Anno XVI-N°09-2000

 

 

 

 

 

 

 

 

Giulio Nascimbeni

Nel precedente "Lunario", rievocando alcuni singolari episodi della storia delle Olimpiadi, ho raccontato quello che accadde ai Giochi che si disputarono ad Anversa, i primi dopo la Grande Guerra 1914-1918. Era il pomeriggio di sabato 14 agosto, giornata inaugurale. Davanti a re Alberto del Belgio ebbe inizio la sfilata delle squadre, accompagnate via via dai rispettivi inni nazionali.

Quando toccò all'Italia, la banda non suonò la "Marcia reale".

Nessuno è mai riuscito a stabilire se si trattò di un errore o di una scelta deliberata. Il fatto è che, verso il grigio cielo di Anversa, salirono gli squilli di "O sole mio". Ci fu un attimo di smarrimento, ma soltanto un attimo.

Poi, come se si trattasse della cosa più naturale e più giusta del mondo, la folla dello stadio cantò quella melodia che si può ancor oggi considerare una melodia senza confini.

Gli inni nazionali italiani, del resto, sono sempre discussi e offrono lo spunto a polemiche. Dopo aver vinto con la Ferrari il Mondiale di Formula Uno, dall'alto del podio dell'autodromo di Suzuka il pilota Schumacher si è messo a dirigere le note dell'Inno di Mameli come un qualsiasi maestro di banda, togliendo ogni solennità a quei momenti di trionfo. I calciatori della Nazionale sono sempre rimproverati perché non cantano le parole (del resto, veramente brutte) che il patriota e poeta Goffredo Mameli scrisse nel 1847 per la musica di Michele, Novaro. E più volte è stato proposto di sostituire l'inno che comincia con "Fratelli d'Italia/l'Italia s'è desta...", promuovendo al suo posto lo stupendo coro del "Nabucco" di Verdi, "Va', pensiero, sull'ali dorate". Si è obiettato, però, che si tratta di un coro cantato da gente in stato di schiavitù, e quindi inadatto a un popolo libero.

Ma torniamo all'inno, diciamo così, virtuale che è "O sole mio" e seguiamone la storia. La canzone ha 102 anni, essendo stata pubblicata nel 1898 dalla casa editrice Bideri di Napoli, che l'aveva acquistata per venticinque lire dai suoi autori: il musicista Eduardo Di Capua (1865-1917) e il poeta Giovanni Capurro (1859-1920).

Diciamo poeta, e non paroliere, perché Capurro meritò questo titolo. In un suo libro, "Carduccianelle", tentò un'impresa che potrebbe piacere ai tanti sperimentalisti di oggi: scrivere poesie in dialetto napoletano, ma con metrica "barbara": alla maniera, cioè, delle celebri "Odi barbare" del Carducci, onestamente riconosciuto come padre ideale fin dal titolo. Quando Capurro morì, il commediografo Roberto Bracco lo salutò con una frase che era già un'epigrafe: "E' entrato morto, nella casa dei poeti vivi".

''O sole mio" non poteva sfuggire alle fantasie del mito. Si racconta che la melodia sia nata durante un viaggio a Mosca di Eduardo Di Capua, felice vittima della nostalgia di Napoli in mezzo a tanta neve e a tanto freddo. Altri vedono palesi discendenze leopardiane (dalla poesia "La quiete dopo la tempesta", per l'esattezza) nell'attacco dei versi di Capurro: "Che bella cosa è na jurnata 'e sole, / n' aria serena dopo na tempesta..."

Aneddoti forse immaginari, semplici coincidenze. Sono tentativi per spiegare un successo che non può essere spiegato se non con i misteriosi cammini della popolarità, con le invisibili onde che propagano i suoni e le parole fino ai ripostigli segreti della memoria. La musica di Di Capua è bella: d'accordo. Ma quanta altra musica bella è rimasta un fatto nazionale, o addirittura locale?

Nemmeno la metafora del sole, che non è quello abbagliante del cielo ma quello che "sta 'nfronte a te" , può essere considerata del tutto nuova. La letteratura amorosa ha sempre mobilitato remote presenze celesti come in una specie di intimo planetario: sole, stelle, luna, costellazioni, meteore cadenti hanno ridotto le loro infinite distanze per scendere negli occhi, tra i capelli, nelle lacrime, nel guizzo d'un sorriso o, come nel nostro caso, sulla fronte a far da diadema: "Ma n'atu sole /cchiù bello, oi ne' / '0 sole mio / sta 'nfronte a te!"

.Meglio lasciare "0 sole mio" alla sua arcana durata da primato, senza affrontare ardui quesiti "internazional-popolari" o illudersi di esaurire lo sterminato elenco dei suo interpreti: da Enrico Caruso a Beniamino Gigli, da Tito Schipa a Mario Del Monaco, da Giuseppe Di Stefano ai "tre tenori" degli oceanici concerti (José Carreras, Placido Domingo, Luciano Pavarotti, in rigoroso ordine alfabetico, per non provocare gelosie), passando al re del rock 'n roll Elvis Presley e persino a un tenore cinese di Wu Yen Tze.

Più facile e più giusto è dire ancora qualcosa dell'autore: tra l'altro, Eduardo Di Capua musicò anche la meravigliosa e dolcissima "I' te vurria vasà!" (con l'aiuto di un amico napoletano, traduco le parole del ritornello: "Io ti vorrei baciare / ma il cuore non mi dice di svegliarti. / Io mi vorrei addormentare / vicino al tuo respiro...")

.Di Capua era un autodidatta la cui vita, nonostante il successo, fu sempre durissima. Vedovo con tre figli, conobbe la futura seconda moglie, Concettina Coppola, all'inaugurazione del cinema Santarello al Vomero: lui suonava il pianoforte per accompagnare le scene passionali dei film muti, quelle che avevano per protagoniste, solitamente aggrappate a pesanti tendaggi, le dive dell'epoca; Francesca Bertini, Pina Menicheli, Italia Almirante Manzini, Lyda Borelli.

La povertà era di casa per Di Capua. Né lo aiutò la fortuna nel gioco del lotto, nonostante un aggiornatissimo ruolino delle giocate che il musicista teneva sempre in tasca, nella speranza che un terno, una quaterna o una cinquina premiassero prima o poi la sua tenacia.

Ma tutto fu vano, la dea bendata proprio non volle mai accorgersi di quel suo fedele seguace. Fu necessario vendere i tappeti, i quadri, i mobili. La moglie ricordava che, quando si dovette vendere anche il pianoforte e i facchini si presentarono per portarlo via, Di Capua ebbe una crisi di pianto e salutò l'amico strumento con queste parole: "Se esce lui, esco anch'io".

Fu una desolata profezia. "N'atu sole cchiù bello" non riuscì a entrare in quelle tristi stanze. Di Capua si ammalò e morì poco dopo in un ospedale. Era il 1917, c'era la guerra, drammatici avvenimenti scuotevano l'Italia, basterà ricordare la disfatta di Caporetto e la decisione di resistere a ogni costo sulle rive del Piave.

Intanto, la canzone di Di Capua volava per il mondo senza conoscere confini e pareva unire i popoli, al di là degli schieramenti imposti dalla guerra e dalla politica. Non solo: il futuro avrebbe dimostrato che "O sole mio" era in grado di vincere anche le arcigne barriere delle mode e del tempo.