Paolo Ghisoni
 
"Una marcia imperiosa verso i vertici europei che piega ogni avversario”. 
Chissà quanti italiani farebbe felice un titolo simile nel cuore delle pagine economiche. Per ora chi si deve ancora una volta accontentare è il grande popolo degli appassionati sportivi.  
In particolare gli appassionati nonché tifosi di una delle discipline più amate e diffuse, ovvero il mezzofondo. 
Sono stati infatti Marcia e 10.000 metri i fiori all'occhiello dello sport azzurro ai recenti Campionati Europei di atletica disputatisi in Ungheria. Due gare conosciute come dispendiose ed estenuanti, per eccellenza autentiche regine delle manifestazioni iridate. E nell'occasione dominate dai particolari azzurri capaci di centrare altrettanti traguardi storici. 
C'è chi a volte scomoda questioni genetiche, di presunte scarse attitudini alla fatica, per giustificare la mancanza di un campione italiano in una determinata disciplina (leggi tennis).  
Un presunto DNA poco incline alla sofferenza e al sacrificio, che ragioni storiche e climatiche assocerebbero come fattore penalizzante ad altre carenze fisiche dovute alle etnie. Come spiegare allora i fantastici risultati ottenuti dai nostri atleti in quel di Budapest nelle discipline dell'atletica leggera regine della resistenza e della costanza.  
E anche come non sottolineare che il fenomenale tris centrato nei 10.000 metri maschili da Baldini-Goffi e Modica, sommato a quello altrettanto autorevole del duo Sidoti-Alfridi nella 10 kilometri femminile di marcia, non sono fenomeni isolati. Fortuna nostra, a Budapest si é scritto un nuovo capitolo, la continuazione di una storia vincente già abbozzata parecchie stagioni fa. 
Lo stivale italiano corre ormai da anni sulle ali dell'entusiasmo e dei risultati squillanti. Uno  

stivale che fa moda e tendenza, grazie alla continuità delle prestazioni e ad una indubbia scuola valorizzatrice  di talenti. Non è la prima volta che il continente europeo scopre di avere in casa un'autentica potenza mondiale in fatto di fondisti. 
Le gesta di Dorando Petri alle Olimpiadi di Londra del 1908, dove il suo caracollare sul traguardo commosse 80mila spettatori, fanno ormai parte del nostro patrimonio nazionale forse più assimilabile alla mitologia sportiva. 
Allora correre non faceva tendenza e la maratona non era certo una delle discipline più amate e frequentate. Oggi invece percorrere le lunghe distanze è diventato l'hobby di migliaia di italiani, che si cimentano in centinaia di gare stagionali. Il nostro è diventato così un movimento spontaneo, con radici profonde e con una larga base di partecipanti che costituiscono un vasto quanto fertile serbatoio cui attingere. 
Pian piano la scuola azzurra è passata dai timidi passi di avvicinamento ad inizio anni '80 ai tradizionali giganti della specialità al deciso sorpasso degli stessi sul finire del secolo. 
 

Un ventennio che ha portato in orbita le gesta di gente come Bordin, Pizzolato, Poli e di un altro tridente favoloso nelle circostanze di un altro campionato Europeo. Era il 1986 quando a Stoccarda il podio dei 10.000 si tinse completamente d'azzurro, con Mei, Cova e Antibo ad occupare le prime tre posizioni  Nella stessa edizione Bordin e Pizzolato fecero il vuoto nella maratona. Sulla strada che ha portato sino ai trionfi dei giorni nostri vanno celebrati altri successi come la medaglia d'oro di Gelino Bordin nella maratona alle Olimpiadi  di Seul dell'88 ed anche il bis agli Europei del 90 di Spalato dell'inossidabile Gelindo davanti ad un altro azzurro, Poli. Per chiudere con le imprese minori ma certo non trascurabili degli stessi Pizzolato e Poli nella più classica delle gare alla distanza, ovvero i 42 kilometri e 195 metri lungo le vie della Grande Mela; la maratona di New York. 
A dimostrazione che anche l'Italia femminile non fa per niente parte del cosiddetto “sesso debole”, ecco che a Budapest anche le atlete azzurre hanno fatto faville, confermando la bontà di una scuola in netta crescita. A dire il vero, in ordine cronologico, sono state loro a dare il là alla trionfale kermesse tricolore. Annarita Sidoti e Erika Alfridi hanno pensato bene di rubare il copione ai colleghi maschi e di dominare, rispettivamente con un primo ed un secondo posto, la 10 kilometri di marcia femminile. Per l'atleta siciliana l'oro Europeo di quest'anno va associato a quello ancor più straordinario ottenuto la passata stagione ai mondiali di Atene. Una doppietta mai realizzata da nessuna atleta italiana che la Sidoti porterà in bacheca insieme ad un altro trionfo europeo centrato nel '90 a Spalato. Diversa la storia di Erika Alfridi, una farfalla sbocciata all'improvviso dopo parecchia incubazione. Per lei il conforto di un ottimo recupero atletico che, da marciatrice di buon livello troppo avvezza alle squalifiche e a fine '91 decisa a lasciare, l'ha portata all'argento europeo della specialità. Si dice che le due vivano praticamente in simbiosi, completandosi per i caratteri agli antipodi e formando così una piccola famiglia. Pare proprio questo il segreto di quella che ormai in molti definiscono “pasta-connection”, riferendosi alla scuola italiana della maratona; una grande armonia di base che caratterizza tutte le metodologie di allenamento. 
Merito di questa  convergenza di idee e obiettivi va attribuito ad un ex atleta, oggi responsabile azzurro della specialità; il ferrarese Massimo Ferrari. Quando ereditò la gestione del settore si trovò di fronte non una ma dieci famiglie diverse, decentrate geograficamente, che da sole però non riuscivano ad emergere. Con l'aiuto di un altro ex di lusso, Damilano, il movimento federale è riuscito nell'intento di riunificare e far convergere tutte le istanze in un'unica parrocchia, mantenendo però intatto l'istinto naturale della competizione. Rivalità e rispetto insomma. Come i valori che ormai sembrano venir impartiti solo nei film più bacchettoni e impegnati. Ma che, a giudicare dai risultati di questi ragazzi, sanno ancora condurre ad un lieto fine. 
 
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