Di "archeologia del fuoco" ha parlato Nicola Micieli per l'opera di Osvaldo Spagnulo. 
E davvero una tale definizione ben si addice ad una ricerca, lunga ormai quasi cinquant'anni, che per molti versi è unica e fortemente suggestiva.  
L'uso sapiente della combustione di carte e materie sulla superficie delle sue immagini, infatti, sostituisce per il nostro artista l'impiego dei mezzi consueti, in una sorta di esclusiva mimesi dei pigmenti e delle velature tradizionali.  
Già Alberto Burri aveva esplorato in parte questa strada, ma è proprio Spagnulo che per primo ha usato e usa il fuoco nei suoi più specifici effetti espressivi, operando all'interno di un reèpertorio tecnico e chimico raffinatissimo, ove le diverse carte, incollate in composizione e strati molteplici su tele o supporti ignifughi, diversamente reagiscono al calore ed alla fiamma, virando cromaticamente verso tattilità e toni mai visti, in arcane e misteriose commistioni di bitumi e materie inedite che, si direbbe, vanno appunto a riscoprire archeologie della sensibilità, archetipi di remote sensazioni primarie.Ma dirò che proprio il fuoco mi porta anche a pensare in qualche modo ad una sorta di alchimia dell'operazione artistica di Spagnulo. 
 
Al gesto, cioè, dell'alchimista medioevale che col calore della fiamma, nel paziente raffinamento delle combustioni, tentando di transustanziare il piombo in oro, in realtà trasformava se stesso, la qualità acuta delle sue più intime percezioni delle cose e del mondo, dei loro effetti emozionali e sensibili. 
Comunque sia, qui la raffinatissima manualità di un artista di oggi, tra impressioni di garze e veline, tra sfondi d'oro cupo e ombre di sabbia, filamenti, tratteggi e impasti, s'è trovata una sua estrema libertà di materie e di rilievi. Una libertà ritagliata sulle misure concitate, ansiose e sensibili di un lirismo acceso e talvolta, se è possibile, perfino violento, sempre, comunque, suggestivamente emozionato ed emozionante. L'incalzante accumulazione della sua eloquenza formale rimbalza, nel gioco serio dell'espressione, dall'arbitrarietà all'esattezza, ma soprattutto si tende, si tira allo spasimo verso una sorta di febbre immaginifica, di straordinaria proliferazione sempre in presa diretta, in fondo, con un discorso sulle cose che ci circondano, con la nostra realtà esistenziale fatta d'uomini e donne alle prese con le atmosfere, i destini e le contraddizioni del nostro presente. 
 
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