..............................................................OLIVIERO BEHA.................................................
Parlerò, come (quasi) sempre, di mass-media, un po' perché sono il settore che conosco meglio, un po' perché sempre di più la comunicazione (intesa come carrello che porta in giro insieme informazione e pubblicità) si  

dimostra il sistema nervoso di quel corpaccione tutt'altro che sano che è il pianeta.  
E molto anche perché in settembre si è avuta la conferma di un dato che già parecchio aveva impressionato  e molte considerazioni suggerito: alla “borsa” della comunicazione il titolo che chiama di più è anche quello più definitivo, ovvero semplicemente la morte. Che virgoletterò, per dare immediati rimandi semiologici a una voce così privata e così pubblica insieme, ecco: la “morte”. 
Un anno fa c'era stata la morte traumatica di Lady Diana, seguita da quella per consuzione della canonizzata in vita - dalla sua stessa vita, intendo - Madre Teresa di Calcutta.  
L'apice del laicismo e quello della fede a pochi giorni di distanza si erano tradotti in dosi diverse ma con modalità tendenzialmente simili nello spettacolo mediatico di due funerali, in un pastiche di emozioni forti per contrabbassi e violini, per divismo e spiritualità variamente combinati. Qualcosa ne ho già scritto su queste pagine. 
E adesso è toccato a Lucio Battisti, il più famoso e significativo artista musicale degli anni '60 e '70, da vent'anni in rigorosissimo “  

ritiro” senza né apparizioni né esternazioni pubbliche, scomparso di tumore in un lampo nei primi giorni di settembre. Anche per lui si è ripetuta la “giostra” mediatica del lutto, ovviamente all'estremo opposto - eppure complementare - della visibilità di Diana (risparmio i riferimenti a Madre Teresa, anche se la santa caritatevole viene ingoiata dai meccanismi del processo di produzione della merce “morte mediatica” come gli altri due). 
Quello su cui vorrei ragionare è proprio questo “processo”. La domanda, espressa nei termini più rozzi possibili per cercare di tenerla ferma, potrebbe essere proprio: perché la morte si vende così bene (sui giornali, la tv, la radio, internet), o addirittura, come accennavo prima, perché sembra oggi la “merce” che pubblicamente ha più appeal sul pubblico, sui grandi numeri, più di qualunque altra manifestazione di vita (sport e cinema compresi)? Perché insomma per un comunicatore, un pubblicitario, un informatore, non c'è niente di meglio che una “morte eccellente” (ludibrio del linguaggio) ovviamente il susseguente funerale? 
 

Qualcuno muore al posto nostro, sotto i riflettori accesi dalla notorietà della sua vita, ci distrae dall'esistenza individuale a rischio, ci fa partecipare a una tragedia greca collettiva ( o al calvario di Cristo) ma non da spettatori del tutto passivi bensì da figuranti “viventi”, particolare forse non del tutto  trascurabile...Siamo sulla scena  dell'anfiteatro (o assiepati lungo il cammino del Golgota) “ ripresi dalla tv”, in senso letterale o figurato che sia. E' il massimo ottenibile nell'epoca della riproducibilità e della tecnica, applicato a quella cosetta ininfluente che è la morte - cioé la fine della vita, dello spettacolo della vita... 
Il dentro, l'invisibile, l'aspetto psicologicamente cruciale che rende morte e funerale due momenti inarrivabili come “merce mediatica”,  è credo riferibile a quel tentativo, quanto mai insensato e grezzo, di “elaborare il lutto attraverso la tv” o qualunque altro mezzo di comunicazione chiamato in causa.  
Siamo palesemente degli umani a cui sempre più sfugge il senso della vita, e quindi della morte, semplicemente rimossa.  
Rimane la necessità indifferibile di convivere con la morte, quando essa ci tocca, molto o poco, da vicino o da lontano, di elaborare il lutto anche se non sappiamo più farlo, insipienza che ci lascia un buco  tendente alla voragine. 
Il lutto per la morte di Diana ( o di Battisti, la lady D. nostrana come è stato immediatamente notato) e la profanissima (il pubblico mai come nel caso di Lucio lasciato “fuori dal tempio”) sacralità della rappresentazione del suo funerale si infilano in questo buco in un'elaborazione collettiva, planetaria, che è allo stesso tempo un'occasione per una rimozione ancora più massiccia e spettacolare, consumata con gli stessi carismi di tutto il resto ma elevata a potenza e a simbolo. 
Scatta un meccanismo di mimesi e metessi confezionate insieme in un pacchetto-regalo pronto per gli spot tv, una voglia di imitazione ed emulazione che percorre la schiena del pianeta come un brivido, giacché ne viene interessato il sistema nervoso del corpaccione: insomma, “è la stampa, bellezza”, tradotto in “è la morte, bellezza”.  
Poveri noi... 
 
 
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