Che cosa hanno in comune Elena di Troia, Anna Bolena e Monica Lewinsky? A prima vista, nulla. A un esame più approfondito, la singolare caratteristica di avere esercitato sulle vicende umane una influenza del tutto sproporzionata sia alla loro personalità, sia alle loro azioni e soprattutto alle loro intenzioni.  
Le tre donne sono state, senza volerlo e senza rendersene conto, all'origine di avvenimenti infinitamente più grandi di loro e che certo non si immaginavano nel momento di entrare - per così dire - sulla scena. 
Fuggendo con Paride la bella Elena, moglie di Menelao re di Sparta, ha scatenato la guerra di Troia, che non solo ha fornito la materia per il più bel poema dell'antichità, ma ha segnato anche l'inizio della penetrazione greca in Asia minore. Facendo girare la testa a Enrico VIII, d'Inghilterra, ancora sposato con la devotissima Caterina d'Aragona, Anna Bolena ha spinto il sovrano al conflitto con la Chiesa di Roma, che si rifiutava di concedere l'annullamento del suo matrimonio, e così è stata la causa della nascita della chiesa anglicana. Con i suoi un po' squallidi giochi d'amore con Bill Clinton, la Lewinsky ha messo in crisi la leadership dell'unica superpotenza mondiale, fatto da detonatore a una crisi generalizzata delle borse mondiali e creato l'impressione che in un momento delicatissimo il mondo fosse senza guida.  Se andassimo a cercare bene nelle pieghe della storia, potremmo senza dubbio trovare altre donne che hanno avuto un ruolo similare:per esempio madame de Maintenon, che influenzò la politica estera di Luigi XIV, la mitica Marina amica e interprete di Cortez durante la conquista del Messico, che contribuì moltissimo alla caduta dell'impero azteco, o Margherita di Valois che ebbe un ruolo importantissimo, ma sostanzialmente passivo nelle guerre di religione in Francia. Il loro problema è che nell'epoca in cui vissero non c'erano i media a metterne in luce il ruolo, e a trasformarle, come hanno fatto invece con Monica, in personaggi. 
Limitiamoci perciò ai tre casi più emblematici, il primo immerso nelle nebbie della mitologia, il secondo che simboleggia molto bene i drammi del Cinquecento, il terzo ancora aperto e nel mirino  quotidiano di giornalisti e televisioni. Elena è un personaggio tra realtà e leggenda, che è molto difficile inquadrare storicamente. Secondo l'Iliade, sarebbe addirittura figlia di Zeus, sorella di Castore e Polluce, secondo l'Odissea sarebbe figlia di Leda, e secondo versioni più tarde sarebbe nata dall'uovo prodotto dall'Unione di Zeus con Leda stessa e poi adottata da quest'ultima e dal marito Tindareo: storie, come si vede, piuttosto immaginifiche, ma tutto sommato irrilevanti per il seguito della storia. Purtroppo, anche questa non è chiara. Nella versione classica (che interessa per la nostra tesi), Elena divenne appunto la causa diretta della guerra di Troia, ma secondo Erodoto lei e Paride in fuga furono in realtà spinti da una tempesta fino in Egitto e qui trattenuti dal re Proteo, mentre a Troia sarebbe stato portato solo un suo simulacro. 
Dato e non concesso che i fatti si siano svolti come li ha raccontati Omero, si impone comunque una serie di considerazioni:  
1) La fuga di Elena non aveva alcun retroscena politico, ma era ispirata solo dalla passione.  Mai e poi mai ella avrebbe potuto immaginare di innescare una reazione così imponente da parte del mondo ellenico, e neppure che questa avrebbe avuto durature conseguenze geopolitiche.  
2) La vicenda, proprio per i suoi contorni così sfumati, acquista un valore particolarmente simbolico: illustra come avvenimenti in apparenza secondari possano diventare fattori scatenanti di altri molto più grandi; e come le donne, o meglio la Donna, sia in un certo senso il motore ideale di questi processi.  
3) Una volta che questi sono messi in moto, diventano impossibili da fermare: partita la spedizione contro Troia, anche un ritorno di Elena da Menelao sarebbe stato inutile, come inutile sarebbe, a questo punto, un pentimento di Monica Lewinsky. 
Anna Bolena aveva quindici anni quando incontrò per la prima volta Enrico VIII, che a diciassette era stato l'amante di sua madre Elizabeth Howard e in quel momento lo era di sua sorella maggiore Mary. Anna era stata mandata giovanissima alla corte di Francia, dove era damigella d'onore della regina Claudia, aveva imparato la danza, il canto e l'arte della seduzione. A un certo punto, per le tensioni tra i due Paesi, fu fatta rientrare e fece la sua apparizione alla corte d'Inghilterra. Paul Rival, nel suo libro “Le sei mogli di Enrico VIII", la descrive così: “Fece la sua apparizione a Windsor una ragazzina dagli occhi troppo vivi e dal collo troppo lungo che sembrava quasi reclinarsi sotto il peso di un'enorme capigliatura nera. La ragazzina cantava, ballava, ma sembrava portare dentro di sè un fuoco latente. Aveva resistito a Francesco I di Francia e alle tentazioni della sua corte. Rideva nervosamente e aveva un fare inquietante. Ella colpì profondamente Enrico, facendolo improvvisamente dubitare dei suoi affetti: Mary gli parve d'un tratto insulsa nonostante gli stimoli della  primavera. Ma Anna turbava anche i suoi genitori  e tutta la tribù dei Bolena e degli Howard, che cercarono di darle in marito un nobilotto irlandese per allontanarla dalla corte; ma la ragazza rifiutò”. 
Negli anni che seguirono, l'attrazione di Enrico per quella ragazzina divenne quasi parossistica. Per quanto continuasse ad andare a letto con Mary, era Anna che sognava e per Anna cominciò a pensare al divorzio dalla moglie Caterina d'Aragona, vedova di suo fratello Arturo, brutta e di sei anni maggiore di lui, che aveva sposato solo per ragioni di Stato e che nonostante innumerevoli gravidanze gli aveva dato solo una figlia (la futura Maria la sanguinaria). Per due volte Anna si fidanzò, prima con Percy duca di Northhumberland e poi con Thomas Wyatt, e per due volte re Enrico mandò all'aria il matrimonio minacciando i due uomini e costringendoli ad andarsene in esilio. 
I Bolena, compresa Mary prontissima a farsi da parte, cercarono di spingere Anna tra le braccia del re nel modo tradizionale, ma la ragazza, ormai diciannovenne, puntò i piedi. Disprezzava sua madre e sua sorella per essersi prostituite e non aveva nessuna intenzione di imitarle: ”Nulla mi farà cedere” scriveva nel suo diario. “Non voglio saperne di incontri segreti, di vergogna. Enrico talvolta mi turba, ma saprò vincere. Dominerò i miei sensi e il mio cuore. Se necessario, morirò”. Insomma, voleva diventare non la  concubina del re, ma la regina, e quando Enrico divenne troppo insistente, glielo disse in faccia, senza timore. 
Il re, a quel punto, perse la testa. A 35 anni, aveva avuto molte donne, che gli erano state spinte nel letto, che lo adoravano in ginocchio, ma di cui non era mai stato innamorato. Adesso che lo era, l'oggetto dei suoi desideri lo respingeva, era indifferente tanto al suo potere quanto ai suoi doni. “O divorzio, o niente”, era la sua parola d'ordine, e per rafforzare i suoi argomenti, gli ricordava che, per la Bibbia, sposare la vedova del fratello era peccato, e che egli era già stato punito per questo dalla morte nella culla di tutti i possibili eredi maschi. 
Negli anni che seguirono, Anna giocò con Enrico come il gatto con il topo. Ora si ritirava nel suo castello di Hever, ora riappariva a corte per dirigere le operazioni, ma senza mai concedere più di tanto. Sotto la sua pressione, il re incaricò il suo primo ministro, il cardinale Wolsey, di avviare ufficialmente con la Santa Sede le pratiche per il divorzio.  
Dapprima Papa Clemente VII si mostrò aperto alla trattativa, ma quando l'imperatore Carlo V, nipote della regina Caterina, lo minacciò di rappresaglie, si tirò indietro e incaricò lo stesso Wolsey di pronunciare la sentenza. Ma questi aveva paura dell'influenza della “piccola Bolena” sul re e si defilò, chiedendo al Papa di inviare a Londra un delegato con pieni poteri per risolvere il problema. Arrivò il vecchio cardinale Campeggio, che insieme con Wolsey istruì una sorta di processo, che si concluse con un nulla di fatto. Enrico e Anna, la cui influenza sul re cresceva ogni giorno, persero la pazienza e Wolsey, potentissimo primo ministro fin dall'ascesa di Enrico al trono, cadde in disgrazia e dopo un po' sostituito da Tommaso Moro. 
 
Ma le cose continuarono a trascinarsi tra alti e bassi, con il Vaticano che tergiversava, e finalmente Enrico si decise al grande passo: pur di potere sposare Anna, ruppe con la Santa Sede e fondò la Chiesa anglicana, di cui il monarca divenne il capo. Anna regnò alcuni anni, diede a Enrico una figlia che sarebbe diventata la grande Elisabetta, poi, come tutti sanno, fu ripudiata, chiusa nella Torre e infine decapitata. Dopo quella esperienza, Enrico, ormai libero dai dettami della Chiesa, si sposò altre quattro volte, ma fu  per Anna e solo per Anna che gli inglesi non fanno più parte della chiesa di Roma, con tutte le conseguenze che ne sono derivate. 
E veniamo ai nostri giorni, a quella Monica Lewinsky che per troppo amore di Clinton  si è trasformata nella sua rovina. 
Facciamo subito giustizia delle voci messe in giro dagli estremisti islamici secondo cui la ragazza sarebbe stata un'agente di Israele infiltrata per ricattare il presidente, e di quelle che circolano in certi ambienti democratici che la accusano di essere al soldo del partito repubblicano. Nulla di tutto questo. Monica è solo una figlia del suo tempo, una ragazza ricca, nevrotica, disinibita e mitomane, che grazie alle entrature della sua famiglia è riuscita a entrare nel santuario della Casa Bianca e qui - forse suggestionata dalla fama di amatore di Clinton - ha deciso di entrare al di là del divano della Sala Ovale, ma gli effetti sono stati egualmente devastanti. 
Dalla montagna di materiale prodotto dal Grande Inquisitore Kenneth Starr e messo a disposizione di tutti, risulta in modo  abbastanza chiaro che, almeno in un primo tempo, Monica era davvero infatuata del presidente e che quest'ultimo, notoriamente assatanato  nei rapporti con le donne, non è stato l'iniziatore del rapporto, ma si è limitato ad approfittare della situazione. Tuttavia lo ha fatto in maniera strana, incompleta, poco confacente a un Casanova come lui e tale da lasciare la ragazza sempre incerta sul futuro. Facevano sesso orale, ma spesso Clinton non permetteva a Monica di arrivare fino in fondo. Altre volte si abbandonavano a strane manipolazioni, contatti tra genitali, palpeggiamenti e via dicendo, ma i tentativi di Monica di farsi “possedere” dal presidente andarono sempre a vuoto. In uno dei passaggi più scabrosi della sua deposizione si legge: “una volta ho messo i suoi genitali vicini ai miei...Speravo che questo avrebbe portato a un rapporto sessuale completo, ma non necessariamente quel giorno.  Sapevo che in quell'occasione non sarebbe successo, ma pensavo che facendo così lui ne avrebbe avuto voglia”.: 
Invece nulla. Forse il bel Bill aveva capito che, se si fosse lasciato andare completamente con la ragazza, si sarebbe inguaiato oltremisura, oppure aveva paura di essere scoperto sul fatto, o, nella sua strana mentalità, credeva che davvero in quel modo non c'era “rapporto sessuale”, ma solo, come ha ostinatamente asserito davanti a Starr, una “relazione impropria”. 
Nel raccontare la propria frustrazione al Gran Giurì, Monica ha detto: “Forse quello era il suo modo di sentirsi in pace con la coscienza, il suo modo per razionalizzare e giustificare il nostro rapporto”. 
Ma il presidente era egualmente gentile con lei, talvolta quasi affettuoso, tanto che Monica si illudeva che fosse “vero amore”, addirittura che un giorno si sarebbe potuti arrivare al matrimonio. 
“C'era molto di più nel nostro rapporto che sesso orale. Passavamo ore al telefono a parlare dei nostri problemi(e poi uno immagina che un presidente degli Stati Uniti non abbia tempo neppure per andare in bagno! - N.d.R.)Quando eravamo insieme mi accarezzava i capelli, mi stringeva le mani. Mi sorrideva con dolcezza. Vedevo cose bellissime nella sua anima. Ma soprattutto vedevo il bambino che era in lui”. E ancora: “Il mio per Bill era amore condito da ossessione sessuale. Sapevo comunque  che non era giusto avere una relazione con un uomo sposato. E' stato doloroso, è stato orribile, ma ero innamorata, e lo sono stata fino al 17 agosto. Poi qualcosa è cambiato”. 
Quel 17 agosto, come i lettori ricorderanno, Clinton fu costretto a deporre sulla natura della sua relazione con Monica davanti al Gran Giurì e poi ritenne necessario fornire la sua versione al Paese, liquidandola come una specie di incidente di percorso. Ma, a sua giustificazione, bisogna dire che a quel punto Monica, per quanto “innamorata”, aveva già cercato di ricattare il presidente per ottenere almeno un buon posto di lavoro come “buonuscita” e aveva spiattellato tutto, ma proprio tutto, al procuratore Starr in cambio della propria immunità. Senza questa deposizione di Monica, istigata anche dalla madre (che aveva custodito il famoso vestito macchiato del seme del presidente esibito come prova), è probabile che non tutti i nodi sarebbero venuti al pettine e che Clinton sarebbe riuscito, con l'abilità anguillesca  già dimostrata in altre occasioni, a sottrarsi alla stretta di Starr. 
Da tutta questa vicenda, che  al contrario di quelle di Elena e Anna Bolena conosciamo nei minimi dettagli, possiamo trarre alcune conclusioni. Anzitutto, se Monica era una ragazza avventurosa e neppure molto intelligente, anche Clinton ha rivelato in questa occasione una bella dose di leggerezza, preoccupante in un uomo della sua posizione. Per una quindicina di incontri più o meno fugaci con la stagista, che aveva visto per la prima volta quando lei gli aveva portato una pizza nel novembre del '95, ha messo a repentaglio una carriera pazientemente costruita attraverso gli anni: non ha pensato che ogni mossa di un presidente viene in qualche modo registrata, che ogni telefonata comportava un rischio, che quel mezzo abbraccio in occasione di un comizio sarebbe poi passato migliaia di volte in TV, come indizio principale della “relazione impropria”. Non ha pensato che un presidente non può raccontare a una ragazzotta che entra fugacemente nella sua vita la sua storia, consentendole poi di andare a raccontare al procuratore Starr: “Il presidente mi ha detto che, a partire da quando era in terza o in quarta elementare, faceva il bravo con la mamma e il patrigno, ma nello stesso periodo cominciò anche a raccontare bugie  e ad avere una doppia vita”. Di per sé niente di drammatico, ma una cosa molto nociva per un presidente oggi accusato di avere mentito ininterrottamente da quando è sotto i riflettori della nazione: a proposito del modo in cui ha evitato il servizio militare in Vietnam, a proposito del suo uso giovanile di marijuana; a proposito dei suoi rapporti extraconiugali, a cominciare da quello con Jennifer Flowers; a proposito delle molestie denunciate da Paula Jones; e ancora, dal finanziamento della sua campagna elettorale al suo ruolo nello scandalo Whitewater, dalla fornitura di tecnologia missilistica alla Cina alla reale durata della spedizione in Bosnia. 
In secondo luogo, bisogna notare l'assoluta incoscienza di Monica, che parlava delle sue vicende sentimentali al telefono con le (presunte) amiche, senza rendersi conto che le registravano, e quasi si stupiva se il presidente si rifiutava di abbracciarla davanti a una finestra senza tende: con un cervello come quello, non poteva certo immaginare lo sconquasso che stava per creare: e se adesso cerca di vendere le sue memorie, è probabilmente per rifarsi in qualche modo di un episodio che certo non la aiuterà nella vita e magari anche per pagarsi le spese legali. Ma mi sento di escludere a priori che nel libro ci sia un capitolo intitolato: “Ecco come ho vendicato Nixon” o “Ecco come ho fatto scendere dal piedistallo l'uomo più potente del mondo”. No, non era questo l'obiettivo di Monica; e lei stessa passerà il resto della sua vita a stupirsi di come tutto questo sia potuto succedere. 
Salutiamo dunque Elena, Anna e Monica, il Trio Bufera, non come diaboliche intriganti, ma come improbabili “longa manus” del Fato.  
 
 
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