di Giulio Nascimbeni      

Sulla “New York Review of Books”, William Weaver, il traduttore di tanti romanzi di Alberto Moravia (1907-1990) ha denunciato che, negli Stati Uniti, i libri dello scrittore italiano (a differenza di quelli di Pier Paolo Pasolini, Italo Calvino, Umberto Eco...) sono fuori stampa e nessun editore progetta di ripubblicarli. 
E' una notizia che rattrista quanti continuano  a considerare Moravia uno dei massimi narratori del Novecento. Ma proprio negli stessi giorni in cui veniva diffuso l'allarme di William Weaver, una notizia di ben diverso segno arrivava a consolare i delusi estimatori e amici di Moravia. Il regista inglese (ma lanciatissimo a Hollywood) Mike Figgis annunciava, infatti, che intenzione di girare a Capri un film tratto dal romanzo “1934” di Moravia. 
Mike Figgis, che è anche autore delle colonne sonore dei suoi film, ha diretto opere di grande di grande tensione come “Affari sporchi” (“Internal affairs”) con Richard Gere , e “Via da Las Vegas” (“Leaving Las Vegas”) con una straordinaria  interpretazione di Nicholas Cage, che fruttò all'attore l'Oscar. 

Il progetto di questo film tratto da “1934” suscita in me cari ricordi legati a Moravia. Nel gennaio 1982 fui il primo a intervistarlo, pochi giorni prima che i romanzo, che avevo letto in bozze, arrivasse nelle librerie. 
La vicenda comincia sul vaporetto che da Napoli porta a Capri. Un giovane intellettuale italiano, Lucio, trascina verso l'isola una condizione di profonda melanconia: il compito dei suoi pensieri sembra essere quello di “stabilizzare la disperazione”, cioè di poter vivere con la disperazione come compagna, senza cedere al buio richiamo del suicidio. 
In quel giorno di giugno del 1934, sul vaporetto viaggia anche la giovanissima Beate, attrice tedesca al cui fianco è l'anziano marito Mller. Comincia fra Lucio e Beate uno scambio di sguardi, un amore che si svela come un'alleanza  di oscuri turbamenti. Arrivano a Capri, abitano nella stessa pensione, e la bravura di Moravia è davvero grande nelle decine e decine di pagine in cui soltanto gli occhi e i silenzi allusivi hanno posto, e con gli occhi e i silenzi le vibrazioni sottili dell'attesa. 
La Storia è come un continuo  lampeggiare sull'orizzonte. L'Italia è sotto il fascismo (e Lucio è antifascista), da un anno la Germania è  nazista, la radio della pensione è sintonizzata sulle stazioni tedesche quando parla Hitler.  
Altri fantasmi, essi pure tedeschi, entrano nelle pagine: il romantico Heinrich von Kleist (1777-1811), cui Lucio ha dedicato la tesi di laurea, e Friederich Nietzsche (1844-1900), il Nietzsche dei versi che dicono: “Ma ogni piacere vuole eternità,/ vuole profonda, profonda eternità”. 
Beate desidera imitare Kleist, che morì suicida a fianco dell'amata Enrichetta Vogel: sogna un suicidio a due con Lucio davanti al mare. Intanto il giovane conosce anche Sonia, una derelitta profuga russa che fa la custode del museo del signor Shapiro, e compra tardivi e tristissimi  amori con i marinai e vetturini. Da ragazza Sonia è stata l'amante di Evno Azev, una figura realmente esistita di rivoluzionario e di spia. Ebbe l'ordine di ucciderlo, ma preferì fuggire, “sparire dalla vita”, in un certo senso morire. 

 
Beate lascia Capri senza che nulla sia avvenuto. Lei ha talvolta accennato a una sorella di nome Trude.  
La vicenda  si complica: forse Trude e Beate sono la stessa persona. la conclusione, con il suicidio di Trude-Beate, è determinata da un episodio sanguinoso di quegli anni: la notte nazista “dei lunghi coltelli”.  
La data è il 30 giugno 1934, estrema conferma del titolo, e anche di quel mese nella scena estiva di Capri. 
   
L'intervista avvenne nella casa romana di Moravia: una casa dai toni molto chiari, con porte di legno rosato. dalle pareti pendevano maschere africane e giapponesi, la presenza dei libri non era incombente. Dalle finestre si vedeva scorrere il Tevere. La prima cosa che feci notare a Moravia fu questa: il protagonista, Lucio, ha ventisette anni: la stessa età che, nel  1934, aveva lo scrittore. era una coincidenza voluta? 
“No - rispose Moravia - senza volerlo è venuto fuori una specie di autoritratto. La figura dell'intellettuale nei miei libri è del resto molto frequente. Si può parlare di autoritratto in questo senso: i personaggi sono proiezioni del protagonista, sono suoi stati d'animo”. 
Pensa che l'amore, oltre a quello di Lucio e Beate, debba sempre avere, cito parole sue, “la somiglianza dei destini”? 
“Due persone si mettono insieme per motivi misteriosi. Destino è una parola affascinante che può significare qualsiasi cosa, ma sta soprattutto a indicare i mistero delle affinità, delle corrispondenze. Il massimo mistero dell'amore è che due persone si amino”. 
Il protagonista, Lucio, è lo stesso “io narrante” del romanzo. Le sarebbe stato possibile scrivere “1934” usando la terza persona invece della prima? 
“Credo che l'uso della terza persona sia diventato impossibile. Dire 'egli', 'lei', prevede l'onniscienza dello scrittore e, al tempo steso, l'unità linguistica fra scrittore e lettore. Questa era una caratteristica del passato: il mondo dello scrittore e il mondo del lettore erano la stessa cosa. A partire da Flaubert, i mondi sono diventati relativi. E' crollata l'onniscienza, non si può più dire 'egli pensava che...'Usando la prima persona, l'autore racconta ciò che è suo, può dire i suoi pensieri segreti”. 
A un certo punto del libro Lucio dice: “Ecco, io vorrei rendere intelligente la disperazione, regolarla come si regola la temperatura di un bagno, stabilizzarla a un certo numero di gradi.” Cos'è questo tema che percorre tutto il romanzo? 
 “Lucio vuole dire che bisogna rendere culturale la disperazione, che bisogna integrarla nella vita. Di fronte al furore suicida di Beate, Lucio pensa che è necessario fare della disperazione una condizione normale, sentirla come una legge di vita perché è l'unica maniera possibile per vivere”. 
Feci molte altre domande a Moravia; su Kleist, su Nietzsche, sul suo metodo di lavoro (“Soltanto alla mattina: è come un ritmo biologico, come mangiare, respirare”).  
Mi ribadì la sua fede inesauribile nel romanzo come genere letterario: “Mi piace, sono un uomo che ama raccontare storie. Ma la passione da sola non basta: sono anche scrittore, anche se prima sono stato romanziere, poi sono diventato scrittore. Si può diventare scrittori, non romanzieri. La vocazione è innata.  
Da ragazzo raccontavo romanzi ad alta voce: mi rivolgevo soltanto a me  stesso”. 
 
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