"Cyclo,
mister?
Best transportation in town". Il pensiero che quel ragazzino magrolino e sudato fatichi per trasportarmi in questo clima micidiale mi dà fastidio. Ripensandoci però capisco che le mie considerazioni etiche sono quello di cui ha bisogno di meno, visto che il suo problema è sopravvivere. Ambizioso e intraprendente come il nuovo Vietnam, Song si propone con tariffa scontata, se lo ingaggio come guida per l'intyera giornata. Scopro così che il cyclo è il mezzo perfetto per girare in questa città che ha intensificato di molto il ritmo di vita e che in pochi anni è cresciuta in modo selvaggio.
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I
soldi messi da parte poi se ne vanno per la riparazione di una gomma o
per l'acquisto di una sella nuova. Inoltre, due volte alla settimana, deve
portare i soldi da un uomo, per pagare la licenza.
"Cosa succederebbe se tu non pagassi?", chiedo con in mente la storia del film "Cyclo": "Di solito non ci sono problemi. Se però continuo a
non pagare, mi tolgono il cyclo".
Ritornando al centro, Song mi fa notare un enorme edificio abbandonato. E' la vecchia sede dell'ambasciata statunitense. Fu invasa la notte tra il 30 e il 31 gennaio 1968 da un commando di 19 giovani vietcong che s'aprirono la strada nel muro di cinta con i bazooka e innalzarono la bandiera rossa sul tetto. Altri gruppi di combattenti, vestiti con il tipico pigiama nero dei contadini, assalirono alberghi requistiti da ufficiali americani, attaccarono caserme, occuparono e distrussero il palazzo presidenziale, e attaccarono il quartier generale delle forze americane, il comando della "Seventh Air
Force" e quello del "South Vietnam Joint General Staff".
Di questa guerra che oppose per più di dieci lunghi anni questo piccolo popolo di contadini alla più grande potenza del mondo, non sono rimaste ferite visibili. Per vedere quelle invisibili, bisogna andare al museo "Crimini di guerra". Attraverso, assieme a Song, le sale riempite di testimonioanze del terrore e della violenza. Ci sono strumenti di tortura usati dagli americano per
far parlare i loro prigionieri. Ci sono alcune delle bombe che
furono sganciate su questo paese in numero maggiore che sull'intera Europa
durante tutta la seconda guerra Mondiale. Bombe defolianti e al napalm
che distrussero foreste e villaggi.
Usciamo, sconvolti dalle foto di un gruppo di marines che posano orgogliosi, mentre staccano la testa a un vietnamita. Quando Song è nato la guerra era già finita. Come gran parte dei suoi coetanei si interessa più di
musica che di politica.
La sua famiglia vive nel distretto numero quattro, uno slum lungo il canale Ben Nghe. La madre esegue piccoli lavori casalinghi, mentre il padre, svuotato da lunghi anni di lavoro, malato e senza pensione è steso su una stuoia per la maggior parte del giorno. Anche se formalmente è un paese comunista, il Vietnam è lontano dall'essere uno stato welfare.
Il sistema sanitario è alle strette e mancano i soldi per le medicine. Quando Song mi riaccompagna in albergo sono le quattro di mattina. Ci scambiamo gli indirizzi con la promessa di rivederci un giorno. Poi monta sulla sella del suo cyclo e sparisce nel buio. Nell'aria rimane per alcuni attimi il suono dolce del campanellino di un ricsciò. ![]() |
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