Pubblichiamo integralmente l'intervento del Sen. Tomassini - presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema sanitario - effettuato durante la discussione al Senato della legge delega sulla sanità. La velocità con la quale sono stati posti in votazione gli emendamenti presentati dall'opposizione ci è sembrata molto poco democratica, in quanto, di fatto, non è stato dato all'opposizione nessuno spazio per illustrare gli emendamenti proposti. 
Non entriamo nel merito della validità degli emendamenti, ma sentiamo il dovere di dare ai nostri lettori la possibilità di valutare individualmente i contenuti degli stessi. 

Sen. Tomassini: Signora Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi, uno degli appuntamenti di confronto culturale e politico, che ormai si ripete da oltre quindici anni, aveva come motto: “La vita non è sogno!”. Gli ammalati in Italia lo sanno benissimo! La vita non è sogno perché il sogno è come una droga che ci porta fuori da ogni realtà; l'uomo, invece, si deve confrontare con la concretezza dei problemi, con piena consapevolezza dei suoi mezzi e delle sue povertà ed essere sostenuto nel cammino della speranza! 
In questa proposta di delega manca tutto ciò, si prospettano solo pianificazioni a tavolino, senza rendersi nessun conto dei limiti e soprattutto soffocando ogni speranza di miglioramento. 
Siamo politicamente contrari al sistema delle deleghe che tende a scavalcare le competenze parlamentari: possiamo però comprendere che in alcuni casi di profonda emergenza la delega sia necessaria. In sanità non esiste, al momento, questa profonda emergenza e questa necessità di frettolosità: per lo meno non esisterebbe se la riforma del 1993 non fosse a metà del guado e se l'azione legislativa fosse rivolta alla sua completa realizzazione. 
Siamo anche perplessi  a dare una delega ad un Ministro che nella decretazione è già stato bocciato durante il suo mandato per ben tre volte dalle diverse Corti dello stato: la Corte dei conti, il Consiglio di Stato, la Corte Costituzionale. 
Ci sembra ancora una volta, nel giudizio complessivo, che per mascherare la propria incapacità a fare applicare correttamente la riforma del 1993 si voglia ancora una volta cercare di scaricare  le proprie colpe su questa o su quell'altra categoria, dimenticando ogni principio di gradualità e soprattutto la seria e consapevole riflessione che ci vorrebbe nel cambiare un mondo, come quello della sanità, già così profondamente lacerato dalla contraddittorietà degli eventi. 
E pensare che la stabilità di questo Governo aveva offerto occasione irripetibile di continuità per cercare di migliorare le cose: cioè correggere gli errori senza inseguire, come è stato fatto, un sistema di punizioni del tutto controproducente. 
Quali mutamenti apprezzabili per la sanità ci sono stati in questi due anni? I vecchi e gli anziani sono meglio assistiti? Abbiamo risolto il problema dei malati di mente? Le liste di attesa si sono accorciate? 
Le domande potrebbero non finire mai; in realtà, nell'azione legislativa di questo Governo vi è stato un obiettivo politico chiaro di volontà restaurativa, perseguito tuttavia con un percorso legislativo confuso, contrastante, che ha generato destabilizzazione nel sistema  già compromesso. 
Attraverso una delega provvista di questi indirizzi si può realizzare tutto ed il contrario di tutto: si genererà ancora una volta una indicibile confusione tra quello che vuol dire “pubblico”, ciò che vuol dire “privato” e ciò che vuol dire “Stato”. Pubblico è tutto quello che si offre al cittadino ed è insignificante che sia lo stato od il privato ad erogarlo: lo Stato ha sicuramente il dovere di proteggere il cittadino, controllando che la qualità dei servizi resi sia corrispondente alle leggi. 
E' su questo punto che esiste una profonda differenza. Noi crediamo in uno Stato che sia al servizio dei cittadini, che persegua il principio della sussidiarietà che è poi quello che garantisce  la libertà di scelta e la dignità di ogni individuo. 
Qui, in questa delega, ancora una volta, lo Stato si fa soggetto etico che si sostituisce ai cittadini e alle loro libertà; uno Stato centralista, dirigista, autoritario e, con una migliore definizione, totalitario. 
In questa delega non vi è alcuna scala delle priorità e nessuna identificazione delle risorse. Questa proposta è antifederalista, calpesta diritti acquisiti e non affronta la specificità dei problemi; soffoca la competizione, sfuma la possibilità dei controlli, cancella la libera scelta e, soprattutto, cerca ancora una volta una realizzazione raggiunta non con gli investimenti ma con il sacrificio sulla pelle degli operatori. 
La legge delega controlla le prestazioni ma, in effetti, le contingenta; delega ai comuni la possibilità di prestazioni aggiuntive solo virtuali; confonde l'indispensabile ruolo della dirigenza medica con il commissariamento politico; persegue l'esclusività ma attua la deportazione obbligata di tutti i medici; razionalizza i pensionamenti con la rottamazione della dirigenza; revisiona gli accrediti in modo che possano  essere dati  solo agli amici; cambia la laurea in medicina senza indicare in che cosa  ma trasferendola solo da un padrone all'altro. 
L'obiettivo, inseguito fin dall'inizo della legislatura, si ripropone con ostinazione: tutti dipendenti dello Stato, cure dello Stato, strutture dello Stato. 
Al termine dell'operazione si registrerà una completa riappropriazione delle chiavi del sistema. Poco importa che più alti deficit pro capite si verifichino in Toscana ed in Emilia Romagna; l'importante è colpevolizzare la Lombardia: Poco importa che sia stato segnalato dalla Corte dei conti un deficit di svariate migliaia di miliardi e che non si  sappia con quali risorse questa delega vada realizzata. Poco importa che le Commissioni parlamentari, benché rappresentanti la stessa maggioranza, abbiano esposto grossi dubbi e riserve e prima fra tutte la Commissione bilancio. Poco importa che il parere dell'Antitrust sia stato una stroncatura: l'Antitrust va utilizzata solo quando fa comodo. Poco importa  che le categorie, dopo un “nirvana” iniziale, ottenuto con una sapiente scenografia di consenso, si stiano risvegliando con forti critiche.  
 
 

Si chiede un patto per la salute contro logica, contro consenso, in una bulimia di cambiamento convulso che sta disorientando completamente  operatori e cittadini e che sta rendendo sempre meno fruibile il sistema sanitario. 
Non mi meraviglia, quindi, che tanti cittadini si rivolgano con maggiore fiducia all'”altra medicina”. 
Vi è stato un crescendo sconcertante di provvedimenti. In primo luogo il sanitometro di cui si dice che sia una migliore redistribuzione della compartecipazione e che si pagherà come prima; poi si vuole applicarlo anzitempo presentando come giustificazione la necessità di operare tagli. In secondo luogo si è elaborato il piano sanitario nazionale, ottimo per i sani ma senza adeguate proposte per chi è malato.  
Ora si presenta anche questa legge delega che ha il sapore della vendetta nei confronti di quelli che giustamente sono stati critici: la regione Lombardia, l'Agenzia per i servizi sanitari regionali, i medici. 
Il Ministro ha lanciato il motto: la “salute non si compra!”. Sarà impossibile - aggiungiamo noi - in questa nuova ipotesi di Sistema sanitario nazionale che più che pensare alla salute consoliderà nostalgicamente le burocrazie clientelari. 
Senza priorità, senza risorse, con le vecchie fragilità unite alle nuove, con tutta l'Europa che sta cambiando l'approccio ai problemi della salute applicando la medicina e la chirurgia giornaliera, le sinergie finanziarie di pubblico e privato, le risorse integrative, noi invece camminiamo con le strutture fatiscenti che il rapporto dell'Agenzia per i servizi sanitari regionali ha impietosamente fotografato, con gli strumenti mal distribuiti e mal utilizzati, con il personale sempre più demotivato e non adeguatamente preparato. 
E' purtroppo facile prevedere ancora malati in piazza ed ancora forzosi interventi della magistratura. 
Il nostro intervento non è mai stato solo di critica “negativista” a questa proposta e a questo cammino legislativo.  
Più  volte, e da più parti, abbiamo lanciato le nostre proposte e idee, che pur apprezzate da tecnici e cittadini vengono soffocate nella Aule del parlamento. Siamo convinti che solo dopo una completa  realizzazione della riforma del 1993 si possano attuare selettivamente le necessarie correzioni; ma solo da quella legge possono nascere i presupposti che consentano di migliorare gli investimenti e di osservare le scale di priorità. 
Siamo stati accusati di essere contrari alla solidarietà e di essere contro un sistema sanitario nazionale. Quanto alla solidarietà, fino ad ora è questo Governo che crea  le premesse affinché i poveri rimangano  malati ed i ricchi possano continuare a scegliere le cure migliori. Quanto al sistema sanitario, noi siamo per un sistema sanitario misto, in cui ciascuno abbia il suo ruolo: lo Stato deve finanziare, dare le  regole e gli indirizzi, ma soprattutto controllare; gli erogatori devono agire in un sistema di competizione e di sussidiarietà; i cittadini e i malati devono tornare ad essere soggetti e non oggetti del processo decisionale. 
Non siamo certo per un sistema sanitario che persegua solo obiettivi economicisti e che sia contro la solidarietà; non possiamo però essere per un sistema sanitario la cui interpretazione è: “La sanità è gratis; prendine senza discernimento quanta ne vuoi!” 
Per ottenere un corretto sistema bisogna separare l'indispensabile ed il necessario garantendolo a tutti, soprattutto ai cittadini più deboli, rispetto all'opzionale, che deve essere a carico dei cittadini  ma che, nel rispetto delle libere scelte, deve esser comuqnue reso disponibile. 
Per ottenere la realizzazione di questo sistema è indispensabile: migliorare le risorse; motivare gli addetti; garantire i fruitori. 
Per migliorare le risorse è indispensabile: spendere meglio, snellire una burocrazia inefficiente che fa sperperare oltre 20.000 miliardi l'anno, immettere regole meno rigide  e più flessibili per il personale, spendere meglio per manutenzioni, beni e servizi; determinare sinergie di progetto pubblico e privato, indispensabili per l'attivazione e l'aggiornamento delle strutture; puntare ad integrazioni economiche, che possono derivare dall'attivazione delle mutue volontarie, da una corretta interpretazione dell'esercizio della libera professione e riattivare, con procedure più snelle e rassicurazioni  sulle finalità, il sistema delle donazioni. 
Per motivare il personale sono necessari: una qualificazione più coerente con i tempi attuali; il miglioramento dell'immagine degli operatori attraverso regole di meritocrazia; una retribuzione più adeguata, nella certezza che per ora gli stipendi del servizio sanitario nazionale sono i più bassi d'Europa. 
Per garantire i cittadini occorre: attivare in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale dei sistemi oggettivi ed individuali di garanzia quale, ad esempio, la carta dei servizi; rendere realmente operativo il sistema ispettivo, attualmente notevolmente carente; monitorare periodicamente le situazioni. 
Per concludere, sorge però spontanea una domanda: se le categorie si sono espresse contro; se qualificati e stimati tecnici dell'area della maggioranza, di cui ometto nomi e cognomi (facilmente identificabili però), hanno profondamente dissentito; se leader sindacali nazionali hanno stroncato l'intero impianto; se associazioni di utenti e assemblee popolari comunicano le loro contrarietà; se molti assessori regionali, a cui in virtù del federalismo affermato da tutte le forze politiche dovrebbe spettare ascolto e parere vincolante, hanno pubblicamente denunciato l'errore che si farebbe marciando in questa direzione; se infine non ci è ancora capitato di sentire una voce incondizionatamente favorevole a questa proposta di delega, vorrei capire chi la desidera. 
La nostra proposta, signora Presidente, onorevole Ministro e onorevoli colleghi, è che questa delega, a meno di un profondo cambiamento che nasca da questa Aula, venga ritirata.  
 

 

 
 
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