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| di
Giulio Nascimbeni
Sulla
“New York Review of Books”, William Weaver, il traduttore di tanti romanzi
di Alberto Moravia (1907-1990) ha denunciato che, negli Stati Uniti, i
libri dello scrittore italiano (a differenza di quelli di Pier Paolo Pasolini,
Italo Calvino, Umberto Eco...) sono fuori stampa e nessun editore progetta
di ripubblicarli.
Il
progetto di questo film tratto da “1934” suscita in me cari ricordi legati
a Moravia. Nel gennaio 1982 fui il primo a intervistarlo, pochi giorni
prima che i romanzo, che avevo letto in bozze, arrivasse nelle librerie.
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Beate
lascia Capri senza che nulla sia avvenuto. Lei ha talvolta accennato a
una sorella di nome Trude.
La vicenda si complica: forse Trude e Beate sono la stessa persona. la conclusione, con il suicidio di Trude-Beate, è determinata da un episodio sanguinoso di quegli anni: la notte nazista “dei lunghi coltelli”. La data è il 30 giugno 1934, estrema conferma del titolo, e anche di quel mese nella scena estiva di Capri. L'intervista avvenne nella casa romana di Moravia: una casa dai toni molto chiari, con porte di legno rosato. dalle pareti pendevano maschere africane e giapponesi, la presenza dei libri non era incombente. Dalle finestre si vedeva scorrere il Tevere. La prima cosa che feci notare a Moravia fu questa: il protagonista, Lucio, ha ventisette anni: la stessa età che, nel 1934, aveva lo scrittore. era una coincidenza voluta? “No - rispose Moravia - senza volerlo è venuto fuori una specie di autoritratto. La figura dell'intellettuale nei miei libri è del resto molto frequente. Si può parlare di autoritratto in questo senso: i personaggi sono proiezioni del protagonista, sono suoi stati d'animo”. Pensa che l'amore, oltre a quello di Lucio e Beate, debba sempre avere, cito parole sue, “la somiglianza dei destini”? “Due persone si mettono insieme per motivi misteriosi. Destino è una parola affascinante che può significare qualsiasi cosa, ma sta soprattutto a indicare i mistero delle affinità, delle corrispondenze. Il massimo mistero dell'amore è che due persone si amino”. Il protagonista, Lucio, è lo stesso “io narrante” del romanzo. Le sarebbe stato possibile scrivere “1934” usando la terza persona invece della prima? “Credo che l'uso della terza persona sia diventato impossibile. Dire 'egli', 'lei', prevede l'onniscienza dello scrittore e, al tempo steso, l'unità linguistica fra scrittore e lettore. Questa era una caratteristica del passato: il mondo dello scrittore e il mondo del lettore erano la stessa cosa. A partire da Flaubert, i mondi sono diventati relativi. E' crollata l'onniscienza, non si può più dire 'egli pensava che...'Usando la prima persona, l'autore racconta ciò che è suo, può dire i suoi pensieri segreti”. A un certo punto del libro Lucio dice: “Ecco, io vorrei rendere intelligente la disperazione, regolarla come si regola la temperatura di un bagno, stabilizzarla a un certo numero di gradi.” Cos'è questo tema che percorre tutto il romanzo? “Lucio vuole dire che bisogna rendere culturale la disperazione, che bisogna integrarla nella vita. Di fronte al furore suicida di Beate, Lucio pensa che è necessario fare della disperazione una condizione normale, sentirla come una legge di vita perché è l'unica maniera possibile per vivere”. Feci molte altre domande a Moravia; su Kleist, su Nietzsche, sul suo metodo di lavoro (“Soltanto alla mattina: è come un ritmo biologico, come mangiare, respirare”). Mi ribadì la sua fede inesauribile nel romanzo come genere letterario: “Mi piace, sono un uomo che ama raccontare storie. Ma la passione da sola non basta: sono anche scrittore, anche se prima sono stato romanziere, poi sono diventato scrittore. Si può diventare scrittori, non romanzieri. La vocazione è innata. Da ragazzo raccontavo romanzi ad alta voce: mi rivolgevo soltanto a me stesso”. |
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