Prevenire
l'infarto non significa solo evitare di esporsi a fattori nocivi, proibendo
fumo, pasti grassi ed eccessivo riposo in poltrona. Sempre più sta
emergendo un approccio “positivo” alla prevenzione della malattia ischemica
cardiovascolare, basato sull'introduzione di abitudini piacevoli e benefiche
per la salute delle nostre arterie (2).
Uso di cibi tipici del Mediterraneo,
moderatamente innaffiati da buon vino rosso, consumati possibilmente a
tavola, con un po' di tempo a disposizione e in un ambiente rilassante
sono altrettanto utili alla prevenzione. Studi epidemiologici hanno recentemente
messo in luce le qualità “anti-infarto” della dieta mediterranea.
L'olio di oliva, ricco di acidi grassi monoinsaturi, determina riduzione
del colesterolo e aumento delle HDL (3).
Il pesce, soprattutto quello
“azzurro”, con il suo elevato contenuto in acidi grassi polinsaturi della
serie omega-3, è in grado di inibire l'aggregazione delle piastrine
con un meccanismo simile a quello dell'aspirina ed inoltre riduce
i livelli di trigliceridi e di fibrinogeno. Il vino rosso, se usato in
dosi moderate e durante i pasti, riduce l'incidenza di infarto del miocardio
(Fig. 1). Il
cosiddetto “Paradosso francese” spiega come l'abitudine diffusa ad un moderato
consumo di vino rosso abbia determinato in Francia una bassa incidenza
di malattia ischemica cardiovascolare, nonostante l'elevato consumo di
burro ed altri grassi animali (4).
Anche il consumo di frutta
e verdura aiuta a proteggerci da queste malattie.
E' il colesterolo l'unico
colpevole?
Per molto tempo si è
pensato che i livelli di colesterolo rappresentassero il marker più
importante del rischio di ischemia cardiovascolare e di conseguenza sono
stati condotti molti studi per valutare l'effetto della sua riduzione sul
rischio. Ne è emerso che gli interventi ipocolesterolemizzanti riducono
la mortalità cardiovascolare ma possono accompagnarsi, però,
ad un aumento della mortalità per altre cause.
Da una metanalisi di tutti
questi studi, è emerso inoltre che principalmente l'intervento con
una particolare famiglia di farmaci ipocolesterolemizzanti riesce a ridurre
significativamente la mortalità per malattie ischemiche cardiovascolari,
mentre gli interventi dietetici o con altre classi di farmaci non sono
altrettanto efficaci (5, Tab. I).
Potremmo
chiederci, allora, se l'effetto osservato sia dovuto solo all'abbassamento
dei livelli di colesterolo o ad un'azione diretta dei farmaci in questione.
Le statine, infatti, possiedono anche effetti antiaterosclerotici diretti,
attraverso l'inibizione della proliferazione delle cellule muscolari lisce,
e sono in grado di ridurre i livelli dell'F VII della coagulazione, del
fibrinogeno e dell'inibitore dell'attivatore del plasminogeno (PAI-1),
tutti fattori che giocano un ruolo importante nel determinare il rischio
cardiovascolare.
Che il colesterolo di per
sé non sia sufficiente a determinare il rischio ischemico è
stato chiaramente messo in evidenza dallo studio ECAT, uno studio europeo
sul valore predittivo di parametri lipidici ed emostatici sul rischio di
sviluppare trombosi (6).
Pazienti con colesterolemia
elevata avevano un rischio elevato di sviluppare angina instabile solo
se presentavano anche la fibrinogenemia elevata; al contrario, l'iperfibrinogenemia
costituiva un fattore di rischio indipendentemente dalla colesterolemia.
Ne consegue che ridurre i livelli di colesterolo senza tener conto
della fibrinogenemia potrebbe non essere efficace nel prevenire il rischio
di trombosi.
Gradiente Nord-Sud di mortalità
per infarto del miocardio in Europa
I fattori finora menzionati
hanno lo stesso peso in tutte le parti d'Europa, o un approccio razionale
alla prevenzione delle malattie ischemiche attraverso la modulazione delle
variabili ambientali dovrebbe tener conto della cultura, delle abitudini
e dell'assetto biologico di base delle diverse popolazioni europee?
I dati dello studio MONICA
ci informano che esiste un gradiente di mortalità per infarto del
miocardio tra il Nord ed il Sud dell'Europa (7, Tab. II).
In
Scozia o in Finlandia si muore di infarto sei volte più che in Italia
o in Spagna, con incidenze intermedie per il centro Europa.
A questo gradiente di incidenza
dell'infarto, corrisponde una diversa distribuzione geografica dei livelli
di colesterolo nelle popolazioni europee. Ancora una volta le popolazioni
dei paesi del Nord Europa, ad elevato rischio di infarto, presentano una
colesterolemia più elevata di quelle delle regioni meridionali,
a basso rischio. Allora basta per una buona prevenzione ridurre il colesterolo
e, in ogni caso, ridurlo ad Edimburgo ha lo stesso significato che ridurlo
a Napoli?
Per molto tempo di è
pensato di sì, ma la diversa distribuzione dei fattori di rischio/protezione
attraverso l'Europa giustificherebbe, piuttosto, un diverso effetto della
correzione delle abitudini alimentari (attraverso l'eliminazione/introduzione
di alcuni cibi) nei diversi paesi d'Europa. Appare inoltre sempre più
evidente che, nella patogenesi delle malattie ischemiche cardiovascolari,
come in molte altre malattie multifattoriali, i fattori ambientali si inseriscono
su un “background” genetico, che può di per sé differenziare
le popolazioni europee.
Interazione ambiente/genetica:
le “Opere” o la “Grazia”?
I livelli dei fattori finora
citati possono essere determinati geneticamente. Una variazione polimorfica
del gene che codifica per il fibrinogeno è responsabile di una larga
parte della variabilità dei livelli ematici del fibrinogeno all'interno
di una popolazione e del rischio di sviluppare ischemia vascolare (8, Fig.
2). Tale variazione genica potrebbe anche condizionare l'aumento della
fibrinogenemia in risposta ad una serie di stimoli come fumo, dieta, infiammazione.
Due polimorfismi del gene
del FVII sono protettivi nei confronti del rischio di sviluppare infarto
(9). Questi alleli protettivi, relativamente frequenti nella popolazione
italiana (35.6% e 21.4%) sono associati ad un dimezzamento del rischio
di infarto (Tab. III).
Essi
sono stati riscontrati con una minore frequenza nelle popolazioni nord-europee,
rispetto a quella italiana; questa differenza potrebbe contribuire a spiegare
il gradiente discendente di incidenza di infarto del miocardio dal Nord
al Sud dell'Europa.
Anche la colesterolemia
dipende, per una certa parte, da un polimorfismo nel gene che codifica
per l'apolipoproteina E (10).
L'allele E4 è associato
a livelli alti di colesterolo, mentre l'allele E3 con quelli bassi.
Tutte queste varianti genetiche
sono state anche associate al rischio di malattia e potrebbero spiegare,
almeno in parte, il gradiente di mortalità per infarto del miocardio
in Europa.
I finlandesi, ad alto tasso
di mortalità per infarto e con alti livelli di colesterolo, hanno
anche la più elevata frequenza dell'allele E4 e la più bassa
frequenza dell'allele E3.
Anche l'effetto di interventi
dietetici e/o farmacologici nel ridurre la colesterolemia può essere
regolato da fattori genetici, come nel caso del probucolo, un farmaco ipolipemizzante
o di una dieta a basso contenuto di acidi grassi saturi, che hanno un effetto
più importante nell'abbassare il colesterolo nei soggetti portatori
dell'allele E4 rispetto ai portatori dell'allele E3.
Ma allora ci salviamo dall'infarto
per vie delle “opere” o per l'effetto della “grazia”?
Questo dilemma anima, alle
soglie del 2000, la discussione sui fattori di rischio.
Sono gli interventi sull'ambiente
o è la predestinazione genetica a incidere sul rischio cardiovascolare?
Sicuramente, una più
appropriata prevenzione dovrà tener conto, in futuro, di come la
genetica degli individui moduli l'effetto delle variabili ambientali.
Licia Iacoviello,
Maria Benedetta Donati
Unità di Genetica
dei Fattori di Rischio Vascolari. Laboratorio “A. Valenti” di Farmacologia
della Trombosi. Dip. di Medicina e Farmacologia Vascolare. Consorzio Mario
Negri Sud. Santa Maria Imbaro (Chieti, Italia)
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