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| di
Giulio Nascimbeni
Sugli
sconvolgenti venticinque minuti iniziali di “Salvate il soldato Ryan” (“Saving
private Ryan”), si discute e si continua a discutere.
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L'episodio,
cui l'immaginaria colonna sonora si riferiva, era vero. Il reparto
che, con gli alianti, nella notte fra il 5 e il 6 giugno 1944, aveva occupato
la zona, fu raggiunto dopo ore di attesa dai “commandos” di Lord Lovat,
il “signore”del lago di Loch Ness. In testa, tra il fuoco tedesco, avanzava
un suonatore di cornamusa di nome Bill Millin.
Che cosa era rimasto di tutto questo? Un museo (ma era giusto chiamarlo così?) di due stanzette anguste, una casetta dicampagna appoggiata all'argine dell'Orne, e dentro divise, mostrine di reggimenti, una bicicletta pieghevole, fucili, ritratti di generali. Naturalmente, un'impiegata alla cassa perché c'era un biglietto da pagare. Evidentemente - queste le mie conclusioni - non era il numero o l'importanza delle “reliquie” a contare, ma la forza invisibile di quei pochi oggetti che richiamavano reduci, vedove, scolaresche, americani, inglesi, canadesi, tedeschi, come per assistere a un'ininterrotta rappresentazione della memoria. Salto molti dettagli di quel mio viaggio in Normandia. Ma non posso trascurare quella che una grande scritta definiva “Exposition permanente d'Arromanches”. Il museo era più nutrito degli altri. Se uno non aveva ben capito che cosa fosse stato lo sbarco, ad Arromanches vedeva la Normandia dentro le dimensioni e i colori d'un plastico: il giallo delle spiagge, l'azzurro della Manica, il grigio delle navi, le bandiere, le indicazioni dei reparti. Luci si accendevano nel punto Omaha o nel punto Gold. Per un attimo, sembrava di assistere agli scatti d'un juke-box. Ma poi si ripeteva la solita suggestione, le minuscole navi non facevano più pensare a un ipotetico gioco per bambini. Se c'era ancora qualche indifferente fra il pubblico, ci pensava a emozionarlo il documento che veniva proiettato a conclusione della visita. Erano le immagini girate proprio il 6 giugno 1944”, il giorno più lungo” (“the longest day”), come dice il titolo del celebre libro di Cornelius Ryan e del film che ne fu tratto nel 1962. (A proposito l'espressione “giorno più lungo” è ricavata da una frase del feldmaresciallo Rommel che disse al suo aiutante di campo: “Le prime 24 ore dell'invasione saranno decisive. Per gli Alleati e per la Germania sarà il giorno più lungo”). Il documento mostrava il mare pullulante, il tetto degli aerei in cielo, i cannoni, gli uomini disfatti da ore di vomito durante la traversata, le spiagge zeppe di ostacoli di ferro e di mine. La pellicola era un po' logora. Immutabile da anni come se fosse passata sotto il lampo d'una fotocopiatrice, avrebbe dovuto suscitare la stanchezza delle cose ripetute perché nemmeno l'eroismo e il coraggio sembrano poter resistere all'usura del moltiplicatore. Ma quando lo speaker del documentario disse che quelle immagini che stavamo vedendo avevano cambiato “il destino del nostro secolo e forse dei secoli che verranno”, il brivido fu immediato. Si era entrati a pagamento, c'erano orari di apertura e chiusura da rispettare, “souvenir” e cartoline da comprare, ma il brivido ci fu, indiscutibile, profondo. E con il brivido tornò la buia Europa dei territori occupati, dei rastrellamenti, delle stragi, del coprifuoco, della guerra civile. La buia Europa che aspettava il “messaggio speciale” di Radio Londra per la Resistenza francese, con il quale sarebbe stato dato l'annuncio dell'imminente sbarco. Per quell'annuncio erano stati scelti i versi indimenticabili della “Chanson d'automne” di Paul Verlaine: "Les sanglots longs/ des violons/ de l'automne/ blessent mon coeur/ d'une langueur/ monotone”. |
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