| Parlerò,
come (quasi) sempre, di mass-media, un po' perché sono il settore
che conosco meglio, un po' perché sempre di più la comunicazione
(intesa come carrello che porta in giro insieme informazione e pubblicità)
si
dimostra
il sistema nervoso di quel corpaccione tutt'altro che sano che è
il pianeta.
ritiro”
senza né apparizioni né esternazioni pubbliche, scomparso
di tumore in un lampo nei primi giorni di settembre. Anche per lui si è
ripetuta la “giostra” mediatica del lutto, ovviamente all'estremo opposto
- eppure complementare - della visibilità di Diana (risparmio i
riferimenti a Madre Teresa, anche se la santa caritatevole viene ingoiata
dai meccanismi del processo di produzione della merce “morte mediatica”
come gli altri due).
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Qualcuno
muore al posto nostro, sotto i riflettori accesi
dalla notorietà della sua vita, ci distrae dall'esistenza individuale
a rischio, ci fa partecipare a una tragedia greca collettiva ( o al calvario
di Cristo) ma non da spettatori del tutto passivi bensì da figuranti
“viventi”, particolare forse non del tutto trascurabile...Siamo sulla
scena dell'anfiteatro (o assiepati lungo il cammino del Golgota)
“ ripresi dalla tv”, in senso letterale o figurato che sia. E' il massimo
ottenibile nell'epoca della riproducibilità e della tecnica, applicato
a quella cosetta ininfluente che è la morte - cioé la fine
della vita, dello spettacolo della vita...
Il dentro, l'invisibile, l'aspetto psicologicamente cruciale che rende morte e funerale due momenti inarrivabili come “merce mediatica”, è credo riferibile a quel tentativo, quanto mai insensato e grezzo, di “elaborare il lutto attraverso la tv” o qualunque altro mezzo di comunicazione chiamato in causa. Siamo palesemente degli umani a cui sempre più sfugge il senso della vita, e quindi della morte, semplicemente rimossa.
Rimane la necessità indifferibile di convivere con la morte, quando essa ci tocca, molto o poco, da vicino o da lontano, di elaborare il lutto anche se non sappiamo più farlo, insipienza che ci lascia un buco tendente alla voragine. Il lutto per la morte di Diana ( o di Battisti, la lady D. nostrana come è stato immediatamente notato) e la profanissima (il pubblico mai come nel caso di Lucio lasciato “fuori dal tempio”) sacralità della rappresentazione del suo funerale si infilano in questo buco in un'elaborazione collettiva, planetaria, che è allo stesso tempo un'occasione per una rimozione ancora più massiccia e spettacolare, consumata con gli stessi carismi di tutto il resto ma elevata a potenza e a simbolo.
Scatta un meccanismo di mimesi e metessi confezionate insieme in un pacchetto-regalo pronto per gli spot tv, una voglia di imitazione ed emulazione che percorre la schiena del pianeta come un brivido, giacché ne viene interessato il sistema nervoso del corpaccione: insomma, “è la stampa, bellezza”, tradotto in “è la morte, bellezza”. Poveri noi... |
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