.
Non sarà l'unico scritto sul tema del dolore, della malattia e soprattutto della morte, questo, ma il primo d'una serie, tanto è vasto l'argomento che indaga sul trapasso del corpo.  
L'occasione per questo scritto iniziale sul tema della morte ci viene dalla mostra “Immagini della danza macabra nella cultura occidentale dal Medioevo al Novecento” che si è tenuta nel 1995 nel Refettorio della Basilica di S. Croce a Firenze e in questi ultimi mesi nella Pinacoteca Civica di Como e che esponeva seicento stampe originali eseguite tra il 1450 e il 1950 più alcune statuette singolari e rare in ceramica. 
Tema macabro come macabra è la morte, ma la mostra è certamente stata impostata su un tema caro all'arte, ampiamente trattato e documentato. L'iconografia e lo stesso immaginario collettivo sono stati sempre attratti da questa cornice che chiude la vita dell'uomo, anzi la tronca; questo fin dall'Alto Medioevo, fino all'Umanesimo e al Rinascimento e alle soglie del nostro secolo. L'immagine della morte non è stata poi solamente motivo di rappresentazione in Italia e nel resto dell'Europa, ma anche nei paesi slavi, e gli stessi spagnoli hanno esportato questo genere “forte” nelle loro colonie d'America, anche se l'arte degli indigeni già aveva in sé segnali e precedenti illustri. 
Poeti antichi e moderni, oltre che contemporanei, hanno parlato della morte, basterebbe citare i versi di Lorenzo il Magnifico che inducono a meditare sulla caducità della giovinezza e della vita stessa o al titolo famoso delle poesie di Totò, “La morte è una livella” ovvero “La livella”, nel senso che ricchi e poveri, belli e brutti, tutti dinanzi alla morte cedono il passo alla danza.  
E a ben guardare questa danza è una rappresentazione anzitutto apotropaica, cioè scaramantica e anti-iettatoria, poi un rito dovuto, nel quale è rappresentato tutto lo stato sociale. Le prime danze macabre erano vere e proprie processioni, rappresentazioni in cui sfilavano davanti alla falce dello scheletro tutti i membri dei ceti sociali, dall'imperatore alla fanciulla, dal dottore allo studente, dal cavaliere alla badessa, dal soldato al servo della gleba. 
Entrano nel rito della danza tutti coloro che una guerra, una pestilenza, una naturale sciagura, trascinava “altrove” in un attimo, ossia erano presi e catturati dalla morte, violentemente. 
La morte era per tutti una lezione di “memento mori”, ovvero un “ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”, come recitano gli ecclesiastici nella liturgia cattolica. Scene del “Trionfo della morte” le troviamo a Pisa, a Palermo e a Clusone, mentre a Benevento sono note circa 400 stampe di streghe finite sul rogo.
Spesso la morte è rappresentata a cavallo con la falce, che fa sterminio durante le battaglie.  
Nelle chiese della cristianità, sulle pareti e sulle immaginette, i preti hanno spesso richiamato i fedeli sulla brevità della sosta terrena, e riportato ciò su testi “del ben vivere e del ben morire”. 
Alla pochezza umana è dedicata la “vanitas”, in specie nel 1700; ecco xilografie con teschi e intorno vegetali che si deteriorano, un segno di trapasso facile.  
Wenceslaus Hollar era specializzato ad esempio nel far danzare con la morte gli ecclesiastici, e Hans Holbein, il giovane pittore di corte di Enrico VIII, disegnò una danza macabra in cinque tavole delle quali rimangono due frammenti originali salvati dalla distruzione avvenuta il 5 agosto del 1805 che rappresentano l'imperatore e la moglie. Le terrecotte di Zizenhausen riproducono per vero i personaggi della danza macabra di Basilea.  
Dalla fine del '700 ad oggi ci sono una serie di incisioni inglesi e americane, come quelle acquerellate da Van Hassen che riproducono “il goloso”, “la ballerina” e “lo studente”, mentre Thomas Rowlandson disegna episodi di caccia, un naufragio e il “colpo mortale” dato all'avversario da un pugile.  
Bisognerebbe vedere anche le tavolette lignee su cui sono dipinte le due rive del ponte che unisce il lago di Lucerna con una serie di scene macabre. E in una litografia del 1859 appare l'affresco con i tempi della morte dell'oratorio dei Disciplini a Clusone.  
A Parigi Alfred Rethel stampa la serie xilografica della “Danza della morte” del 1848. L'espressionista Edmond Billa, dopo la prima guerra mondiale, incide su legno una “danza macabra” in rosso e nero, dove è possibile notare il Kaiser a braccetto con la morte.  
Nel 1947 José Porter prende come suo spunto la guerra del '14-18, la caduta della Catalogna nel '39 e la vittoria di Franco per illustrare la morte e il suo trionfo. 
La morte è pur sempre un mistero, per i credenti è sempre speranza, si cerca di allontanarla con farmaci e macchine per guarire le malattie. Essa rimane lo spettro che incombe sulla vita dell'uomo, e i pittori antichi, moderni e contemporanei, ne hanno dipinto i momenti diversi e storici in cui illustri e poveri, anziani e bambini, e persino il Cristo che inaugura l'era cristiana, si confrontano dinanzi ad essa che uguaglia, mette fine alla vita, e continua a danzare in eterno. 
 
Leadership Medica®      
Mensile di scienza  medica e attualita`     
 Copyright 1997© All Rights Reserved 
 
 This pages are maintened by  
GTM Grafica 
Service & Network  
gtmgraph@coloseum.com