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In
teoria puoi scegliere. Prendi una stanza al Cecil e dal balcone, la
mattina, mito e memoria ti sembreranno sorgere dal mare. Cammini lungo
il porto, e d'improvviso ti si parerà davanti la nuova Biblioteca di
vetro e cemento, orgoglio di metropoli, trionfo di modernità. Monti
sul tram che percorre la Iskandar el Akbar, la strada di Alessandro
il Grande, e al numero 9 la casa di riposo Vittorio Emanuele III ti
consegnerà trentadue ritratti in carne e ossa, più ossa che carne, più
rimpianti che rimorsi, di italiani fra i settanta e i novant'anni, la
storia che si è fermata, la nostalgia che non è più quella di un tempo,
perché di quel tempo si è ormai perso lo stampo.
Sì, puoi scegliere, in teoria. Ma la realtà si divertirà a mischiarti
le carte, a farti trovare le rovine lì dove pensavi di incontrare i
segni del presente, il futuro annidato nelle pieghe del passato. Più
che una città, Alessandria d'Egitto è una costruzione della mente.
Al
Forte di Kait Bey, dove nell'antichità sorgeva il Faro, meraviglia di
luce, un bambino dal labbro leporino osserva rapito i reperti navali
della battaglia di Abukir, trionfo di Nelson, fine dei sogni di gloria
orientale di un Napoleone non ancora imperatore. I pochi resti della
ammiraglia sconfitta, campane di bordo, vasellame, strumenti di navigazione,
armi e munizioni, rimandano al momento in cui i francesi scoprirono
l'Egitto e ne rimasero incantati, una fascinazione che percorrerà tutto
l'Ottocento e ancora non si è spenta.
Alessandria,
lentamente, rinacque allora, dopo il sonno plurisecolare che aveva seguito
la fondazione prima, l'età dei Tolomei e il dominio di Roma dopo, il
corteo lussureggiante di nomi e di luoghi, Cesare e Cleopatra, Cleopatra
e Antonio, Teocrito e Callimaco, Berenice e la sua chioma, Ario e Atanasio,
la vergine Ipazia straziata dai gusci di ostrica usati sul suo corpo
a mo' di coltelli, il Mouseion e il Serapeum, la Colonna di Pompeo…Scriverà
Kavafis: "Come un uomo preparato, come un uomo coraggioso / dì addio
a Alessandria mentre si sta allontanando / dille addio mentre la stai
perdendo". Ancora nel 1811, a Chateaubriand in marcia verso Gerusalemme
sembrerà "il luogo più triste e desolato della terra, un arabo su un
asino in mezzo alle rovine, magri cani divoranti carcasse di cammelli
sulla spiaggia". Trent'anni dopo ha 200 mila abitanti e si accinge a
cambiar pelle, da egiziana e levantina, da levantina a cosmopolita.
In
disparte rispetto al resto della scolaresca, rumorosa e distratta, svogliata
nella sua eccitazione, il bambino dal labbro leporino si chiude a difesa
di se stesso e della sua diversità.
Quello spacco rosso che sa di carne viva lo segna e probabilmente lo
condanna: alla crudeltà infantile farà seguito il non guardarlo mai
veramente in faccia dell'età adulta, il ribrezzo delle buone maniere.
Su quella deformità, Lawrence Durrell costruì uno dei caratteri più
tragici del suo "Quartetto d'Alessandria", quello del giovane e ricco
Narouz, estremista della fede perché rifiutato dalla vita. Il "Quartetto"
è attraversato da guasti fisici e drammi metafisici. Semira è senza
naso, la prima amante dell'ambasciatore Mountolive è sfigurata dal vaiolo,
la seconda è cieca e incestuosa, la pittrice Clea finirà monca, Justine
comincerà stuprata, Melissa è tubercolotica, Pursewarden suicida…Tradimenti,
complotti, sette segrete, legami sentimentali plurimi, omo e etero,
meditazioni sacre e considerazioni profane corrono per le mille pagine
dedicate dallo scrittore inglese alla città che lo aveva stregato. E
da questo museo degli orrori viene fuori la più incredibile elegia scritta
intorno a un luogo e al suo potere di attrazione: "La capitale della
memoria. Ai suoi innamorati può dare tutto, esclusa la felicità".
Che
di quella Alessandria fra le due guerre in cui si ammucchiavano "cinque
lingue, una dozzina di fedi, cinque flotte, ma più di cinque sessi,
e solo un greco del popolo può distinguerli", ricca e corrotta, miserabile
e gioiosa, oggi resti poco o nulla, è il dato di fatto che appaga tutti
gli esseri privi di immaginazione e pieni di praticità. Ma a chi non
si accontenta del contingente e sa che spesso è più reale il sogno della
realtà, basta il nome di una via, rue Abi Daniel, rue Horreya, rue 24
Juillet, la visione di una chiesa o di un monumento, Santa Caterina,
l'anfiteatro romano, il tempio di Ras El Soda, un'insegna, "Lite, Pastroudis,
Trianon, Athineos, la visione di quelle sale da tè dagli interni decò
e dalla pasticceria tutte pralines, bonbon, bignè, persino il nome di
piatti di un menu, poulet à la Negresco, filet a la Cordon bleu…per
riconsegnargli l'immagine svanita di un'epoca distante. Ciascuno carica
i luoghi delle suggestioni, delle letture, delle aspettative, delle
illuminazioni, dei desideri che si porta dentro. Chi dentro non ha niente
è condannato alla oggettività più deludente e banale: guarda e non vede
niente.
Dai
bastioni del Forte, la Biblioteca brilla sul mare come fosse una gigantesca
moneta d'argento. In granito di Assuan, abbracciata dall'acqua e cinta
da mure scolpite di graffiti che rappresentano gli alfabeti passati
e presenti del mondo, un planetario che la collega al mare e al Centro
Congressi con un ponte sospeso, quattro piani interrati e altri sette
a cielo aperto, ospiterà duemila impiegati, 400 mila volumi, 50 mila
mappe.
La
scommessa sul futuro di una città di tre milioni di abitanti che non
ha un destino industriale, una dimensione marittima, una prospettiva
commerciale. Se la cultura è un business, Alessandria vuole incarnarlo.
Dopo questo progetto, varato dieci anni fa, finanziato dall'Unesco e
costato 300 miliardi, sarà la volta del grande Museo delle antichità
sommerse: un tunnel cilindrico porterà i visitatori dalla terra ferma
alle profondità marine, lì dove giacciono templi, palazzi, monumenti
dell'età classica. Sembra quasi la realizzazione della visione poetica
di Ungaretti: "C'era un porto, un porto sommerso prima dell'era tolemaica,
la prova che Alessandria fosse tale prima ancora di essere città. Non
si sapeva nulla di più. Questa città che è la mia, si consuma e si distrugge
incessantemente. Come rintracciarne le origini, se non rimane nulla,
niente persino di ciò che accadde un momento fa? No, non si sa altro,
non abbiamo altri segni se non questo porto attuale, che il mare ha
finora risparmiato, a dirci cosa fosse una volta Alessandria. Il titolo
del mio primo libro, 'Il porto sepolto', deriva da tutto questo"
.Una
équipe di archeologi belgi ha intanto mosso i primi passi per quella
che sarà la prossima campagna di scavi che dovrebbe fare luce definitiva
sul luogo dove Alessandro Magno fu sepolto, mentre procedono i lavori
di ampliamento e risistemazione degli oltre 40 km di corniche. L'inaugurazione
ufficiale della Biblioteca è prevista per l'autunno, le donazioni e
le catalogazioni procedono a ritmo serrato. Ultima in ordine di tempo
è quella proveniente dalla Francia, con le copie di tutti i documenti
relativi alla costruzione del canale di Suez, mille e cinquecento metri
di carte, studi, atti, corrispondenza. Se gli Stati si muovono, i privati
non stanno a guardare. Federico di Sangirard, conte di Wardal, è uno
di quei nomi illustri di una comunità europea che praticamente non esiste
più, ma il cui fantasma continua a aleggiare. Al ricevimento che ha
fatto seguito alla sua cessione di 1500 volumi di italianistica, edizioni
rare, capolavori e perle di antiquariato, c'era tutta l'Alessandria
che conta. Di Wardal è italiano, e l'Italia qui ha lasciato il segno.
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