AnnoXVI-N°09-2000

 

 

 

 

 

 

 

Franco Manzoni

Tutta la produzione drammaturgica di Gabriele D'Annunzio va interpretata in senso antietico rispetto al teatro di ispirazione verista e borghese, sia nei contenuti che nella forma dell'espressione: il Vate preferì la poesia alla prosa, il ritmo e le vicende atemporali del mito al realismo e al quotidiano. Attraverso la tragedia in versi egli riuscì a creare un teatro fortemente lirico, costruito su un lessico ricercato, e in grado di dar vita a suggestioni sceniche assai vicine allo spirito della tragedia antica. Nello stile e nello svolgimento dei temi il D'Annunzio drammaturgo si mosse in un contesto europeo nell'affiancarsi al simbolismo francese e all'estetismo inglese.

L'accostarsi dell'autore alla materia teatrale si fece intenso grazie soprattutto alla sua relazione con la grande attrice Eleonora Duse, la quale gli svelò i segreti del palcoscenico. Il binomio D'Annunzio-Duse fu denso di grandi progettualità nel campo della produzione drammaturgica, ma anche nell'ipotetica ideazione e costruzione di un teatro all'aperto ad Albano, un luogo sentito necessario dal poeta così come fu per gli antichi greci, uno spazio dove si potesse mettere in scena testi classici e tragedie moderne. Non si giunse, peraltro ad una concreta realizzazione di questo teatro, che prelude a quello del Vittoriale di Gardone Riviera.

Contemporaneamente all'intimità amorosa con la grande attrice, il D'Annunzio iniziò a scrivere due atti unici, Sogno di un mattino di primavera e Sogno di un tramonto di autunno, entrambi del 1898, e la tragedia La città morta (1899). In quest'ultima opera, che ebbe quale interprete la mitica Sarah Bernhardt, lo spettatore si trova di fronte a un dramma determinato da situazioni ataviche, nato dall'incontro-scontro tra il contemporaneo e le antiche tombe dell'Argolide.

Ne La città morta, infatti, è evidente la volontà di riproporre il mondo ellenico e il desiderio di ambientare il testo durante una spedizione di scavi. Il protagonista è l'archeologo Leonardo, che nella tomba scoperta, da solo, alza la maschera d'oro degli Atridi, contempla i cadaveri ancora intatti, assolutamente non decomposti. E' da quegli occhi di morti ormai da secoli che giungerà un'esalazione maligna, la quale travolgerà la mente di Leonardo. A contatto con l'aria i due morti svaniscono nel nulla e così l'archeologo resta l'unico che abbia potuto vederli: a questo punto la tragedia può compiersi. Uscito dalla tomba, Leonardo non sarà lo stesso, roso dalla passione, impazzisce d'amore per la sorella Bianca Maria e non avrà pace se non dopo averla uccisa: l'atroce omicidio si compie per soffocamento.

Nella Francesca da Rimini (1902), che indubbiamente riscosse nel pubblico vastissimo successo, il D'Annunzio fece rivivere un Medioevo ideale, in cui si scatenano passioni forti e genuine. La trama, già narrata da Dante nel V Canto dell'Inferno, è universalmente nota. La descrizione dell'amore di Paolo e Francesca, seppur carica di ardore carnale, non è mai ovvia e riporta ad importanti suggestioni sonore, favorite dal verso poetico.

Il dramma, assai sentito dall'animo dell'autore, squarcia la dimensione della vicenda storica per giungere ad una autentica realizzazione di un'opera altamente poetica, esteticamente riuscita nella qualità della parola, musicale, efficace e mai banale.

Tuttavia, la più nota tra le opere dannunziane, anche per il successo di pubblico in tempi recentissimi, è La figlia di Iorio, tragedia pastorale in tre atti, messa in scena per la prima volta a Milano nel 1904 dalla Compagnia Talli-Calabresi, con Ruggero Ruggeri nel ruolo di Aligi e Irma Gramatica in quello di Mila di Codra. Di ambiente campestre, è concretamente storicizzata ai tempi di Ferdinando I di Borbone, nella terra di Abruzzo, in un modo che vive in una lontananza indefinita, tra favola e sogno, e che ruota senza scampo attorno a regole, invece, ben definite, dettate da una tradizione rigida ed ancestrale.

La tragedia si apre con le nozze tra il pastore Aligi e Vienda di Giave. Inseguita da alcuni mietitori imbestialiti, alla loro casa giunge Mila di Codra, di professione meretrice, figlia dello stregone Jorio. Tutti intendono allontanarla e darla in pasto ai suoi inseguitori, salvo Aligi che, allucinato, la difende, scorgendo dietro di lei l'Angelo custode dell'innocenza. Subito il pastore se ne innamora e decide di abbandonare la vergine sposa. Aligi, quindi, si allontana con Mila per vivere con lei su di un monte, in piena castità e con l'intenzione, a breve, di andare a Roma dal papa a chiedere l'annullamento del matrimonio non consumato.

La situazione si complica perché anche il padre di Aligi, Lazaro, concupisce la prostituta: il vecchio sale al loro rifugio, desideroso di possedere Mila con la forza; per sottrarla alla violenza, Aligi lo uccide. Secondo la legge popolare è sacrilegio il parricidio commesso e il reo deve essere a sua volta ucciso; allora, quasi in volontà di martirio, Mila si accusa del delitto per salvare l'amato, giurando di aver stregato il giovane perché si credesse colpevole dell'omicidio. Ornella, la sorella di Aligi, è l'unica a comprendere tutto, tanto che giunge ad affermare nei confronti della meretrice: "Mila, Mila, sorella in Gesù / io ti bacio i tuoi piedi che vanno! / Il Paradiso è per te". La tragedia si compie: in mezzo alla folla Mila si avvia alla pira purificatrice, supplizio di una donna dai facili costumi divenuta infine eroina. Mentre Aligi è colui che patisce, senza agire, l'azione drammaturgica trova il suo motore nel personaggio di Mila: è lei a irrompere nella casa di Aligi per salvarsi dai mietitori; è sempre lei, pur inconsapevolmente, a muovere a passione carnale sia padre che figlio; è ancora lei quale deus ex machina a salvare Aligi accusandosi di un delitto che non ha commesso. Mila risulta così un'espressione del superumano con il suo fascino di lussuria, che trascina quasi tutti i personaggi maschili, e che si sublima nella purezza del riscatto finale, quando arriva a scegliere, e non a subire, il sacrificio estremo.

E la fiamma che avvolge Mila altro non è che il simbolo della purificazione, il fuoco che cancella il passato di peccatrice di una donna ormai trasfigurata in superfemmina, che già si era ricostruita nell'amore puro del pastore Aligi. Vigorosamente trattata dall'autore, solidamente delineata nell'iter drammaturgico, costituito da personaggi scolpiti come nella pietra e vittime di passioni travolgenti, La figlia di Jorio fonde in sé due elementi ben distinti, la ritualità di una società arcaica, barbara e contadina e un linguaggio vibrante, corporale, lirico ed immaginifico dell'espressione letteraria, mentre coerentemente il D'Annunzio sceglie il tema etico-drammatico quale perno centrale, su cui ruota tutta l'azione scenica.