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un esaltato potrebbe pensare di scegliersi per tomba uno scoglio in mezzo
al mare, battuto dal vento, fremente di onde e di gabbiani. Ma solo un
genio riuscirebbe a trasformare questa esaltazione in realtà, a
fare di se stesso, della propria vita , delle proprie opere un monumento
in pietra, talmente spoglio e però talmente grondante di richiami
da non aver bisogno di un'iscrizione, una frase, un rigo appena...
Sulla roccia del Gran Bè, di fronte alla città vecchia di Saint Malo, il genio esaltato di Chateaubriand continua la sua lotta contro l'oblio. Quando si decide di far conoscere la propria vita a partire dal giorno in cui si morirà, e si intitolano D'oltretomba le memorie che la contengono, si capisce come si abbia ben chiara la sfida dell'eternità; e mai ci furono scrittori così presenti nel loro tempo, eppure così inadatti ad esso, sempre irrimediabilmente in anticipo e sempre terribilmente in ritardo, rivoluzionari nello stile ma conservatori nei costumi, reazionari per indole ma progressisti nello spirito, appassionati di politica ma incapaci di essere al servizio di altro che non fosse se stesso... Testimone della fine di un mondo, di un cambiamento epocale che è poi all'origine della modernità, Chateaubriand attraversa Ancien Regime, Rivoluzione, Restaurazione, inseguendo una fedeltà individuale e di carattere che sfugga alle contingenze e non sia preda dei compromessi.
Sismografo sensibilissimo degli umori e delle passioni che lo circondano, cerca di dare loro una forma e un senso che vadano al di là del momento, degli schieramenti, delle alleanze. Megalomane in un tempo di giganti, non si rassegna alla mediocrità, pubblica e privata, che di quelli prende il posto, crede solo alla grandiosità, individuale e collettiva. Ancora oggi, a 150 anni dalla morte, la sua è una lezione di straordinaria attualità per chi voglia navigare a vista, non avendo più una bussola ideologica cui fare riferimento, fra i relitti del vecchio che scompare e i contorni del nuovo che fatica ad apparire, fra ciò che si era e ciò che si sarà, salvando il salvabile, osando qualche volta l'inosabile. Nelle transizioni, chi non si adegua è apparentemente lo sconfitto; ma, come insegna Chateaubriand, “l'orgoglio della vittoria mi è insopportabile”. Nel castello di Combourg dove si consuma una giovinezza inquieta, prendono forma e peso il futuro scrittore e viaggiatore, l'ambasciatore e il polemista, il politico e il seduttore. “L'uomo non ha una sola e identica vita. Ne ha molteplici, messe in fila ed è lì la sua miseria”. Quelle mura, quegli interni, quelle torri riescono ancora oggi a dare un'idea della solitudine di un ragazzo, fra una madre bigotta, un padre gelido, una sorella funerea, il peso di un'educazione spartanamente crudele ('Il signor cavaliere avrebbe forse paura ?' gli veniva detto con un sorriso ironico al momento di andare a letto, nella torretta più isolata, nel buio mai rischiarato, nelle notti sempre più nere...) dove i cerimoniali sono rigidi, le manifestazioni d'affetto bandite, la conversazione inesistente. E' allora che la mente corre a briglia sciolta fra mondi immaginari ed esistenze inventate, che affonda nella sensibilità morbosa, dove tutto ferisce, tutto colpisce, tutto è vissuto come se l'unico bersaglio dell'infelicità fossi tu... Orgoglioso, selvaggio, insofferente all'obbedienza, della nobiltà di cui fa parte Chateaubriand, fa in tempo ad ereditare lo stile comportamentale ma non i vizi propri della decadenza. |
Quando
scoppia la rivoluzione ha vent'anni, e ha già capito che “l'aristocrazia
ha tre successive età: l'età della superiorità, quella
dei privilegi, quella della vanità.
Uscita dalla prima, degenera nella seconda, si spegne nella terza.” Ha giurato fedeltà al re e così sarà, ma capisce fin troppo bene che l'assolutismo è finito e che infondo la nobiltà ha ucciso se stessa; ridottasi a sola forma, la sostanza era andata in cerca di altre casacche. Sull'epopea vandeana, e su come gli èmigrès la lasciarono spegnere, sulla fiducia ingenua di quei combattenti per l'onore nei confronti di una corona imbelle e cialtrona, sul loro aspettare una guida, un qualcuno che si mettesse a capo della lotta, ha una frase fulminante: “I giganti andarono a chiedere dei capi ai pigmei.” L'epoca dei viaggi precede l'età dell'esilio e intervalla ascese e cadute dell'età della politica. E' un modo come un altro per coltivare la propria solitudine, il gusto dell'indipendenza, il non dover rendere conto agli altri e al tempo in cui si vive. Viaggiare gli permette altresì di fuggire da ciò che non gli piace. Tutta la vita di Chateaubriand è una corsa verso la disillusione, un combattere per cause perse, un opporsi a cause appena vinte. Una corsa nella quale sente “come un Ugolino, il Tempo chino su di lui e che gli rosicchia il cranio”, una corsa in cui non si appartiene più “a quei mattini che si consolano da soli ma si toccano quelle ore della sera che hanno bisogno d'essere consolate”. Una corsa contro il tempo di uno nato fuori dal tempo: “Perchè sono stato realista contro il mio istinto in un tempo in cui una miserabile razza di corte non poteva nè intendermi nè comprendermi ? Perchè sono stato gettato in questa truppa di mediocri che mi prendevano per uno scervellato quando parlavo di coraggio; per un rivoluzionario quando parlavo di libertà?” Eppure il suo tempo lo capisce perfettamente: capisce che con il nuovo secolo si è voltata pagina, che nessuna restaurazione è possibile, che nessun assolutismo è più proponibile, che nessuna repubblica rivoluzionaria è più appetibile.
Se Napoleone per un quindicennio sembra bloccare la partita tra il vecchio regime che non si rassegna a scomparire e il nuovo mondo che si ostina a riapparire, dopo non si potrà più tornare indietro; ma per andare avanti occorrerebbe un insieme di forze, ideali, volontà, speranze, grandezze che ai suoi compatrioti manca. Chateaubriand è ossessionato dalla grandezza, è uno di quelli che avrebbe voluto “morire con Leonida e vivere con Pericle”. Il dopo Napoleone, figura che lui ha combattuto (“Invano Nerone prospera, Tacito è già nato nell'Impero” scriverà in un memorabile articolo all'indomani dell'assassinio del duca di Enghien), non come imperatore ma come dittatore, gli appare miserabile. E a ragione. E' un po' il sentimento dei Longanesi, dei Malaparte, dei Soffici dopo la fine del fascismo e di Mussolini. La normalità come mediocrità. Tra Saint Malo e Combourg, in una Bretagna che a questo anniversario dedica mostre, convegni, libri e commemorazioni si consuma un'esperienza irripetibile, prende vita un'esistenza fuori dal comune. Le migliaia di pagine delle Mèmoires d'outretombe (Einaudi le ha ora pubblicate in traduzione), e, che lui in vita, non saranno lette da nessuno, sono il più straordinario monumento funebre della letteratura, il più alto tributo che si possa fare alla scrittura, al suo ruolo, al suo significato. |
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