici, anche in seguito
a coltivazione estesa.
Osservazioni
analoghe sono riportate da altri studi.
Ne
vengono citati alcuni:
1)
"in metà dei casi in cui una persona aveva un test positivo, sus
seguentemente ne aveva uno negativo senza assumere alcuna medicazione che
avesse potuto alterare i livelli di p24... il test è clinicamente
erratico e dovrebbe essere interpretato molto cautamente”.
2)
l’antigene p24 non è ritrovato in tutti i soggetti sieropositivi
e neppure quelli con AIDS conclamato. In uno studio, la PCR (Polymerase
Chain Reaction) e la p24 furono usati per scoprire l’HIV in pazienti in
vari stadi, da asintomatici ad AIDS. La p24 fu trovata nel 24% dei pazienti
e l’HIV-RNA nel 50%.
3)
Oltre il 29% dei riceventi una trasfusione da soggetti sieronegativi, diventa
positiva per l’anticorpo anti-p24, pur “in assenza di infezione”.
4)
La non specificità del test dell’antigene p24 è così
ovvia che è accettata da un’autorità riconosciuta nel campo,
Philip Mortimer -e i suoi colleghi- del Public Health Laboratory Service
in Inghilterra: “L’esperienza ha dimostrato che né la coltura virale,
né i test per la p24 sono di gran valore nel test diagnostico. Essi
possono essere non sensibili o non specifici”.
Conclusione
I
test anticorpali (l’ELISA, il Western Blot ed il test di cattura dell’antigene
p24) per i numerosi motivi sopra esposti, non sono in grado di segnalare
con ragionevole sicurezza di trovarsi di fronte ad un’infezione con il
virus HIV e perciò l’asserzione che il valore predittivo positivo
del WB possa essere considerato superiore al 99% non corrisponde alla realtà.
Questi
test rivelano reazioni di una specificità variabile o meglio indeterminata,
tanto da non poter permettere una distinzione tra cross reattività
e “infezione da HIV”.
L'IDENTIFICAZIONE
DIRETTA DEL VIRUS
E’
comune convinzione che i test anticorpali siano stati convalidati e in
qualche modo verificati da altri in grado di evidenziare il virus stesso,
test capaci di identificarlo direttamente.
Tuttavia,
questa determinazione diretta è tale solo all’apparenza. Si limita
a registrare alcuni fenomeni che si crede siano legati in maniera inequivocabile
all’HIV.
L’identificazione
diretta del virus è divisa in due principali categorie :
la coltura virale e l’identificazione diretta degli acidi nucleici virali
(Southern Blot, tecniche di amplificazione come PCR, RT PCR, bDNA, NASBA).
La
coltura virale
L’isolamento
virale usualmente coinvolge una co-coltura delle cellule del paziente con
cellule di un donatore non infettate che sono state stimolate con fitoemoagglutinina
(PHA) per 3 giorni.
Queste
co-colture sono controllate approssimativamente ogni 3 giorni per 28 giorni
o più per controllare la formazione di sincizi e la presenza di
p24 o la transcriptasi inversa (RT) nel sopranatante della coltura.
La
presenza di sincizi (a) o dell’antigene p24 (b) o della RT (c) è
considerata evidenza di replicazione virale.
Secondo
Gallo ed altri autori anche il ritrovamento di particelle simil-virali
in coltura è da ritenersi criterio sufficiente.
a)
Comparsa di sincizi
La
comparsa di sincizi è osservata solamente in una parte delle colture
considerate infette, ma le stesse sono presenti anche in linee cellulari
“non infette” e simili a quelle utilizzate per l’HIV.
Così
tali caratteristiche morfologiche cellulari potrebbero essere una caratteristica
delle stesse linee cellulari, del risultato delle condizioni di coltura
o di entrambi questi fattori.
b)
Antigene p24
La
sua mancanza di specificità è già stata menzionata.
Le obiezioni al suo utilizzo come test sul siero del paziente sono valide
anche per il suo utilizzo nelle colture.
In
uno studio in cui è stato utilizzato questo metodo di “isolamento
virale” (la determinazione della p24 in colture con sangue intero non frazionato),
risultati positivi sono stati ottenuti in 49 su 60 “individui” (82%) presumibilmente
non infetti ma sierologicamente indeterminati e in 5 su 5 donatori di sangue
sieronegativi.
c)
Transcriptasi inversa (RT)
In
tutta la ricerca sull’HIV, è considerata quale prova di attività
transcriptasica inversa dell’HIV la capacità di copiare lo stampo-innesco
(template-primer) A(n).dT<->15 quando incubato con il sopranatante o
il materiale proveniente da co-colture di materiale infetto con il virus
dell’AIDS che si separa ad un livello di 1,16 gm/ml (gradiente di densità
in sucrosio).
In
molti casi questa attività è considerata sinonimo di “isolamento
dell’HIV”.
Comunque:
(i) Lo stesso stampo-innesco è anche copiato quando incubato con
materiale che si separa nella banda 1,16 mg/ml da colture di cellule leucemiche
e spermatozoi non infetti; ii) lo stampo-innesco A(n).dT<->15 può
essere trascritto non solo dall’RT, ma anche da altre polimerasi cellulari
del DNA. Tutte le polimerasi cellulari del DNA, alfa, beta e gamma possono
copiare l’A(n).dT. Infatti, nel 1975, una Conferenza Internazionale sulle
polimerasi eucariotiche del DNA che comprendeva Baltimore e Gallo, definì
la polimerasi gamma del DNA, “un componente delle cellule normali”, la
cui attività può essere aumentata da molti fattori compresa
la stimolazione del PHA, l’enzima che “copia l’A(n).dT<->15
con
alto rendimento, ma non copia bene il DNA”;
Da
quanto sopra si deduce che è errato affermare che tale attività
enzimatica sia peculiare dei retrovirus, tanto meno che sia indice inequivocabile
della presenza del retrovirus HIV.
Le
particelle e le proteine che si separano a livello della banda 1,16 mg/ml
potrebbero riflettere materiale interamente non virale; sicuramente gran
parte dello stesso materiale è cellulare e proveniente da colture
stimolate con PHA (come vedremo meglio in seguito), per cui l’attività
transcriptasica potrebbe derivare da esso.
Oggetti
con l’aspetto retrovirale
Il
ritrovamento di particelle simil-retrovirali in coltura fu considerato
da Gallo prova di isolamento dell’HIV (allora HTLV-III). Tuttavia Gallo,
per isolare l’HTLV-IIIB, usò la linea cellulare H9 (HUT78) e tale
linea cellulare rilascia particelle simil-retrovirali anche quando “non
infetta con l’HIV”.
Weiss
ha ottenuto il suo “isolato CBL-I” dalla linea cellulare leucemica CEM,
una linea cellulare che ospitava retrovirus anche quando non infettati
con l’“HIV”.
Nel
1970, tali particelle erano frequentemente osservate nei tessuti leucemici,
in colture di tessuti embrionali e nella maggioranza se non in tutte le
placente umane.
Particelle
di tipo C mature od estroflesse appaiono in cellule linfomatose metabolicamente
danneggiate ma non infette con l’HIV.
“Particelle
retrovirali” antigenicamente simili all’HIV sono state trovate in estratti
da colture di ghiandole salivari di pazienti con la sindrome di Sjorgen.
Più
importante ancora, nell’unico studio di microscopia elettronica, sia in
vivo che in vitro in cui furono usati adeguati controlli ed in cui fosse
stato effettuato un estensivo esame in cieco dei controlli e del materiale
del test, vennero trovate “particelle virali indistinguibili dall’HIV”
in una varietà di linfoadenopatie reattive non associate all’HIV,
portando gli autori a concludere: “La presenza di tali particelle non indicano,
di per sé stesse, un’infezione con l’HIV” (fig. 4).
Conclusione
E'
inevitabile convenire che né la presenza di sincizi, né il
riscontro della p24, né l’attività transcriptasica inversa,
né la presenza di particelle similvirali (insomma ciascun elemento
che definisce positiva una coltura dell’HIV) sono “evidenza di replicazione
virale”, nonostante il significato attribuito sia proprio questo.
Identificazione
diretta degli acidi nucleici
Per
identificazione diretta degli acidi nucleici vengono intese le tecniche
del Southern Blot, la PCR, le tecniche di amplificazione quantitative (RT
PCR, bDNA, NASBA). L’identificazione si basa sul riconoscimento e l’amplificazione
di piccole sequenze nucleotidiche attribuite all’HIV, non dell’intero genoma
virale.
Tale
ricerca viene effettuata non su colture, ma direttamente sui tessuti (compreso
il sangue) del paziente.
a)
Tecnica del Southern blot (tecnica che permette di separare ed evidenziare
acidi nucleici del tipo ricercato)
Il
primo studio fu condotto da Gallo nel 1984. Usando la tecnica di ibridizzazione
Southern Blot (capace teoricamente di identificare una sola cellula infetta
su 10), furono esaminati i tessuti di pazienti con AIDS, ma deboli bande
furono ritrovate solo in una minoranza di essi.
b)
La PCR (Reazione polimerasica a catena)
La
sensibilità della PCR è stimata 92-100% ed è in grado
di rilevare una cellula “infetta” su 100.000.
Tuttavia
per la sua alta sensibilità è altamente soggetta alla falsa
positività a causa di contaminazioni anche minime o ad altri comuni
errori di laboratorio.
Sequenze
simil-retrovirali sono rinvenibili nel genoma umano in ogni cellula.
Già
nel 1991, Imagawa e Detels fecero notare una potenziale fallacia della
PCR. “La determinazione di parte del genoma - sostenevano - non significa
rivelare un virus completo”.
Molto
importante è il problema dei falsi positivi. Molti ricercatori contestano
l’affidabilità della PCR a causa dell’alto numero di falsi positivi
che questo test produrrebbe. La PCR non si è dimostrata riproducibile
e falsi positivi e falsi negativi furono osservati in tutti e 7 i laboratori
di riferimento coinvolti in un importante studio francese (la concordanza
con la sierologia variava dal 40% al 100%). In più, il numero di
risultati positivi non differiva significativamente tra i sieronegativi
ad alto e a basso rischio.
Vi
sono numerose altre conferme a queste osservazioni:
1)
Uno studio di efficacia nel valutare le prestazioni dell’HIV PCR nell’individuare
DNA virale libero da cellule dimostrò “un disturbante alto tasso
di positività non specifica” usando gli inneschi comunemente utilizzati
(SK38/39, per il gene della p24 o gag). In realtà, simili tassi
di positività vennero trovati sia per i campioni anticorpo negativi
che quelli anticorpo positivi (18% contro il 26%).
2)
La PCR (DNA-PCR qualitativa) effettuata su infanti
non infetti risultò in diverse occasioni positiva.
3)
In uno studio di validità della PCR coordinato dal Gruppo di Lavoro
sulla PCR dell’OMS, il 54% dei laboratori coinvolti avevano problemi con
risultati falsamente positivi; 9,3% dei campioni non infetti erano riportati
come positivi.
4)
Gli autori di uno studio multicentrico di valutazione di qualità,
affermarono: “questo studio ha dimostrato che i risultati falsi positivi,
nonostante l’uso di rigorosi algoritmi procedurali, capitano tra gli individui
non infetti con frequenza tale da rimanere un serio problema”.
Il
riscontro di un numero rilevante “falsi positivi” depone per una notevole
mancanza di specificità della PCR.
c)
Tecniche quantitative
Le
tecniche “quantitative” sarebbero in grado di calcolare, in modo approssimativo,
il numero di virioni per millilitro di plasma utilizzando delle opportune
modificazioni di certe tecniche di amplificazione (amplificazione del substrato,
come la RT-PCR e la NASBA, o amplificazione del segnale, come la bDNA).
Il substrato consiste in “regioni conservate” di un gene presunto virale.
La
sensibilità calcolata è: per la RNA RT-PCR di 100 copie of
HIV RNA per millilitro di plasma
;
per la NASBA di 1.000 molecole per millilitro
;
per la bDNA (branched DNA) di 10.000 molecole per millilitro.
Fino
al 1994 si riteneva che l’HIV fosse presente in piccole quantità
nei tessuti dei soggetti asintomatici e con AIDS e che infettasse poche
cellule (1 linfocita su 1.000-100.000). Nel 1995 due studi sembrarono dimostrare
invece che l’HIV si replicava molto attivamente fin dalle prime fasi dell’infezione.
Le nuove tecniche sopra menzionate permettevano apparentemente di rivelare
grandi quantità di virus che prima erano sfuggite all’osservazione.
Tuttavia
se negli infetti vi fosse una massiccia infezione, come alcuni dei più
conosciuti esperti sostengono, l’ibridizzazione con il Southern blot sarebbe
stata più che sufficiente per rilevarla. Non dimentichiamo che un
sorprendente risultato sia con la Southern Blot standard sia con la PCR
era “la scarsità o l’apparente assenza del DNA virale in una parte
considerevole dei pazienti”.
Un
significativo lapsus freudiano di John Maddox conferma i sospetti: secondo
Maddox “sia Ho che Wei ed i loro colleghi furono in grado di arrivare alle
loro allarmanti conclusioni solamente dopo una decade di ricerche sull’HIV
poiché avevano studiato in équipe con dei matematici e poiché
essi furono in grado di usare nuove tecniche per rivelare i bassi livelli
di virus coinvolto”!
Le
incompatibilità logiche dei risultati sono macroscopiche ed evidenti.
a)
Vi è infatti mancanza di correlazione tra p24 e tecniche di amplificazione
genica. (Abbiamo già menzionato il fatto che la p24 è considerata
“prova diretta di identificazione dell’HIV”).
Nessuna
correlazione venne trovata tra il livello di p24 e la RT-PCR.
La
determinazione della carica virale era altamente sensibile quando paragonata
alla misurazione della p24 (più del 95% dei pazienti aveva un carico
virale rilevabile mentre solo il 40 % aveva una p24 rilevabile), ma nei
campioni positivi il livello di antigene e del carico virale aveva una
significatività solamente borderline.
b)Nessuna
correlazione venne osservata tra il carico virale quanti
ficato con la NASBA o con Amplicor e la concentrazione con l’antigene p24.
Nessuna
correlazione fu osservata tra la dose infettiva, la carica virale determinata
con NASBA o con l’Amplicor (RT-PCR).
c)
Vi è mancanza di correlazione anche tra RT-PCR ed altri test.
In
uno studio su soggetti vaccinati, un gruppo di quattro campioni di siero
risultarono positivi alla RT PCR durante un periodo di 11 mesi, incluso
un risultato di circa 10<+>4 -105 copie /mL, ed un quinto risultato
positivo un anno dopo in un soggetto vaccinato, ma “non infetto”. Per questo,
gli stessi autori avanzarono “dubbi riguardanti la specificità della
misura del HIV RNA quale standard aureo per lo screening e la conferma
dell’infezione”.
d)
Vi è infine mancanza di correlazione tra “virus” e “carica virale”.
1)
Secondo Piatiak, l’alto livello di “virus” nel plasma era 999 per mille
“non coltivabile”.
2)
Ho et al. hanno dimostrato che 10.000 “virioni” plasmatici contati con
la PCR ramificata corrispondono a meno di un virus “infettivo” per ml 64.
3)
In un più recente studio di Ho si può constatareare che ad
una carica di 500.000 unità (!) corrispondevano 0 (zero!) “virus
coltivati”. Secondo i dati riportati, al paziente 105 prima della cura
(con Ritonavir) erano stati riscontrati 643.000 “virioni”/ml, il cui numero
è stato calcolato con il branched DNA assay ad esso corrispondevano
più di 1.000 TCID- 50/ml (50% tissue colture infectious doses).
Dopo due giorni di terapia e nei giorni seguenti il “virus coltivabile”
era 0 (zero). Nel contempo, ai giorni 2, 3 e 4 i “virioni liberi” (ovvero
la cosiddetta “carica virale”) restava superiore a 500.000. Fino al giorno
7 i “virioni” erano ancora superiori a 100.000.
Un
virione è definito come una particella virale completa costituita
dall’acido nucleico virale, dal capside e dal pericapside (quando presente).
La possibile obiezione che un virione difettivo venga “visto” dal branched
DNA assay, ma non venga rilevato dai saggi colturali, non risolve il problema
della mancata corrispondenza con gli altri test e con l’impossibilità
di vedere queste particelle al microscopio direttamente dai tessuti del
paziente, senza passaggi colturali.
Fosse
stato così, Gallo non avrebbe avuto bisogno di ricorrere a frodi,
non avrebbe avuto bisogno di tre anni di indefesse ricerche per trovare
qualcosa che avesse l’aspetto di un virus. Ci sarebbe arrivato immediatamente
assieme ad altri ricercatori.
Mark
Craddock, professore della School of Mathematics and Statistics,
The University of Sydney, Australia ha commentato: “Cos’è questa
grande viremia di miliardi di particelle di RNA che possono essere visti
solamente con una tecnica non documentata (branched-DNA) o la PCR ma non
con test funzionale di infettività”?
<LOR
"IL GENOMA VIRALE
Come
già detto, le tecniche di amplificazione genica riguardano piccole
frazioni, non l’intero genoma “virale” ed i risultati ottenuti non danno
la sicurezza di trovarsi di fronte all’HIV, tanto più che sono francamente
discordanti. A questo punto è perciò legittimo domandarsi
qual è veramente e com’è fatto l’originale genoma virale.
Innanzitutto
il gruppo di ricercatori di Perth osserva che "se ci fosse un singolo retrovirus
dell’AIDS, un unico retrovirus, allora le differenze genomiche inferiori
all’1% dovrebbero essere la regola, non l’eccezione.
Per
esempio, il vaccino al poliovirus Sabin del tipo 3 differiva dal suo progenitore
neurovirulento in solo 10 posizioni nucleotidiche dopo 53 passaggi in vitro
e 21 in vivo nei tessuti di scimmie. Nel 1977, l’influenza virale A H1N1
riapparve nella popolazione umana dopo 27 anni di inattività con
sequenze principalmente identiche a quelle del virus del 1950".
Sebbene
si sia usato il modello della quasispecie di Eigen per descrivere il genoma
dei virus dell’RNA, differenze di sequenza anche dell’1% in questi genomi
vengono considerate rappresentare “estrema variabilità””. “Molte
forze selettive possono stabilizzare le popolazioni virali.
Questi
fattori stabilizzanti possono racchiudere la necessità della conservazione
della struttura e della funzione delle proteine, una struttura secondaria
dell’RNA, siti di glicosilazione e siti di fosforilazione.
Vediamo
ora qual è il quadro offerto dalla ricerca sull’HIV.
Fu
presto scoperto che “se si testassero due sieropositivi a caso e si analizzasse
il materiale genetico del ceppo di uno e dell’altro, essi differirebbero,
in media, di circa il 13%”. Inoltre, quello che viene considerato il genotipo
dell’HIV deriva dalle analisi di sequenza di subgenomi che misurano dal
2% al 30% del totale. Il dato sconcertante è che tali “genomi” variano
fino al 40%.
“Se
il 30% del genoma dell’HIV varia fino al 40%, di quanto varia il 100% del
genoma dell’HIV?” è la legittima domanda della Eleopulos e coll.
Non
c’è accordo tra gli studiosi sul numero di geni dell’HIV.
Nel
1988 si diceva che il genoma dell’HIV consisteva in 8 geni, nel 1990
in dieci. Nel 1996 Montagnier ha riferito che l’HIV possiede otto geni
e secondo Barré-Sinoussi, l’HIV ha nove geni.
Nemmeno
il numero dei nucleotidi nel “genoma dell’HIV” sembra costante.
Le
quasi specie
Poiché
venivano riscontrate grandi differenze genomiche - persino nello
stesso individuo albergherebbero almeno 10<+>6 -10 8
“varianti
genotipiche”
-
per tentare di giustificare tale fenomeno è stato introdotto il
concetto di “quasi-specie”.
Prima
degli anni ’90, le sequenze dell’HIV erano classificate come europee/statunitensi
con differenze della sequenza del 20-30% tra questi due gruppi.
Negli
anni ’90, i ricercatori dell’HIV hanno cominciato a dividere il genoma
HIV nei sottotipi A, B, C, D, E, etc.
La
base di questo sistema di classificazione è: “(a) i sottotipi sono
approssimativamente equidistanti uno dall’altro nel gene env; (b)
l’albero filogenetico env è per la gran parte congruente con l’albero
filogenetico gag; (c) due o più campioni sono richiesti per definire
un sottotipo di sequenza".
Tuttavia,
“Sono sorti dei problemi nel nominare i sottotipi. Un numero piccolo ma
non insignificante di sequenze virali sono ibride, ovvero si possono riunire,
per esempio un sottotipo di sequenza del gag diventa problematico quando
sorgono forme altamente divergenti di un dato sottotipo: tali forme sono
talvolta designate come A’, B’, F’, ecc. E’ sempre più necessario
avere dei dati che codificano le sequenze sia del gag che dell’env quando
si sta rivendicando una nuova forma o sottotipo”.
Verso
la metà del 1996 erano stati descritti “almeno dieci”(A-J) genotipi
dell’HIV-I principali (M) prevalenti e quelli a bassa prevalenza (O) e
nuovi genotipi vengono ancora segnalati.
E’
quindi possibile descrivere i “DNA dell’HIV”, anche se hanno una variazione
del 10%, per non menzionare il 20 o il 30 o il 40%, come una “popolazione
di genomi strettamente imparentati, e riferirsi ad essi come a quasispecie”?
L’estrema
variabilità del genoma dell’HIV induce a chiedersi che senso abbia
riferirsi all’HIV come ad una entità dalla precisa fisionomia. La
differenza genomica tra uomini di razza diversa si aggira attorno all’1
per 1.000, tra uomo ed orango-tan al 2%, ma per trovare una differenza
del 30%, bisogna confrontare nientemeno che uomo e topo, uomo e asino,
uomo ed elefante! Possono correttamente ritenersi il topo e l’asino e l’elefante
quasi-specie dell’uomo (fig. 5)?
PARTICLE
DETECTION (identificazione di particelle)
I
Retrovirus sono definiti come particelle con rivestimento di circa 100-120nM
di diametro con un core che comprende un involucro proteico e un complesso
di ribonucleoproteina.
I
Retrovirus sono classificati in tre sottofamiglie: Spumavirinae, Lentivirinae
and Oncovirinae.
I
Retrovirus appartenenti all’ultima sottofamiglia sono divisi in particelle
di tipo A, B, C e D.
A
quale di questi debba appartenere l’HIV, non è ben chiaro. Secondo
Gallo nel 1984 si trattava di una particella di tipo C, ma nel 1985 ammetteva
che poteva essere anche del tipo D.
Montagnier
e colleghi riportarono inizialmente che era una particella di tipo C, quindi
di tipo D, e quindi un lentivirus, ovvero di un’altra sottofamiglia. Secondo
Munn ed altri il virus dell’AIDS presenta caratteristiche del tipo C, del
tipo D e dei lentivirus. Fauci ed altri descrissero l’HIV in colture monocitarie/macrofagiche
come particelle retrovirali con caratteristiche di tipo A.
L’HIV
pare assumere un’identità così imprecisa, cangiante, da aggiungere
ulteriori motivi di perplessità.
FOTOGRAFIE
Diversi
ricercatori nel campo dell’AIDS hanno presentato foto
grafie del virus HIV, ma quelle che si vedono sono solo particelle similvirali
indistinguibili da microvescicole cellulari normali. Queste particelle,
in contrasto con i virus, sono molto instabili quando rimosse dal loro
contesto, ed è difficile isolarle e fotografarle in uno stato di
vero isolamento.
Viceversa
i virus sono stabili perché essi devono lasciare di nuovo le cellule
o gli organismi parassitati. L’uso di tecniche di centrifugazione non costituisce
un problema per separare i virus dai vari contaminanti ed ottenere così
il loro isolamento - quindi fotografarli, quindi evidenziare le loro proteine
ed i loro costituenti genetici in modo diretto.
I
virus veri sono così stabili che è facile fotografarli direttamente
come particelle tridimensionali nel microscopio elettronico a scansione
senza che sia necessario fissarli prima chimicamente.
All’opposto,
le microvescicole sono così instabili che esse possono essere fotografate
solo con un microscopio elettronico a trasmis
sione, che richiede che siano fissate chimicamente in sezioni molto sottili.
Tutto ciò che è stato mostrato al mondo intero come micrografie
dell’HIV sono sezioni ultrasottili che includono particelle indistinguibili
da quelle cellulari (vedi figg. 6-8).
LA
PROVA DELL'(IN)ESISTENZA DELL'HIV
Una
importantissima conferma alle argomentate critiche dei ricercatori di Perth
è arrivata nel marzo del 1997: due gruppi, uno franco/tedesco e
uno del National Cancer Institute statunitense, hanno finalmente pubblicato
le fotografie dei gradienti di densità in cui doveva essere presente
il virus HIV isolato, puro (fig. 9).
Questo
dato avrebbe dovuto essere disponibile fin dal momento della scoperta del
virus (1983-84), ma nessuno prima l’aveva fatto. Ed il motivo più
verosimile è che manca totalmente la corrispondenza tra quello che
era riscontrato e quello che avrebbe dovuto esserci.
Nello
studio franco/tedesco le fotografie provengono dalla banda 1,16 gm/ml.
E’
impossibile dire da quale densità provengono le fotografie dello
studio americano, ma presumibilmente è anch’essa corrispondente
a 1,16 gm/ml (dove si ritrovano i retrovirus).
La
Eleopulos et al. rilevano che “gli autori di entrambe le pubblicazioni
ammettono che le particelle che sono presenti nel materiale della banda
di gradiente e che sono definiti HIV rappresentano solo una frazione molto
piccola del materiale totale. Gelderblom et al. affermano che il
materiale contiene un eccesso di vescicole cellulari con una dimensione
di 50-500 nM, come opposte ad una popolazione minore di particelle virali
... le vescicole cellulari sembrano essere il maggiore contaminante
delle preparazioni di HIV arricchite dalla centrifugazione in gradiente
di sucrosio”.
“Riguardo
il piccolo numero di particelle considerate HIV non c’è nessuna
prova che lo siano veramente.
Al
contrario:
(a)
le particelle non sembrano avere estroflessioni superficiali. In altri
lavori pubblicati da diversi ricercatori, incluso Gelderblom e i suoi colleghi
viene espressamente notata l’assenza di queste proiezioni;
(b)
le particelle riferite come HIV non sono sferiche ed hanno diametri superiori
a 100-120nM. Nella fotografia al microscopio elettronico di Gluschankof
e coll., ci sono frecce che puntano a 5 “virioni” senza proiezioni superficiali,
le cui dimensioni sono: 121 X 145; 121 X 169; 121 X 145, 121 X 145
e 133 X 145 nM.
Nello
studio di Bess e coll. sono indicate un totale di sei particelle di HIV,
anch’esse prive di proiezioni di superficie, le cui dimensioni sono 160
X 240; 200 X 240; 280 X 280; 208 X 250; 167 X 250 and 250 X 292 and nM.”
“In
realtà, essi sostengono che quelle sono particelle dell’HIV, ma
senza fornire nessuna prova.
Nel
materiale di quella banda di densità dovrebbero esserci moltissime
particelle virali, invece ne sono indicate solo alcune, in mezzo a molte
impurità.
Queste
particelle hanno solo una vaga rassomiglianza con quelle che dovrebbero
essere delle particelle retrovirali”.
“Il
punto fondamentale è che ogni genuina particella retrovirale dovrebbe
contenere la stessa quantità di RNA e proteine, né più
né meno. Questo significa che se noi consideriamo i diametri delle
particelle indicate nei due studi citati, essi sono da 1,14 a 1,96 volte
più grandi del massimo previsto per il normale HIV. Traducendo questo
in volumi, e confrontando con una particella con diametro di 120nM, le
particelle franco/tedesche hanno un volume 50% maggiore, quelle statunitensi
uno 750% maggiore”, ovvero incompatibile con la difinizione di retrovirus!
Anche
se non è ammesso dagli autori, i dati dei due lavori citati contribuiscono
a dimostrare che là dove doveva essere presente l’HIV puro, dell’HIV
non c’è traccia.
CONCLUSIONI
Nessuno
dei test esaminati appare sufficientemente sicuro per individuare un’infezione
da HIV. Paradossalmente neppure la “determinazione diretta del virus” è
in grado di rispondere allo stesso quesito, tanto è vero che vi
è una inconciliabile discordanza dei risultati ottenuti con le varie
metodiche che ne vengono perciò invalidati.
In
più non risulta dimostrata l’esistenza di un’entità che possa
ragionevolmente chiamarsi “il virus HIV”, sia nelle sue componenti proteiche,
sia nel genoma, sia come particella fisica. Il vero significato dei test
è meglio compreso se viene esaminata la loro origine.
Per
provare l’esistenza di un nuovo virus sia il gruppo di Montagnier nel 1983
che quello di Gallo nel 1984 separarono il sopranatante di colture ritenute
infette in gradienti di densità. Considerarono - erroneamente -
che il materiale che si separava al livello di 1,16 mg/ml fosse costituito
da “pure particelle di HIV”.
Le
proteine presenti in questa banda e che sono reattive con i sieri di pazienti
con AIDS (ma non solo con i loro sieri) furono considerate proteine dell’HIV.
Ugualmente, una particolare frazione di RNA ritrovata nella medesima banda
di separazione fu considerata il genoma del nuovo virus. Da allora, alcune
di queste proteine sono usate per ricavare i reattivi per alcuni test o
come immunogeni per produrre negli animali di laboratorio gli anticorpi
utilizzati per altri test (un procedimento simile venne seguito con certi
frammenti di RNA). A questo punto la spiegazione degli esperimenti di Gallo
effettuati nel 1984 appare più chiara: utilizzò un miscuglio
di proteine (ritenute virali ma in realtà cellulari) per immunizzare
i conigli ed ottenere così un siero che ovviamente reagiva con le
stesse proteine presenti nelle colture da cui proveniva.
In
altre parole Gallo ha creduto di dimostrare la sua ipotesi (l’esistenza
del virus) con altre ipotesi rivelatesi errate (che l’attività transcriptasica
inversa, la presenza di particelle similvirali, gli anticorpi in quel modo
trovati fossero specifici per il virus).
Così
sono nati i test che ancora oggi vengono utilizzati e perfezionati per
porre una diagnosi così impegnativa.
Una
importante prova della correttezza di questa interpretazione dei fatti
sta nei risultati che vennero ottenuti su topi e scimmie nel 1991. In questi
studi, allo scopo di valutare un potenziale vaccino, alcuni animali di
laboratorio vennero iniettati con componenti cellulari da colture non infette
con l’HIV: i risultati furono simili a quelli ottenuti con il “vaccino
vero e proprio” (cioé con “virus da colture infette”).
Nessuna
differenza significativa venne rilevata, tanto che il commento perfettamente
appropriato ed ancora attuale di John Maddox fu: “la ricerca sull’AIDS
si è capovolta”.
In
altre parole, per aver ottenuto quei risultati non c’era alcun bisogno
di ipotizzare la presenza di un virus HIV.
Fabio
Franchi
Specialista
in Igiene,
Medicina
Preventiva
e
in Malattie Infettive
Trieste |
Fig.
1
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Fig.
2
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Fig.
3
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Fig.
4
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Fig.
5
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