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Tutta
la produzione drammaturgica di Gabriele D'Annunzio va interpretata in
senso antietico rispetto al teatro di ispirazione verista e borghese,
sia nei contenuti che nella forma dell'espressione: il Vate preferì
la poesia alla prosa, il ritmo e le vicende atemporali del mito al realismo
e al quotidiano. Attraverso la tragedia in versi egli riuscì a creare
un teatro fortemente lirico, costruito su un lessico ricercato, e in
grado di dar vita a suggestioni sceniche assai vicine allo spirito della
tragedia antica. Nello stile e nello svolgimento dei temi il D'Annunzio
drammaturgo si mosse in un contesto europeo nell'affiancarsi al simbolismo
francese e all'estetismo inglese.
L'accostarsi
dell'autore alla materia teatrale si fece intenso grazie soprattutto
alla sua relazione con la grande attrice Eleonora Duse, la quale gli
svelò i segreti del palcoscenico. Il binomio D'Annunzio-Duse fu denso
di grandi progettualità nel campo della produzione drammaturgica, ma
anche nell'ipotetica ideazione e costruzione di un teatro all'aperto
ad Albano, un luogo sentito necessario dal poeta così come fu per gli
antichi greci, uno spazio dove si potesse mettere in scena testi classici
e tragedie moderne. Non si giunse, peraltro ad una concreta realizzazione
di questo teatro, che prelude a quello del Vittoriale di Gardone Riviera.
Contemporaneamente
all'intimità amorosa con la grande attrice, il D'Annunzio iniziò a scrivere
due atti unici, Sogno di un mattino di primavera e Sogno di un tramonto
di autunno, entrambi del 1898, e la tragedia La città morta (1899).
In quest'ultima opera, che ebbe quale interprete la mitica Sarah Bernhardt,
lo spettatore si trova di fronte a un dramma determinato da situazioni
ataviche, nato dall'incontro-scontro tra il contemporaneo e le antiche
tombe dell'Argolide.
Ne
La città morta, infatti, è evidente la volontà di riproporre il mondo
ellenico e il desiderio di ambientare il testo durante una spedizione
di scavi. Il protagonista è l'archeologo Leonardo, che nella tomba scoperta,
da solo, alza la maschera d'oro degli Atridi, contempla i cadaveri ancora
intatti, assolutamente non decomposti. E' da quegli occhi di morti ormai
da secoli che giungerà un'esalazione maligna, la quale travolgerà la
mente di Leonardo. A contatto con l'aria i due morti svaniscono nel
nulla e così l'archeologo resta l'unico che abbia potuto vederli: a
questo punto la tragedia può compiersi. Uscito dalla tomba, Leonardo
non sarà lo stesso, roso dalla passione, impazzisce d'amore per la sorella
Bianca Maria e non avrà pace se non dopo averla uccisa: l'atroce omicidio
si compie per soffocamento.
Nella
Francesca da Rimini (1902), che indubbiamente riscosse nel pubblico
vastissimo successo, il D'Annunzio fece rivivere un Medioevo ideale,
in cui si scatenano passioni forti e genuine. La trama, già narrata
da Dante nel V Canto dell'Inferno, è universalmente nota. La descrizione
dell'amore di Paolo e Francesca, seppur carica di ardore carnale, non
è mai ovvia e riporta ad importanti suggestioni sonore, favorite dal
verso poetico.
Il
dramma, assai sentito dall'animo dell'autore, squarcia la dimensione
della vicenda storica per giungere ad una autentica realizzazione di
un'opera altamente poetica, esteticamente riuscita nella qualità della
parola, musicale, efficace e mai banale.
Tuttavia,
la più nota tra le opere dannunziane, anche per il successo di pubblico
in tempi recentissimi, è La figlia di Iorio, tragedia pastorale in tre
atti, messa in scena per la prima volta a Milano nel 1904 dalla Compagnia
Talli-Calabresi, con Ruggero Ruggeri nel ruolo di Aligi e Irma Gramatica
in quello di Mila di Codra. Di ambiente campestre, è concretamente storicizzata
ai tempi di Ferdinando I di Borbone, nella terra di Abruzzo, in un modo
che vive in una lontananza indefinita, tra favola e sogno, e che ruota
senza scampo attorno a regole, invece, ben definite, dettate da una
tradizione rigida ed ancestrale.
La
tragedia si apre con le nozze tra il pastore Aligi e Vienda di Giave.
Inseguita da alcuni mietitori imbestialiti, alla loro casa giunge Mila
di Codra, di professione meretrice, figlia dello stregone Jorio. Tutti
intendono allontanarla e darla in pasto ai suoi inseguitori, salvo Aligi
che, allucinato, la difende, scorgendo dietro di lei l'Angelo custode
dell'innocenza. Subito il pastore se ne innamora e decide di abbandonare
la vergine sposa. Aligi, quindi, si allontana con Mila per vivere con
lei su di un monte, in piena castità e con l'intenzione, a breve, di
andare a Roma dal papa a chiedere l'annullamento del matrimonio non
consumato.
La
situazione si complica perché anche il padre di Aligi, Lazaro, concupisce
la prostituta: il vecchio sale al loro rifugio, desideroso di possedere
Mila con la forza; per sottrarla alla violenza, Aligi lo uccide. Secondo
la legge popolare è sacrilegio il parricidio commesso e il reo deve
essere a sua volta ucciso; allora, quasi in volontà di martirio, Mila
si accusa del delitto per salvare l'amato, giurando di aver stregato
il giovane perché si credesse colpevole dell'omicidio. Ornella, la sorella
di Aligi, è l'unica a comprendere tutto, tanto che giunge ad affermare
nei confronti della meretrice: "Mila, Mila, sorella in Gesù / io ti
bacio i tuoi piedi che vanno! / Il Paradiso è per te". La tragedia si
compie: in mezzo alla folla Mila si avvia alla pira purificatrice, supplizio
di una donna dai facili costumi divenuta infine eroina. Mentre Aligi
è colui che patisce, senza agire, l'azione drammaturgica trova il suo
motore nel personaggio di Mila: è lei a irrompere nella casa di Aligi
per salvarsi dai mietitori; è sempre lei, pur inconsapevolmente, a muovere
a passione carnale sia padre che figlio; è ancora lei quale deus ex
machina a salvare Aligi accusandosi di un delitto che non ha commesso.
Mila risulta così un'espressione del superumano con il suo fascino di
lussuria, che trascina quasi tutti i personaggi maschili, e che si sublima
nella purezza del riscatto finale, quando arriva a scegliere, e non
a subire, il sacrificio estremo.
E
la fiamma che avvolge Mila altro non è che il simbolo della purificazione,
il fuoco che cancella il passato di peccatrice di una donna ormai trasfigurata
in superfemmina, che già si era ricostruita nell'amore puro del pastore
Aligi. Vigorosamente trattata dall'autore, solidamente delineata nell'iter
drammaturgico, costituito da personaggi scolpiti come nella pietra e
vittime di passioni travolgenti, La figlia di Jorio fonde in sé due
elementi ben distinti, la ritualità di una società arcaica, barbara
e contadina e un linguaggio vibrante, corporale, lirico ed immaginifico
dell'espressione letteraria, mentre coerentemente il D'Annunzio sceglie
il tema etico-drammatico quale perno centrale, su cui ruota tutta l'azione
scenica.
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