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Inutile
negarlo:i risultati della ricerca scientifica sollecitano la coscienza
ogni giorno con questioni che ogni volta sembrano tanto assurde da far
sussurrare agli anziani: "Ma dove andremo a finire?","Che razza di mondo
avranno i nostri nipoti?" e via dicendo. Non C'è tregua. L'etica che
abbiamo voluto mettere per anni in un cassetto come scomodo insieme
di divieti torna alla ribalta con la sua eterna domanda: "E' bene?",
"E' male?". E legata all'etica con un filo sotile, trasparente ma forte
ed indissolubile, ecco tornare a galla la filosofia. L'unica scienza
che non "serve" a niente ma che dà senso a tutto. Partiamo, dunque,
alla ricerca di regole, con l'umiltà di intraprendere un cammino, che
si può tracciare solo strada facendo, sulla via della bioetica, per
chiarire in modo competente quali siano i termini della discussione
in corso nella comunità scientifica .
Luisa Miccoli
La bioetica oggi è di moda, ma non è una moda.Anche se sono ancora molte
le discussioni che riguardano la determinazione del suo statuto espistemologico,
cioè i caratteri specifici della bioetica (una nuova etica? un'etica
pubblica? l'aggiornamento della deontologia medica?), i problemi che
essa affronta sono reali e concreti, e ci interpellano in modo radicale.
Chi
pensa, o spera, che la bioetica sia una moda e che, come tutte le mode,
passerà, ritiene che, in fondo, i problemi sollevati siano soltanto
la passeggera eco del disagio di quanti non sono capaci di apprezzare
le novità del nostro tempo.
Eppure
la bioetica ha segnato un punto importante nella recente storia della
nostra cultura di uomini occidentali: essa ha posto in luce come non
bastasse più l'immagine ottocentesca di una scienza in sé moralmente
neutra, capace di generare soltanto progresso ed emancipazione, ha iniziato
a discutere, sebbene con esiti differenti, i modelli teorici dello sviluppo,
ha cercato di comprendere meglio le conseguenze morali e sociali della
trasformazione della medicina, in una parola, ha posto a tema il significato
della civiltà tecnologica, del suo impatto sulle forme reali e simboliche
della vita.
Noi
oggi tendiamo ad evocare la bioetica quando discutiamo di fecondazione
in vitro, di trapianti, di biotecnologie che modificano vegetali, animali
e piante.Ci spaventiamo, od esultiamo, di fronte alla possibilità della
clonazione e del controllo genetico, ma, in fondo, tendiamo a pensare
che, in ogni caso, questi sono problemi che riguardano soltanto un certo
uso della tecnologia e della scienza, sicuri che, in ultimo, non sono
problemi che riguardino proprio tutti.
Anzi,
si rafforza la tesi che sia bene passare dalla bioetica di frontiera
alla Bioetica quotidiana, come recita il titolo del libro appena pubblicato
da Giovanni Berlinguer, attuale presidente del Comitato Nazionale di
Bioetica.
Certo,
esistono questioni che interessano direttamente un numero maggiore di
persone rispetto a quelle coinvolte nelle prassi dei trapianti, delle
rianimazioni, delle fecondazioni in vitro.
Ma
sarebbe sbagliato credere che le teorie messe in atto nelle riflessioni
sui "casi estremi" rimangano circoscritte e non finiscano, invece, con
il condizionare la mentalità e la prassi quotidiana.
La
strategia culturale con la quale si tenta di depotenziare ogni serio
esercizio critico nei confronti delle dinamiche con le quali stiamo
costruendo le tappe dell'attuale società tecnologica passa proprio attraverso
questa marginalizzazione dei problemi e dei temi più radicali: i grandi
miti dell'Occidente, quello del progresso infinito e della neutralità
morale dell'impresa tecnoscientifica, tendono infatti a tranquillizzare
le coscienze e a confinare nell'area dei pessimisti e dei tradizionalisti
coloro che pongono sul tavolo della riflessione pubblica le conseguenze
di un approccio univoco ai temi della vita, vegetale e animale, e dell'esistenza
umana. Svolgere una funzione critica non significa negare il valore
della ricerca scientifica, sottovalutare il contributo di benessere
apportato dall'incremento della tecnologia e dal potenziamento della
medicina come sapere e come arte: significa, invece, non identificare
immediatamente sviluppo con progresso; significa non sottovalutare quale
immagine dell'uomo e della realtà si sta affermando laddove cadono i
confini tra ciò che è lecito moralmente e ciò che non lo è; significa
sapere che il sistema della ricerca scientifica e della prassi medica
interagisce con il sistema dell'economia e della Weltanschaung del ricercatore;
significa ricordare che non tutti i limiti che si incontrano sul piano
degli esperimenti possono essere tranquillamente pensati come puri ostacoli,
che debbono essere soltanto superati;significa sapere che tutti siamo
coinvolti, in misura differente, dalle scelte pratiche e teoriche che
alcuni attuano in nome del "bene" della cosiddetta umanità.
Finché
la bioetica mantiene aperta questa fondamentale funzione di verifica
intellettuale e pratica, essa ha ragione di esistere.
I
processi scientifici e tecnologici, infatti, debbono essere governati
e indirizzati e non è vero che esiste una sola strada ed una sola strategia
dell'incremento del sapere e dell'operare.
Di
fronte ai casi estremi, ai casi-limite ci consoliamo dicendo, appunto,
che sono eccezioni e andiamo a cercare, ognuno nel proprio territorio,
un'autorità in grado di rassicurarci, sia che la tranquillità cercata
coincida con un'assoluzione o con una condanna della tecnica.
Ciò
che ancora fatichiamo a fare, ciò che invece la bioetica ci inviterebbe
a fare, è la fatica di pensare seriamente a quale immagine della civiltà
e dell'umanità si staglia dentro i fatti con i quali costruiamo le tappe
della nostra esistenza.
Di
fronte alla possibilità di generare in laboratorio un essere umano allo
stadio embrionale, di conservarlo a basse temperature, di studiarlo,
manipolarlo, modificarlo, farlo nascere nel grembo di una donna che
non necessariamente è la madre biologica, ci interroghiamo usando gli
strumenti concettuali con i quali abbiamo pensato alla questione dell'aborto;
discutiamo sulle figure della paternità e della maternità usando le
tradizionali categorie del desiderio, dell'amore, del diritto, e sembra
che non ci rendiamo conto della svolta epocale che introduce una così
radicale trasformazione della generazione umana. Progettandosi come
prodotto biologicamente controllabile, l'uomo può ancora pensare al
problema della fertilità e della sterilità, della paternità e della
maternità, secondo il linguaggio simbolico che gli permetteva di vedere
nella riproduzione una vera e propria procreazione?
L'irrompere
della zootecnia nella ginecologia non trasforma alla radice il nostro
stesso modo di pensare, di parlare, dell'umano?
La
possibilità di trapiantare organi, tessuti, arti, prelevandoli da viventi
o da cadaveri, non ci interroga sui confini ed il senso di questa corporeità
vissuta che ci è tanto familiare da risultarci quasi ignota nelle sue
profondità?
Il
confine, già labile, tra normale e patologico, tra vita e morte, non
riceve nuove scosse dai processi tecnologici che ci permettono di prolungare
la vita in condizioni che sembrano di non vita, come quella che sonnecchia
latente in una provetta, in attesa di una gestazione e di un parto,
o quella che pulsa silenziosamente in un corpo che sembra respirare
ma che invece segue docile i ritmi di un respiratore?
Siamo
diventati di nuovo questione a noi stessi: e lo stiamo diventando attraverso
l'opera delle nostre mani. La vita, la morte, la sofferenza ed il dolore,
restano: ma restano in una condizione umana che, nella dilatazione delle
possibilità, non è in grado di dirsi compiutamente.In questa situazione
che cosa può voler dire il riferimento all'etica, alle radicali nozioni
di bene e mali morali?Quale finalità, progettualità, l'uomo sta perseguendo
su se stesso?
L'uomo
sta diventando esperimento di se stesso, in un contesto di razionalizzazione
delle forme dell'agire che lascia aperta la questione decisiva del suo
essere uomo.
La
bioetica non è una moda, poiché tutti siamo imbarcati dentro questa
storia di uomini che è la civiltà tecnologica.
La
bioetica non diventerà una moda se eviteremo di digerirla dentro il
consunto schema manicheo che polarizza e semplifica ogni dibattito in
termini di progressisti e conservatori, libertari e reazionari, atei
e credenti.
Ma
siamo davvero certo che possediamo le categorie adatte per poter trasformare
un problema in una soluzione, per poter fornire nuovi itinerari per
una paideia, una Bildung, una formazione adeguata ai nostri tempi? L'accelerazione
delle ricerche, spinte anche dalle esigenze dell'economia, chiede scelte
rapide, e non mancano biologi e medici, scienziati e giuristi, filosofi
e politici che si spingono a fornire ricette: ma i tempi del pensare
non sono quelli del fare e la complessità di ciò che la nostra civiltà
progetta richiede, impone, uno sforzo di pensiero che sia all'altezza
delle nostre produzioni scientifiche. Se la bioetica non vuole essere
una moda deve potersi dare, deve poter chiedere, un tempo nuovo per
pensare: un tempo in cui la riflessione filosofica torni ad essere res
publica; un tempo per ritrovare la base su cui conciliare il bene del
singolo con quello della comunità; un tempo per costruire una civiltà
in cui nessuno sia uno straniero morale; un tempo che ci eviti di caricare
le nuove generazioni dei pesi delle nostre temerarietà e delle nostre
paure.
Ma
abbiamo ancora tempo?
Adriano
Pessina Docente di filosofia morale e di bioetica Università Cattolica
di Milano
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