di Giulio Nascimbeni 

Sugli sconvolgenti venticinque minuti iniziali di “Salvate il soldato Ryan” (“Saving private Ryan”), si discute e si continua a discutere.  
Il film di Steve Spielberg, che ha inaugurato “fuori concorso” la Mostra del cinema di Venezia, sta battendo tutti i record d'incassi: nelle sale degli Stati Uniti, in poche settimane, i botteghini hanno fatto registrare quasi il doppio del costo del film che è stato di 65 milioni di dollari. Eppure, quei venticinque minuti iniziali hanno indotto a vietare l'ingresso ai minori di 14 anni. Perché? 
Si tratta delle sequenze più crude di tutta la cinematografia di guerra: soldati che raccolgono le proprie gambe staccate dal corpo, soldati che trattengono le proprie viscere squartate, corpi macellati dalle granate, il mare rosso di sangue.  
Spielberg ha così rappresentato, rispettando l'atroce e dolorosissima verità, quello che fu l'impatto dei reparti americani con la spiaggia  chiamata Omaha, il 6 giugno 1944, il “D-Day”, il giorno dello sbarco alleato in Normandia. 
Non ho visto il film di Spielberg, ma sono stato, esattamente vent'anni fa, nei luoghi dello sbarco per un servizio giornalistico.  
Volevo capire come funzionava questo “teatro di guerra” diventato macchina turistica e perché circa 400 mila visitatori andassero ogni anno da quelle parti. Non c'era albergo, ristorante, tavola calda, tabaccheria, bar, negozio, che non avesse in bella vista, all'ingresso, la carta geografica con su scritto “Les plages du débarquement”. 
Sulla carta spiccavano i nomi convenzionali con i quali i piani alleati avevano indicato le spiagge: Utah, Omaha, Gold, Juno, Sword. Si rivelava subito un'arte tutta francese nel premiare con aloni di leggenda e virtuali archi di trionfo non soltanto eventi decisivi, come fu appunto nel suo complesso il “D-Day”, ma anche i loro simboli minori, come potei constatare nei pressi di Arromanches, da un punto alto della costa, chiamato St. Côme-de-Fresné. 
Il “D-Day” aveva lasciato nel mare, sempre un po' ringhioso, delle “reliquie” arrugginite che parevano zattere abbandonate. Ma bastava guardarle con il cannocchiale per vederle trasformate in enormi roccoli per gabbiani.  
Eravamo almeno in cento persone a fissare l'inerte spettacolo. Sapevo, per aver letto parecchi libri sull'argomento, che quelle “reliquie” arrugginite erano state le strutture di un porto artificiale denominato “Mulberry”, impiantato per consentire lo sbarco di uomini e materiali. Quei cassoni galleggianti davano l'impressione di essere i rottami d'una fonderia. 
Eppure, la seduzione scattava all'istante, le parole della guida sembravano quelle d'un oracolo: “Un anonimo ufficiale inglese aveva detto fin dal 1942: se vogliamo sbarcare, dovremo far arrivare i nostri porti con noi. L'idea di 'Mulberry' è nata così. Questi cassoni, trascinati da rimorchiatori, hanno attraversato la Manica alla velocità di sette chilometri l'ora. Avevano la funzione di frangiflutti...”. 
Un altro punto dove la suggestione si rinnovò fu a Benouville, dove il fiume Orne e il canale di Caen scorrono paralleli. Davanti al ponte di ferro battezzato Pegasus, una magica colonna sonora si mise in moto con fruscii di alianti, spari, esplosioni di razzi. La colonna sonora era soltanto nella mia memoria. C'era anche il lamento d'una cornamusa che intonava “Blue Bonnets over the Border” (“i berretti blu oltre la frontiera”). 
 
 

 L'episodio, cui l'immaginaria colonna  sonora si riferiva, era vero. Il reparto che, con gli alianti, nella notte fra il 5 e il 6 giugno 1944, aveva occupato la zona, fu raggiunto dopo ore di attesa dai “commandos” di Lord Lovat, il “signore”del lago di Loch Ness. In testa, tra il fuoco tedesco, avanzava un suonatore di cornamusa di nome Bill Millin. 
Che cosa era rimasto di tutto questo? Un museo (ma era giusto chiamarlo così?) di due stanzette anguste, una casetta dicampagna appoggiata all'argine dell'Orne, e dentro divise, mostrine di reggimenti, una bicicletta pieghevole, fucili,  ritratti di generali.  
Naturalmente, un'impiegata alla cassa perché c'era un biglietto da pagare. Evidentemente - queste le mie conclusioni - non era il numero o l'importanza delle “reliquie” a contare, ma la forza invisibile di quei pochi oggetti che richiamavano reduci, vedove, scolaresche, americani, inglesi, canadesi, tedeschi, come per assistere a un'ininterrotta rappresentazione della memoria. 
Salto molti dettagli di quel mio viaggio in Normandia. Ma non posso trascurare quella che una grande scritta definiva “Exposition permanente d'Arromanches”. Il museo era più nutrito degli altri. Se uno non aveva ben capito che cosa fosse stato lo sbarco, ad Arromanches vedeva la Normandia dentro le dimensioni e i colori d'un plastico: il giallo delle spiagge, l'azzurro della Manica, il grigio delle navi, le bandiere, le indicazioni dei reparti.  
Luci si accendevano nel punto Omaha o nel punto Gold. Per un attimo, sembrava di assistere agli scatti  d'un juke-box. Ma poi si ripeteva la solita suggestione, le minuscole navi non facevano più pensare a un ipotetico gioco per bambini. 
Se c'era ancora qualche indifferente fra il pubblico, ci pensava a emozionarlo il documento che veniva proiettato a conclusione della visita.  
Erano le immagini girate proprio il 6 giugno 1944”, il giorno più lungo” (“the longest day”), come dice il titolo del celebre libro di Cornelius Ryan e del film che ne fu tratto nel 1962. (A proposito l'espressione “giorno più lungo” è ricavata da una frase del feldmaresciallo Rommel che disse al suo aiutante di campo: “Le prime 24 ore  dell'invasione saranno decisive. Per gli Alleati e per la Germania sarà il giorno più lungo”). 
Il documento mostrava il mare pullulante, il tetto degli aerei in cielo, i cannoni, gli uomini disfatti da ore di vomito durante la traversata, le spiagge zeppe di ostacoli di ferro e di mine. La pellicola era un po' logora. Immutabile da anni come se fosse passata sotto il lampo d'una fotocopiatrice, avrebbe dovuto suscitare la stanchezza delle cose ripetute perché nemmeno l'eroismo e il coraggio sembrano poter resistere all'usura del moltiplicatore. 
Ma quando lo speaker del documentario disse che quelle immagini che stavamo vedendo avevano cambiato “il destino del nostro secolo e forse dei secoli che verranno”, il brivido fu immediato. Si era entrati a pagamento, c'erano orari di apertura e chiusura da rispettare, “souvenir” e cartoline da comprare, ma il brivido ci fu, indiscutibile, profondo. 
E con il brivido tornò la buia Europa dei territori occupati, dei rastrellamenti, delle stragi, del coprifuoco, della guerra civile. La buia Europa che aspettava il “messaggio speciale” di Radio Londra per la Resistenza francese, con il quale sarebbe stato dato l'annuncio dell'imminente sbarco.  
Per quell'annuncio erano stati scelti i versi indimenticabili della “Chanson d'automne” di Paul Verlaine: "Les sanglots longs/ des violons/ de l'automne/ blessent mon coeur/ d'une langueur/ monotone”. 
 
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