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Non sappiamo se Zinedine Zidane, artefice della vittoria francese alla Coppa del Mondo di calcio, avrà l'onore di una statua commemorativa. Ma se fosse un giocatore maya di pelota sicuramente oggi vedremmo troneggiare da qualche parte una sua colossale effigie di pietra, in tutto degna dei suoi indiscutibili meriti pedatori.  
Uno dei reperti più sbalorditivi della grande mostra sui Maya aperta in questi giorni a Palazzo Grassi è infatti proprio la statua di un giocatore di palla, un marcantonio alto più di due metri proveniente dal sito di Dzibichaltùn.  
Non sarà questa, certamente, la sola analogia con i nostri tempi di cui il visitatore avido e attento andrà a caccia fra le 36 sale e i 4000 metri quadrati che nel settecentesco palazzo affacciato sul Canal Grande accolgono e illustrano oltre venti secoli di una delle più affascinanti e misteriose civiltà del mondo antico.  
L'arte stessa, per esempio, che cosa significava esattamente per questa gente stanziatasi circa 4000 anni fa nello Yucatàn, tra il Messico, il Belize e il Guatemala?  
Ce lo spiega il Dio Scimmia, Ah Chuen, una delle numerose divinità del pantheon maya, tutore non solo delle belle arti ma anche della scrittura e dell'artigianato.  
Insomma un patrono dei media dell'epoca preposto alle grandi immagini monumentali dei sovrani come alle raffinate decorazioni della ceramica e alla minuziosa stesura dei codici calendariali, astronomici e storico-rituali.  
Questi ultimi, purtroppo, sono pervenuti in numero molto ridotto a causa degli spietati autodafé con cui gli “extirpadores de idolatrìas” giunti al seguito dei conquistatori europei distrussero sistematicamente le testimonianze artistiche e intellettuali delle culture native. 
La decifrazione dei geroglifici maya ha consentito tuttavia di ricostruire con sufficiente attendibilità i costumi, la religione, la vita quotidiana di quel popolo dalle origini fino all'epoca coloniale.  
Possiamo così apprendere che il loro più antico mito cosmogonico, legato cioè alla creazione dell'universo, aveva per protagonista Hun Nal Ye, un giovane di straordinaria bellezza che dal regno degli Inferi, o Xibalbà, trasporta sulla superficie terrestre i preziosi semi del mais con i quali verrà impastato lo stesso genere umano.  
Un mito agricolo, dunque, una fede nata dai ritmi fecondi della terra e incisa dai Maya sui monumenti di Copàn, Quiriguà, Bonampak e Palenque. Sempre da Bonampak proviene una delle opere più spettacolari della mostra, un ciclo di pitture murali, accuratamente ricostruito, in cui rivivono con straordinaria efficacia architetture, personaggi e costumi dell'VIII secolo d.C., con cerimonie e rituali, battaglie e sacrifici resi con toni drammatici e incalzanti.  
Destinata e impetrare la benevolenza e il solerte intervento delle divinità, la pratica del sacrificio umano ha accompagnato tutta la storia dei Maya, dando luogo a rituali cruenti in cui perdevano la vita anche donne e bambini.  
Connessa al sacrificio era poi la mutilazione autoinflitta, testimoniata da reperti impressionanti e suggestivi.  
Anche il gioco della pelota si concludeva spesso con la decapitazione dello sconfitto, in un'atroce allegoria dell'eterna lotta tra le forze della natura.  
E chissà che questo barbaro rituale non sonnecchi ancora nell'inconscio di qualche tifoso nostrano. 
 
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