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Anno XVI-N°09-2000
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Livio
Caputo
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Ormai da anni, c'era un consenso generale sul fatto che la responsabilità delle guerre balcaniche ricadeva per intero su Slobodan Milosevic, e che la sua rimozione dalla scena costituiva la premessa indispensabile per riportare la pace nella regione. Ma ora che l'ex uomo forte di Belgrado è diventato, appunto, un ex, le cancellerie si stanno rendendo conto che molti altri ostacoli si incontrano ancora sulla strada della normalità. Il suo successore Kostunica è senz'altro un democratico, ansioso di ristabilire i rapporti internazionali interrotti sotto il suo predecessore e di rilanciare quella che è ormai l'economia più disastrata d'Europa, ma è anche un nazionalista serbo che non ha alcuna intenzione di rinunciare alla sovranità jugoslava sul Kosovo o di farsi pestare i piedi dai suoi turbolenti vicini. Per completare il quadro, il nuovo presidente è anche animato da una fortissimo risentimento nei confronti degli Stati Uniti, che ritiene responsabili dei bombardamenti della NATO che hanno messo in ginocchio il suo Paese, e sta perciò creando una inedita tensione tra Washington e i suoi alleati europei circa la politica da seguire nei Balcani. Basti dire che mentre alcuni membri della Comunità internazionale si sono affrettati ad abolire le sanzioni non appena la vittoria di Kostunica nelle elezioni è diventata certa, altri hanno subito frenato, in attesa di vederci più chiaro. Con la caduta, sorprendentemente facile e indolore, dell'ultimo dittatore comunista d'Europa, tutti i giochi si sono infatti riaperti e una situazione "congelata" da anni si è rimessa in movimento prima che la diplomazia internazionale completasse i relativi preparativi. Mentre, fino a due mesi fa, il problema era di mantenere l'isolamento della Serbia, adesso si tratta di reinserirla nel modo più indolore possibile nel contesto balcanico e di consentirle di svolgere il suo naturale ruolo di "pivot". Mentre, fino a due mesi fa, il problema era di imporre sanzioni punitive per Milosevic senza ridurre la popolazione alla disperazione, adesso si tratta di ricostruire al più presto un Paese semidistrutto dalla guerra, dove molte fabbriche sono chiuse, quasi metà della popolazione attiva è disoccupata, il salario medio di quelli che lavorano è precipitato a 85.000 lire al mese e sotto molti rispetti si è tornati a un'economia di sussistenza. La Commissione Prodi ha calcolato che ci vorranno almeno cinque anni e molte migliaia di miliardi di aiuti a fondo perduto solo perché la Serbia ritorni al livello, peraltro non esaltante, dell'anteguerra. Prima di ogni altra cosa, comunque, bisognerà aiutare la Jugoslavia a ricostruire i ponti sul Danubio e a ripristinare la navigazione sul grande fiume, perché l'interruzione di questa vitale via di comunicazione non è penalizzante solo per lei, ma è già costata 15 mila miliardi ciascuno a Bulgaria e Romania, Paesi candidati all'ingresso nell'Unione Europea in grave ritardo di sviluppo economico. Molte sono le domande tuttora in attesa di risposta. La tendenza prevalente è stata di salutare la vittoria elettorale di Kostunica su Milosevic, e la susseguente insurrezione popolare che ha impedito a Slobo il "golpe bianco" che aveva in mente, come la definitiva affermazione della democrazia in Jugoslavia. In parte questo è vero, in parte no. E' stata certamente una piacevole sorpresa che il popolo serbo, cui lo stesso Milosevic aveva un po' storditamente offerto, con la decisione di anticipare le elezioni presidenziali, la possibilità di liberarsi infine di lui, l'abbia colta al volo e abbia anche avuto il coraggio di imporre la sua scelta fino in fondo. Ma, ora che il miracolo è avvenuto, è bene tenere conto anche dell'altra faccia della medaglia: per insediarsi alla presidenza senza previo bagno di sangue, Kostunica ha dovuto accettare un compromesso dai contorni ancora oscuri con le Forze armate, con i servizi di sicurezza e con l'apparato dello Stato, fino a quel momento interamente controllati dal suo avversario. Con ogni probabilità, ha dovuto dare garanzie che non consegnerà al Tribunale dell'Aja né Milosevic, né i numerosi suoi collaboratori messi sotto accusa come criminali di guerra, e forse ha dovuto accordarsi anche con i baroni del contrabbando e della industria pubblica vicini all'ex dittatore, responsabili non meno delle sanzioni del collasso dell'economia. E' vero che siamo nei Balcani, e che nessuno si meraviglierebbe se Kostunica, una volta consolidato il suo potere, rinnegasse questi accordi e cercasse di spazzare via interamente il vecchio regime. Il problema è che il nuovo presidente, pur considerato uomo integerrimo e sinceramente avverso al fascio-comunismo di Milosevic, non è mai venuto meno al suo credo nazionalista, al punto di pronunciarsi contro gli accordi di Dayton che posero fine alla guerra in Bosnia e di fare precedere la sua prima visita a Sarajevo, a fine ottobre, da una sentita partecipazione alla tumulazione a Treminje del poeta Jovan Ducic, uno dei padri spirituali della "Grande Serbia". Ci si chiede, perciò, se sia il caso di fare subito a Kostunica una apertura di credito illimitata, passando sopra alle numerose ombre presenti nella sua biografia, o se procedere alla normalizzazione dei rapporti in maniera più graduale, condizionandola alla natura delle decisioni che - quasi ogni giorno - egli è chiamato a prendere. Nessuno pretende che queste decisioni siano sempre conformi agli interessi dell'Occidente, anche perché il risentimento in Serbia contro la guerra aerea di 18 mesi fa è ancora fortissimo e il presidente perderebbe presto credibilità e consensi se di dimostrasse troppo accomodante verso gli ex-nemici. Ci si aspetta, tuttavia, che Kostunica lavori incondizionatamente a favore della stabilità, perché questo è l'obbiettivo principale che sia USA, sia UE, ansiosi di liberarsi a non troppo lunga scadenza dello scomodo e costoso ruolo di gendarmi dei Balcani, perseguono in questo momento. Per conquistarsi definitivamente la fiducia dell'Occidente, Kostunica deve muoversi su quattro fronti. Sul fronte interno, deve non solo finire di tagliare le unghie agli uomini del vecchio regime, isolando progressivamente Milosevic anche all'interno del suo partito socialista, ma anche affrettarsi a smantellare quello che è oggi (con la possibile eccezione della Bielorussia), l'ultimo sistema comunista sopravvissuto al crollo del muro. Questo è indispensabile non solo per avviare, con l'assistenza internazionale, la ricostruzione del Paese, ma anche per consentire ai privati di investire in Serbia con le indispensabili garanzie e liberare così le energie del Paese. Solo dopo che questo processo sarà stato avviato, quel che resta della Repubblica federativa jugoslava di Tito potrà essere ammessa al Patto di stabilità dei Balcani, lo strumento scelto dalla UE per assistere la regione, ed essere presa in considerazione, peraltro in un futuro ancora lontano, per una eventuale ammissione all'Unione Europea alla pari di Croazia, Bosnia e Macedonia. Per quanto, oggi come oggi, la sola ipotesi di Belgrado nella UE possa apparire stravagante, essa rientra nella logica della attuale politica di espansione dell'Europa unita verso Est, che non può praticare discriminazioni nei confronti di chi osserva le regole né permettersi di lasciare un "buco nero" proprio nel cuore dei Balcani. Il secondo fronte è rappresentato dal ripristino dei diritti fondamentali, sistematicamente calpestati da Milosevic, anche se mai "cancellati" come nell'ex Unione Sovietica. Si tratta di consolidare la libertà di stampa e di espressione, già rifiorite all'indomani stesso della rimozione del dittatore, di ristabilire la certezza del diritto anche nei confronti delle minoranze, di porre fine all'onnipotenza dei servizi di sicurezza: insomma, di dare vita a un sistema democratico, che finora era esistito solo "in nuce". Qui Kostunica non dovrebbe incontrare troppe difficoltà, anche se il suo rifiuto di collaborare con il Tribunale dell'Aja, e la presenza nel Paese di molti serbo-bosniaci ricercati dalla NATO per le atrocità commesse contro croati e musulmani durante la guerra civile potrebbero rappresentare degli ostacoli. Un'altra difficoltà sarà di ridurre alla ragione, se non proprio eliminare, le potenti mafie che hanno prosperato all'ombra del vecchio regime e si sono impadronite di interi settori dell'economia. "Praticamente l'intera società serba, ad ogni livello, è stata in qualche modo coinvolta nel mercato nero, dai ricchi imprenditori protetti dalla famiglia Milosevic ai contrabbandieri di petrolio che agivano attraverso i confini con la Bosnia ai piccoli commercianti dei mercati rionali" ha scritto l'Economist." La criminalità, in questi anni, ha sfruttato al meglio l'isolamento della Jugoslavia dalla comunità degli Stati di diritto". In terzo luogo, Kostunica deve ricucire i rapporti con i Paesi vicini, molto deteriorati nell'era Milosevic e, in alcuni casi, con ferite ancora aperte. Nessun problema insuperabile esiste con Romania, Bulgaria, Macedonia e Ungheria (anche se quest'ultima pretenderà certamente maggiore autonomia per i cittadini della Vojvodina di origine magiara), comunque disposti a pagare un prezzo per una normalizzazione delle relazioni che è anche nel loro interesse. Discrete probabilità di un compromesso esistono con la Croazia, dove la fine del regime ultranazionalista di Franjo Tudjman e l'avvento al potere di una dirigenza moderata che guarda all'Europa hanno un po' smussato l'odio antiserbo, ma un riavvicinamento non sarà indolore: Belgrado chiede il ritorno alle sue case (nel frattempo occupate da altri profughi) della popolazione serba espulsa dalla Krajna nelle fasi finali del conflitto, Zagabria pretende indennizzi per le selvagge distruzioni operate dai serbi sul suo territorio quando Milosevic cercò di annettersi la Slavonia, e una montagna di garanzie reciproche saranno necessarie prima che si torni a rapporti accettabili. "Accettabili", del resto, è il massimo che si possa pretendere, tenuto conto dei rapporti conflittuali storicamente esistenti tra i due popoli e puntualmente riemersi in tutte le fasi di turbolenza. Verso la Bosnia, la grande nemica di Belgrado durante tutti gli anni Novanta, Kostunica ha già fatto un passo importante, quando ha riconosciuto la validità dell'assetto concordato a Dayton e rinunciato formalmente alle pretese di annessione del terzo del Paese abitato da serbi. Anche il gesto di recarsi a Sarajevo a neppure un mese di distanza dalla sua elezione è stato significativo, ma fino a quando egli continuerà a tenere la sua mano protettrice sulla testa di personaggi come Karadzic e Mladic, i principali responsabili delle atrocità commesse in Bosnia tra il 1992 e il 1997, una vera rappacificazione non ci potrà mai essere.Infine, restano aperte le due grandi questioni del Kosovo e del Montenegro, che anche per l'Occidente sono dense di contraddizioni. La risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, che mise fine alla operazione Kosovo, ha stabilito che la regione contesa aveva diritto a una forma avanzata di autonomia, ma restava, anche se la NATO si apprestava a instaurarvi una sorta di protettorato, sotto la sovranità jugoslava e che dopo un certo periodo di tempo Belgrado avrebbe anche avuto il diritto di rimandarvi delle truppe. Nel frattempo, tuttavia, buona parte della minoranza serba è stata indotta alla fuga dalla furia vendicatrice degli albanesi e questi ultimi, rimasti padroni della situazione, sono uniti nel rivendicare la piena e incondizionata indipendenza dalla Jugoslavia: tra i partiti che hanno partecipato alle elezioni amministrative del 28 ottobre, non ce n'era uno che non facesse di questo il cardine del proprio programma. Ma se, quando Milosevic era al potere, una ripresa del dialogo tra Belgrado e Pristina era improponibile, ed era perciò relativamente semplice per l'Occidente rinviare ogni decisione in materia, ora che in Jugoslavia sta tornando la democrazia neppure gli Stati Uniti, grandi protettori dei kosovari, possono più ignorare gli impegni assunti. Se si vuole che Kostunica rispetti le regole, europei e americani devono fare altrettanto. Essi possono fare melina per un po', saggiare le intenzioni di Kostunica, controbattere le sue rivendicazioni più nazionaliste, pretendere garanzie di acciaio brunito, ma alla fine dovranno fissare un calendario per un ritorno alla normalità, compreso il rientro, in condizioni di sicurezza, dei 150.000 serbi riparati oltre frontiera. Ma prima dovranno tentare (e non sarà certo un tentativo facile), di riportare indietro l'orologio della storia, e spiegare ai kosovari che il loro sogno di indipendenza non è realizzabile; e la possibile reazione del 40 per cento di loro che, a fine ottobre, hanno votato per i partiti estremisti eredi dell'UCK fa già parte degli incubi notturni del "governatore" Bernard Kouchner e dei suoi collaboratori militari. Come ha detto il colonnello Leso, responsabile dell'ordine pubblico a Pristina, nel Kosovo non esiste infatti la cultura della legalità, e anziché a un negoziato si preferisce in genere affidare i problemi al crepitare dei mitra. Anche sul Montenegro, la posizione dell'Occidente è imbarazzante. Per mettere in difficoltà Milosevic, esso ha giocato infatti pesantemente la carta Djukanovic, il premier e leader del partito indipendentista sospettato di collusioni con la criminalità internazionale. Fino a settembre, un Djukanovic che tenesse sulla corda Belgrado faceva comodo, adesso rappresenta solo un ostacolo alla stabilizzazione, un'altra potenziale scheggia impazzita del puzzle balcanico. Ma farlo rientrare nei ranghi, convincendolo ad accontentarsi di quel tanto di autonomia in più che Kostunica gli offre, sarà tutt'altro che semplice. Conclusione: la "rivoluzione d'ottobre" a Belgrado non rappresenta la fine della turbolenza balcanica, ne ha messe solo le indispensabili fondamenta. Prima di pensare al ritiro delle truppe occidentali da Bosnia e Kosovo, e a chiudere questa sanguinosa partita, molti pezzi del mosaico devono ancora andare a posto. |
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